Intervista ad Alessandro Robecchi

Intervista ad Alessandro Robecchi
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Alessandro Robecchi

Delle tante verità che il giovane Holden Caulfield ha saputo raccontare, una in particolare ha fatto sentire meno soli i lettori più incalliti: è proprio vero che a volte, appena terminato un libro speciale si vorrebbe poter chiamare al telefono il suo autore.
L’autore in questione è Alessandro Robecchi, la penna tagliente che in questi anni ha saputo plasmare la satira politica in tante forme, in radio, sulla carta stampata e in televisione. Già editorialista per il Manifesto, oggi per il Fatto Quotidiano e Pagina 99, è autore televisivo delle trasmissioni di Crozza ma, soprattutto da aprile, è anche la firma di un romanzo giallo, edito Sellerio. Una novità per lui.
Prova superata. O almeno così dicono i numeri: il libro è arrivato alla terza ristampa e Carlo Monterossi, il protagonista, è cosi amato che è stata inserita una sua nuova avventura nella raccolta estiva di Sellerio, Vacanze in giallo.
Questa non à una canzone d’amore è un giallo tutto italiano che fa ridere fino alla lacrime, non si prende troppo sul serio e riesce a far sorridere anche nei momenti di tensione. Non per questo però è meno appassionante: misteri che si intrecciano, personaggi diversi a caccia delle stesse cose senza saperlo, si ritrovano in una storia più grande di loro. Un libro che rivela una Milano che non ti aspetti, che riesce a raccontare senza retorica tanto gli invisibili che la popolano, quanto i prepotenti che l’hanno colonizzata. Un giallo dinamico che non indugia in descrizioni riuscendo sempre a restituire un’immagine precisa di ciò che sta accadendo. Insomma uno di quei libri che, una volta finito di leggere, ti fa venire voglia di telefonare al suo autore e chiedergli di tutto.
Noi di MyWhere lo abbiamo potuto fare, e nella nostra intervista non ci siamo risparmiati.

Non ti piace fare le interviste, dovresti avere ormai preso l’abitudine, perché?
Ci sono diversi motivi. Il primo è una specie di incredulità che davvero alla gente interessino i fatti miei. Possibile? Certo, uno fa l’intervista sul libro, sul lavoro, poi spunta sempre qualche domanda privata che fa scappare la voglia… Ma i motivi veri sono altri. Uno mio: a una domanda rispondi scegliendo le parole, usando certe sfumature, costruendo un senso. Poi quelle dieci righe devono diventare sei, o quattro, o due, e quel che volevi dire si perde, a volte la figura del cretino è inevitabile. Poi c’è un altro aspetto: a volte ti chiedono cose di cui non sai nulla, o poco, tu rispondi per cortesia e fai la figura di quello che vuol passare per espertone di una cosa di cui non sa niente, l’economia cinese o le missioni spaziali. Altra figura da cretino, insomma. Ma chiedere di rileggere è sempre spiacevole, e io da giornalista mi irrito quando qualcuno lo fa, quindi…

Hai fatto una scelta coraggiosa, a parte alcuni nomi sacri il giallo italiano non ha molto successo, e segue spesso gli schemi precisi di una saga che ha come protagonista un commissario arguto. Un libro di altro genere sarebbe stato per te un rigore a porta vuota, come mai il giallo?
Beh, non sono molto d’accordo. Guardo le classifiche uscite oggi e trovo che nella narrativa italiana tra i primi dieci ci sono cinque o sei noir… sul rigore a porta vuota come dire, ringrazio, ma mi sembra davvero esagerato. In realtà nella scelta del noir ci sono varie motivazioni. Intanto amo molto il genere (Lansdale e Winslow sono i miei preferiti in assoluto, ma ne amo anche molti altri), poi mi piace che ci sia un genere, che ha le sue regole, per cui puoi rispettarle o tradirle come vuoi, ma restano regole: tutto deve filare, incastrarsi, funzionare. Un alibi dev’essere un alibi e un movente dev’essere un movente. Poi, quando la storia funziona, puoi entrare e uscire dal genere a piacemento. Aggiungo un’altra cosa: il genere noir è un comodo ombrello, se ti viene male puoi sempre dire: uh, è un giallo, non facciamola tanto lunga… Anche se ovviamente col giallo hanno giocato fior di scrittori anche non proprio giallisti (il Gadda del Pasticciaccio mi sembra l’esempio massimo e irraggiungibile) e sarebbe sbagliato dire che nei gialli non c’è letteratura…

