Il fashion reportage perfetto

The Great Fur Caravan, pubblicato nell'ottobre del 1966, può essere considerato uno dei reportage storici della moda; lo considero un piccolo monumento al talento del trio Vreeland, Avedon, Veruschka, negli anni in cui Vogue America raggiungeva uno dei culmini del suo secolare successo.

Il fashion reportage perfetto

Diana Vreeland aveva le idee chiare su come andavano preparati i suoi famosi reportage di moda. Ecco un breve e provvisorio elenco dei fattori costitutivi di una narrazione visuale di grande impatto, secondo il programma estetico intuibile a partire dalla lettura degli innumerevoli servizi orchestrati dalla celebre direttrice di Vogue: una location prestigiosa o straniante, una modella dalla bellezza stravagante, un grande fotografo sensibile ai valori visivi elevati dalla direttrice al rango di piccoli vangeli di stile, la cura maniacale per la messa in scena di ogni singolo scatto fotografico.
Cosa manca a questo elenco? Manca la struttura che li connette, dando ad essi una direzione precisa, in vista di una narrazione pregnante. Ovvero, i fattori elencati presi uno per volta possono certo garantire un buon livello esecutivo. Ma un vero reportage dovrebbe avere una dimensione olistica che trascende la singolarità degli scatti che lo punteggiano.
1È a questo livello logico che mi pare si possa riconoscere il talento del fashion editor, ovvero il contributo forse più rilevante donato da Diana Vreeland alle riviste che anche grazie a lei sono entrate nella storia della moda.
Come possiamo definire la peculiarità del punto di vista sulla moda di questa grande interprete della messa in scena editoriale del grande stile? Non credo sia una questione di pura conoscenza. Diana Vreeland aveva compreso che la rappresentazione della moda dipendeva soprattutto dalla visione che con la sua non comune fantasia trasformava abiti iconici in potenti narrazioni.
In un libro apparso recentemente, Memos (Rizzoli, 2013), Alexander Vreeland, ha pubblicato i rari documenti scritti con i quali la direttrice trasmetteva il suo pensiero ai collaboratori. In molti passaggi è sorprendente registrare con quanta passione e determinazione la direttrice seguiva i lavori sul campo di stylist, fotografi e modelle.
2Quando programmava i reportage di punta della rivista, forzava i protagonisti, modelle e fotografi, a entrare nelle sue fantasie. Più della fotogenia o della bellezza fotografica sembrava interessata alla recita, all’interpretazione del tipo di donna ideale che secondo la sua opinione doveva emergere dalle pagine di Vogue.
Per esempio, nel famoso reportage apparso nel 1966, The Great Fur Caravan, suggerì a Veruschka e Avedon, di leggere uno dei suoi libri preferiti, The Tale of Genij, scritto da Murasaki Shikibu intorno all’anno 1000. Sembra ragionevole supporre che si ponesse l’obiettivo di avvicinare la modella e il fotografo allo stato emotivo favorevole per catturare secondo i modi della fotografia, un concetto di bellezza difficile da afferrare con parole del vocabolario inglese.
3Quale tipo di bellezza affascinava Diana Vreeland? Sia la parola beauty che glamour non esauriscono certo le possibilità di senso delle immagini che ci ha lasciato. Infatti, i giochi di linguaggio centrati sul concetto di Beauty, risultano troppo compromessi con il desiderio e, nella vulgata dei discorsi glamour, quasi sempre riconosciamo piu’ la seduzione mielosa che lo chic da ammirare alla giusta distanza.
Sfogliando i vecchi numeri di Vogue dei sessanta, dei quali Diana Vreeland è stata l’indiscussa protagonista, mi è sempre piaciuto trovarvi una grazia che l’editoria attuale sembra avere smarrito. Ma è anche vero che Diana Vreeland amava veder emergere nelle foto di moda che licenziava, energia, spirito d’avanguardia, una irriverenza sotto controllo.
Potremmo risolvere il problema sottolineando la possibilità dei diversi gradi di fusione tra i concetti sinora enunciati e parlare di una grazia vigorosa, di un glamour che cede qualcosa alla disinvoltura per trovare nell’intermittenza tra u due, un momento di purezza formale. Insomma, Diana Vreeland propendeva per immagini che irradiassero una scarica di energia (estetica) suscettibile di non dissiparsi subito in uno sguardo di piacere, ma che chiedevano di essere guardate con più attenzione.
4Non posso sapere se trovate le mie parole convincenti. Quando interroghiamo la bellezza da questa particolare angolazione siamo soli, prigionieri del nostro linguaggio privato. Ma se per Diana Vreeland l’immagine della donna ideale familiarizzava con la bellezza della geisha, con questo riferimento qualcosa voleva pur dirci. C’è infatti un concetto nella cultura giapponese che, a mio avviso, in parte sintetizza le idee che la direttrice ci ha trasmesso con la forza delle sue immagini.
Il filosofo Kuki Shuzo, nel suo libro La struttura dell’iki (Adelphi) ci ha fatto conoscere un concetto, che si apparenta a ciò che noi occidentali definiamo grazia strappandolo però al destino di una categorizzazione rigida. L’Iki è un concetto plastico che si riferisce ad un processo estetico: un movimento che porta la naturalezza, passando attraverso la grazia, a sublimarsi in un momento di perfezione formale.

