Il grande Bonvi e le sue Strumtruppen

Il grande Bonvi e le sue Strumtruppen

BOLOGNA – Palazzo Fava presenta le più completa retrospettiva di Bonvi, uno dei più famosi fumettisti italiani, che con il suo Strumtruppen riuscì a far circolare il fumetto persino nell’Unione Sovietica in quei giorni ancora arroccata dietro l’immagine di un comunismo che mal tollerava ironie, parodie e le libertà artistiche.

Devo dire che di Bonvi mi piace il segno, l’umorismo dissacrate, il modo di raccontare storie brevi e divertenti ma sempre con un fondo di eticità. Sturmtruppen, versione parodistica dei soldati nazisti, è stato evidentemente il suo capolavoro. Tanti anni fa rincorrevo le striscie che mano a mano disegnava, un po’ ovunque, nei giornali, nei settimanali, nei libri. Quando inventò i suoi nazisti resi immediatamente ebeti per via del grande elmo che nascondeva loro gli occhi, ci trovavamo negli anni in cui la guerra fredda dominava ancora i rapporti tra l’Occidente e l’Unione Sovietica. Per questo motivo ho sempre considerato questo fumetto un analgesico contro il fanatismo che per decenni ha accompagnato le tensioni tra il mondo democratico e quello comunista: in definitiva la guerra contro i nazisti fu l’unica occasione che vide i due mondi alleati per prevalere su una folle ideologia nemica di ogni libertà. Riconosco che le cazzate delle maldestre Strumtruppen, con il senno di poi, possono per quanto mi riguarda, aver retroagito positivamente per ridimensionare l’acritico fideismo ideologico che, come una fastidiosa influenza incarognita dal raffreddore fa con organi della respirazione e corpo, mi deprimeva lo spirito critico.

Comunque, se devo essere sincero, il personaggio creato da Bonvi che preferivo era Cattivik, forse perché all’inizio dei settanta del secolo scorso, lo lessi a un’età particolarmente indicata per prendere un po’ sul serio un ridicolo genio del male, senza troppi pudori intellettualistici, voglio dire, con l’ansia di perdermi senza troppi preamboli in feroci ghignate con amici con i quali era molto divertente scambiare impressioni sulle storie della malefica e sfortunatissima macchia nera abitatrice del sottosuolo, piuttosto che confrontarsi sull’ultimo romanzo serio letto. Anche quando Cattivik passò sotto il controllo di Silver, famoso per aver creato Lupo Alberto, era senz’altro da preferire ai fumetti noir che andavano per la maggiore come Diabolik, Kriminal, Satanik. Aggiungo solo che personalmente preferivo la silhouette di Cattivik disegnata da Bonvi. Quella di Silver a forma di pera risultava più comica ma a mio avviso perdeva la grafica maligna che il suo creatore aveva concepito.

Perché Bonvi regalò un personaggio così clamorosamente indovinato al bravo Silver? Io credo che sia stato costretto a farlo per via del successo riscontrato da un’altra sua geniale invenzione, cioè il simpaticissimo e imbranato detective Nick Carter, divenuto un personaggio televisivo della trasmissione  Rai, un programma cult per chi amava i fumetti, intitolata Gulp. Devo aggiungere che seppur il segno grafico di Bonvi faceva immaginare una scioltezza manuale e una rapidità di esecuzione mirabili, l’ambientazione delle sue storie, la loro forza immaginaria, Nick Carter per esempio passava dal genere noir al soprannaturale, alla fantascienza, al giallo, la loro preparazione dicevo, implicava senz’altro lunghe ore di studio. Forse fu per questo che il grande Bonvi rinunciò alle storie di Cattivik.

Ora, tutta questa epopea fumettistica e altro, viene raccontata nella grande mostra bolognese di Palazzo Fava a Bologna, aperta fino ad Aprile 2019.

Sono esposte gli originali delle striscie che lo hanno celebrato come uno dei più talentosi fumettisti italiani, tradotto in numerosissimi Paesi.

A proposito, Bonvi in realtà si chiamava Marco Bonvicini e oltre a un bravissimo disegnatore, da giovane ebbe qualche lampo cinematografico come attore e ogni tanto sbarcava il lunario imprestando il suo talento alla pubblicità. Era un appassionato e acclamato frequentatore di osterie bolognesi e quando morì troppo giovane, aveva 54 anni, investito da un’auto, per un po’ di tempo quando andavo nei locali dove spesso lo si poteva vedere, dopo qualche bicchiere mi sembrava di vederlo apparire, seduto al tavolaccio con matita e blocco di carta sempre a portata di mano, guardare intorno a sé con gli occhi di chi sta sognando altri mondi, quelli delle tante storie che non ci avrebbe più raccontato.

Bonvi

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Antonio Bramclet

Sono nato in un invisibile paesotto del quale ho dimenticato il nome. Dopo l’adolescenza ho studiato musica laureandomi con una tesi intitolata “Il tamburo e le passioni della post modernità”. Preso atto dell’impossibilità di trovare un lavoro in Italia, ho fatto per anni il suonatore di bongo nei nightclub club di Malindi. Poi mi sono trasferito in Madagascar come accompagnatore di turisti tristi, desiderosi di conoscere piante esotiche dal nome impossibile. Qui ho cominciato a fare false recensioni di mostre ed eventi, recuperati via internet, mai visti di persona. Il piacere di rivivere con la scrittura le cose del mondo non mi ha più abbandonato.
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