Il tuo protagonista è decisamente fuori dagli schemi, Carlo Monterossi a volte ci sembra un po’ paperino, finisce nelle situazioni senza neppure accorgersene, ma rischiando molto. Nonostante le sue fortune e le sue abitudini non riesce a non esserci simpatico, ma non certo per le sue abilità risolutive. il tuo è un giallo atipico, e forse deve questo al suo successo. Mi spiego meglio: Carlo Monterossi è sicuramente il protagonista ma in fondo ce ne sono altri, una strana coppia e un interessante trio. Tutti non convenzionali. Da cosa nasce l’idea di protagonisti del genere?
Sì, mi piaceva l’idea di una storia corale, con più punti di osservazione, più protagonisti, anche per cambiare registro nella scrittura, anche da capitolo a capitolo… Quanto a Monterossi sì, sono d’accordo, gli capitano delle cose assurde e lui non è un poliziotto, né un detective, né un agente segreto. Mi piaceva pensare a un protagonista che somigliasse a una persona normale, che reagisce come una persona normale… Mi piaceva che avesse dei complici – dei pards li chiamerebbe Tex Willer. E poi i vari personaggi servivano a raccontare tutti quei mondi che stanno nel mondo, a Milano in particolare… dagli emarginati, ai giovani proletari della conoscenza, ai giovani proletari e basta, agli uomini di successo, alla tivù… mischiare, far incontrare persone e fasce sociali che difficilmente in una città “orizzontale” come Milano si incrociano.

Carlo Monterossi è un autore televisivo, ci racconti la televisione come un luogo grottesco a volte, desolante altre, divertente altre ancora. Quanto c’è di te nel personaggio? e quanto di vero nella descrizione del mondo della televisione?
Premessa doverosa: non sono un “apocalittico” nei confronti della tivù. So di banalizzare molto, ma insomma, mi pare un po’ come il telefono: puoi usarlo per fare scherzi di notte o per chiamare un’ambulanza, dipende da te, non da lui… Lo so, semplifico troppo. Però credo che il problema non sia la tivù in sé, ma il mercato. Il mercato livella sempre al basso, ciò che è più facile verrà più venduto, porterà più pubblicità, farà più ascolti… E’ una regola che vale quasi sempre. Per cui la tivù che si vede lì dentro è una certa tivù, cinica, bieca, pornografia dei sentimenti. Accendi la tivù al pomeriggio (o in qualche prima serata) e la trovi… Flora De Pisis sta lì, le persone che mettono in piazza la loro vita pur di comparire stanno lì… è una cosa orribile, ma questo non è un giudizio morale, dico orribile per dire grottesca, e io con grottesco, col paradosso, con l’assurdo che ci circonda ci gioco volentieri… direi che è quasi il mio mestiere…

Ci sono nel romanzo due personaggi chiave, che definerei un po’ i salvatori di Monterossi, insomma senza di loro lui sarebbe perduto. Con risorse infinite e bravissimi. Fanno parte di quella generazione di eternamente giovani iper specializzati. E’ vero che a forza di arrabattarci siamo la generazione del “lei è troppo per questo lavoro”, o è solo una frase per fregarci ai colloqui e pagarci di meno?
Ahahahah! Ogni frase detta da un padrone (pardon… datore di lavoro… come sono antico) tende a fregarvi e a pagarvi meno… Ma se ti riferisci a Nadia e Oscar… Beh, Oscar è un caso un po’ a sé. L’altra invece rappresenta un po’ quella generazione che intendi tu… Che ha un sapere “tecnico” strabiliante, che è in qualche modo nativa digitale, ma anche nativa precaria… E’ una materia strana da trattare, perché io appartengo a una generazione precedente dove contava molto (io credo che conti ancora, peraltro) anche un sapere più… ideologico, culturale in senso più ampio, politico… Questi invece sono nati e cresciuti con l’egemonia culturale della destra televisiva e con i media elettronici… e si vede, diciamo… Resta il fatto che sono rimasti veramente fregati e questo me li rende amici, ovvio, mi piace che siano incazzati, che siano rabbiosi… ma ho anche paura che senza ideologie e senza basi solide questa rabbia starà lì a decantare inutilmente… Non so, vedremo…