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In nessun reportage curato da Diana Vreeland l’iki della bellezza è emerso con tanta grazia e vigore come in The Great Fur Caravan. Il reportage che potete ammirare in tutti suoi scatti pubblicati su Vogue, è il racconto di un viaggio nel quale la protagonista incontra l’amore.
Le foto di Avedon furono effettuate in alcune isole nel nord del Giappone, dopo lunghe ed estenuanti ricerche, per immergere la moda in contesti che a quel tempo rappresentavano per la maggioranza dei lettori delle vere e proprie scoperte visive.
11Diana Vreeland era molto rigorosa nei riguardi delle location. Credo di non esagerare se sostengo che fu una delle prime rappresentanti dell’editoria fashion a capire la valenza estetica dello straniamento geografico. Portando l’alta moda nei deserti, tra le rovine di antiche civiltà in Siria, Turchia, Egitto, in luoghi esotici, catturava la fantasia di lettrici avide di avventura, di viaggi favolosi. Con queste sue scelte contribuì a rinnovare l’ecologia per immagini della moda, strappandola ai luoghi metropolitani o alle ambientazioni aristocratiche sino a quel momento dominanti. Se è vero che negli anni sessanta anche l’alta moda, non senza resistenze, usciva dai suoi palazzi e scopriva la “strada”, Diana andò oltre, portandola ovunque potesse evocare una realtà da sogno. Molti pensavano che fossero scelte stravaganti. Io preferisco immaginare che questi luoghi improbabili rappresentassero il reale che interessava a Diana: piccoli mondi di natura, storia, arte in dissolvenza incrociata con le astrazioni oniriche delle forme ideali di bellezza.
Erano tra l’altro reportage costosissimi, ai quali la direttrice aggiungeva spese faraoniche per dettagli e allestimenti che lasciavano perplessi gli uomini dei numeri della Conde Nast.
12A tal riguardo The Great Fur Caravan è stato definito il reportage più costoso mai prodotto da una rivista di moda. I problemi che Polly Mellen, la editor sul campo, collaboratrice di Diana fin dai tempi di Harper’s Bazaar, dovette risolvere per soddisfare la devastante immaginazione della direttrice, implicavano lunghe e costose fasi di studio e di preparazione. La creatività di Diana Vreeland non si materializzava in un progetto coerente e completo fin dall’inizio. La sua fantasia necessitava di continui feedback con il reale della moda. Per esempio, se apparentemente per un reportage servivano una mezza dozzina di cappelli ne faceva preparare molti di più. Lo stesso per le scarpe e altri accessori. Aveva inoltre una non comune sensibilità per i colori e per le proporzioni che sentiva “giuste” per l’occasione. Spesso la sua ostinazione a rincorrere visioni che solo lei coglieva in anticipo rispetto agli esiti fotografici, la portava a rivedere, rifare, aggiungere, riprogrammare, gettando nella disperazione i collaboratori. Per spiegare o giustificare tutto ciò amava dire: “You must exaggerate in photographs to be unique”.
In The Great Fur Caravan, Veruschka doveva interpretare il ruolo della giovane donna innamorata di un giapponese. Era tra le sue modelle preferite. Di origini aristocratiche e con una bellezza fuori dai canoni, aveva due doti che colpirono Diana: amava enormemente trasformarsi e giocare con il proprio corpo; di conseguenza trasmetteva un fascino pieno di energia. Nasceva tuttavia un problema: come fare per metterle a fianco un uomo che assoggettasse la vitalità selvaggia che trasmetteva?
13Veruschka era una modella altissima per la sua generazione e di grande carattere, come trovare un modello asiatico capace di reggere l’urto che la forza della sua immagine irradiava nel campo fotografico? La direttrice convinse il suoi collaboratori ad effettuare un lavoro di ricerca per niente agevole. Dopo alcuni viaggi a vuoto li convinse a concentrarsi sugli atleti che gareggiavano nelle manifestazioni dedicate al sumo. E finalmente individuarono un gigante alto 2,30 m., con l’ossatura facciale giusta per le significazioni che Diana Vreeland cercava: un volto asiatico dai tratti scolpiti che poteva essere letto come espressione di una forza dirompente ma anche come una rassicurante e protettiva dolcezza.