4060-3Nel libro emerge un ritratto molto divertente delle forze dell’ordine ma disastroso, lentezza, burocrazia e chiusure mentali a cui tutti ci siamo trovati di fronte anche soltanto per fare una denuncia di smarrimento. Un personaggio soltanto sembra avere qualche speranza di riscatto, con i suoi travestimenti da infiltrato. Anche se non capiamo mai davvero se funzionano oppure no. Ti fa la domanda una ragazza che era adolescente quando c’è stata Genova con Diaz e Bolzaneto e, con relativa fiducia nelle istituzioni, senza generalizzare troppo. Pensi ci siano dei margini di miglioramento, o la tua descrizione dolceamara è di rassegnazione?
L’hai detto benissimo: basta provare a fare una denuncia per farsi cascare le braccia. Il computer non si accende, la stampante non funziona, c’è la fila, la lingua italiana è un’optional… Alla fine credo che anche senza tirare in ballo le pessime cose che le forze dell’ordine hanno fatto in questo paese (Genova e non solo…) il problema sia di sostanza: molti delinquenti sono più attrezzati, tecnologicamente avanzati, istruiti ed efficienti… Come dicono Oscar e Nadia “quelli si mandano ancora i fax come ai tempi dei visigoti…”. Ma non c’è solo questo. La macchina della giustizia tutta, dalla prima volante che arriva all’ultima sentenza mi pare spaventosa. E se un testimone sbaglia? Se si perde un foglio? Se uno sbaglia a prendere il numero di targa o confonde le boccette del Dna? E se l’avvocato è un cretino? Ecco, pensare la mia vita in mano a un meccanismo del genere mi terrorizza… Poi, ovviamente ci saranno anche quelli bravi, efficienti, intelligentissimi, ecc. ecc., ovvio…Quanto al vicesovrintendente Ghezzi (quello dei travestimenti); sì, sta molto simpatico anche a me, e credo che prima o poi lo ritroveremo… (anzi c’è già nel racconto uscito a fine giugno per la raccolta Sellerio Vacanze in giallo…).

Sei cresciuto nella redazione di Cuore, con Sabelli Fioretti e Serra, com’era lavorare respirando quell’aria? E una domanda filosofica: se l’ironia è una dote è innata ti chiedo: si può coltivare, far crescere, migliorare? Credi che una realtà come quella di Cuore sarebbe possibile nell’Italia di oggi o il problema di non essere stati in grado di crescere degli “eredi”/passare il testimone non riguarda solo i partiti politici?
Credo che fosse un periodo irripetibile… succede, c’è un allineamento di pianeti e cinque-sei persone arrivano nel momento giusto e fanno la cosa giusta… Era un lavoro collettivo meraviglioso… come ha detto Serra ricordando quegli anni eravamo dei matti che sparavano con un cannone caricato a ortaggi contro il potere, usavamo il linguaggio dei media per storpiarlo, per difenderci e attaccare… Insomma fu bellissimo. E non poteva e non doveva durare. Arrivarono altri linguaggi, si nasce, si muore, va tutto benissimo. Non so se l’ironia sia una cosa innata (credo sempre che di innato non ci sia niente, per la verità…) ma è certo che si può coltivarla… direi che non prendersi troppo sul serio è il primo passo, e poi bisogna imparare a vedere le cose da lontano, dall’alto, saperne ridere, scovare l’assurdo che c’è intorno a noi… anche in noi, se serve… Quanto agli eredi, non direi: oggi c’è satira ovunque, come per tutte le cose quella buona è minoritaria, ma c’è, solo un po’ più diffusa… il web, ma se ci fai caso ogni quotidiano ha la sua vignetta, il suo corsivetto satirico, cosa che ai tempi di Cuore trovavi solo su Cuore… insomma, c’è stata una diaspora, bene anche questo.

Tornando a Carlo Monterossi, cosa gli è accaduto in questa estate?
Il Tavolo è un racconto che è uscito dopo Questa non è una canzone d’amore, nella raccolta estiva di Sellerio (Vacanze in giallo). E’ stato un piacere trovarmi in mezzo a narratori che mi piacciono e che stimo, penso a Gimenez-Bartlet, o Manzini, o Recami, o Malvaldi (insomma, tutti, basta leggere i nomi in copertina…). In genere non amo i racconti, perché ti consentono meno deviazioni, meno possibilità di raccontare… ma anche qui conta che ci sia una storia, che funzioni, che sia credibile. Monterossi ha un’altra delle sue avventure, Ghezzi ha un ruolo un po’ maggiore… insomma, mi sono divertito anche questa volta… Oltretutto sta andando molto bene, ma questo – lo dico in tutta sincerità – dipende anche dalla capacità della scuderia Sellerio, che è altissimo artigianato e non grande industria editoriale, una cosa che per me ha una certa importanza.

 

Maria Letizia Tega

Sono una maniaca, nella peggiore accezione del termine, di make-up, cosmetici e profumi.
Ho astucci, scatole, ceste e cassettiere pieni di ombretti, blush, matite, terre, primer, creme e rossetti di ogni colore, poi finisco per truccarmi sempre allo stesso modo.
Bolognese trapiantata a Milano, ho portato la mia esse spessa e la mia zeta mancante qui in cerca di fortuna dopo la laurea in storia dell’arte, ma ancora sogno di guadagnarmi da vivere con la mia passione più grande, la politica.
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