Il gigante giapponese e Veruschka componevano una coppia mai vista nelle rappresentazioni della moda. Anche se la modella appare nella maggioranza delle volte sola, sono le immagini che la vedono protagonista insieme al lottatore di sumo ad essere le più significative.
Richard Avedon, era uno dei fotografi preferiti di Diana, e non la deluse. Io credo che in questo servizio rinunciò, almeno in parte, al suo stile, per aderire il più possibile alle fantasie della direttrice. Mise da parte la teatralità con la quale conferiva ironia, intelligenza e vigore alle sue immagini, concentrandosi sulla visualizzazione di una storia d’amore nella quale ritrovare l’immaginario amoroso nel quale Diana credeva. Una donna di grande personalità, bellezza ed eleganza, innamorata, che dona il proprio cuore al suo principe. Avedon sapeva benissimo che Diana con tutte le sue stramberie e stravaganze rimaneva nel suo intimo una donna romantica e passionale. Il reportage doveva anticipare la moda invernale e quindi le riprese furono effettuate in un clima congruente con i contenuti. L’inverno, la neve, il viaggio conferirono agli scatti una bellezza struggente, rara negli anni sessanta.
14Avedon, ancora una volta fece un capolavoro. La presentazione grafica del servizio fu all’altezza dell’interpretazione dei protagonisti e della maestria del fotografo. Non credo di esagerare se annovero questo reportage nella cerchia ristretta dei reportage di moda da non dimenticare.
Con i fotografi e le modelle che sapevano come prenderla, Diana Vreeland si dimostro’ generosissima. Henry Clarke per esempio, oggi deplorevolmente dimenticato, deve moltissimo alla direttrice di Vogue. I suoi reportage pubblicati sulla rivista erano fantastici. Non ho dubbi sul fatto che presto verranno riscoperti. Alcuni sono veramente degni di far parte di ciò che, con molto entusiasmo, potremmo definire il canone d’eccellenza della rappresentazione della moda. Non so se questo canone avrà mai la consistenza che un tempo garantiva una sorta di gerarchia delle opere e dei grandi artisti. Se nemmeno l’arte tout court, oggi, riesce a stabilizzare i suoi protagonisti in una assiologia condivisa, è difficile immaginare che ciò avvenga nella fotografia di moda. Ma se mai ci sarà, allora, in questo canone, al trio magico Vreeland , Veruschka, Avedon con The Great Fur Caravan, un posto privilegiato bisognerà assicurarlo.
15Non posso terminare questo breve commento al sevizio di Vogue senza sottolinearne una dimensione che dopo gli anni della Vreeland è andata perduta. Il reportage di moda che vi ho presentato ha un’altra protagonista, forse minore rispetto la fotografia, ma tuttavia ben presente. Mi riferisco alla scrittura in forma di racconto del viaggio per mano di Mary Evans. In quel periodo i reportage di moda volevano farsi leggere e non solo sfogliare. In seguito la moda ha deciso che la scrittura andava allontanata dai suoi domini, per far emergere la forza inebriante delle belle immagini. Gli esiti mi sembrano discutibili. Le riviste di moda sono divenute intrattenimento o poco più. Chissà, forse una moda afasica promette una maggiore aderenza con le logiche del desiderio auspicate da chi la produce. Ma nel tempo tutte queste immagini perfette, senza narrazioni che le ancorino a significazioni emergenti, trasformano il messaggio di stile e bellezza in qualcosa di tossico e indigesto. Per fortuna, ogni tanto mi capita di sfogliare un vecchio numero di Harper’s o di Vogue. Non so voi, ma su di me fanno l’effetto di una sana boccata d’aria fresca dopo giorni di spaventosa umidità.

 

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Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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18 Responses to "Il fashion reportage perfetto"

  1. Alessandra   17 Marzo 2015 at 08:18

    Mi chiedo quali siano state le motivazioni del passaggio dal ritratto in studio della modella ai reportage di moda. Se vuoi valorizzare l’abito, cosa c’è di meglio dell’atelier del fotografo? Io rimango convinta che le più belle foto di moda siano state fatte in studio. La foto di moda perfetta è un ritratto.

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    • Bea   17 Marzo 2015 at 11:40

      Alessandra, dimentichi che molte marche della moda legano la propria immagine al tema del viaggio. Penso a Vuitton. E poi i posti esotici utilizzati come set si vedono spesso sulle riviste. Non so dire quando questo modo di comunicare la moda sia cominciato. Ma certamente oggi il reportage è importante quanto la semplice foto ritratto di una modella ben vestita. No! Mi correggo. Le foto ritratto sono banali, risultano più coinvolgenti le immagini nelle quali la moda comunica anche attraverso i luoghi.

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  2. Tommaso   19 Marzo 2015 at 07:25

    Il ritratto visualizza la personalità, il carattere di un look; la foto tipica di reportage visualizza una azione, quindi il tipo di funzione di un look. La moda ha bisogno di entrambi.

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  3. Gabriele   20 Marzo 2015 at 10:16

    Io credo che il reportage funzioni nella fotografia come il concetto di “vision” nel marketing. Cioè con le vision noi proiettiamo nel futuro le speranze, le aspirazioni di una azienda. Con il reportage il prodotto moda raffigura una vision del futuro. Se consideriamo l’importanza del futuro per chi fa moda allora è comprensibile l’interesse a livello di genere fotografico per i reportage.
    Ho notato con piacere che l’interessante articolo di Cantoni è stato arricchito dalle foto integrali del servizio apparso su Vogue. Guardando le immagini sono rimasto basito dalla sua modernità. Potrebbe essere benissimo pubblicato oggi senza problemi.

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  4. Luciano   20 Marzo 2015 at 14:02

    Ogni foto può essere considerata un reportage. A che servono le distinzioni di genere? Nel servizio Vogue descritto dall’autore non sono presenti anche ritratti?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   20 Marzo 2015 at 20:40

      Forse dal punto di vista teorico si potrebbe vederla come dici tu. Ma allora anche quando andiamo a farci una foto tessera per il passaporto o la patente potremmo sostenere di sottoporci ad un reportage! In definitiva, ci muoviamo da casa e ci facciamo immortalare con la faccia e le emozioni del momento! A questo punto a cosa ci serve il linguaggio? Praticamente a niente. Penso invece sia opportuno distinguere tra foto ritratto fatto in studio, foto in plein air, foto che presentano i segni di uno spaesamento (cioè di un contesto esotico), foto che imprigionano un attimo della realtà, foto che raffigurano una messa in scena della realtà etc…
      La distinzione in “generi” ci fa pensare a tecniche fotografiche eterogenee; e a diversi livelli di verità fotografica.
      Inoltre i diversi livelli di senso non producono gli stessi effetti nel processo di fruizione.
      Le foto reportage di Dorothea Lange e di Walker Evans sugli effetti della grande depressione degli anni trenta, sconvolsero il pubblico americano e spianarono la strada al New Deal di Roosvelt. I reportage umanistici di Cartier Bresson e Brassai furono fondamentali per lo sviluppo del foto giornalismo.
      E’ eccitante pensare che esista solo l’atto fotografico e che ogni altra categorizzazione sia una inutile burocratizzazione della fotografia. Ma quali sono le conseguenze di questo radicale punto di vista? L’impossibilità di creare un discorso critico sulla fotografia, sull’etica dell’atto fotografico, sulla bellezza…

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  5. Franz   21 Marzo 2015 at 09:04

    Le foto di Avedon a me sembrano troppo teatrali per essere un vero reportage. Forse ci sono stati altri fotografi di moda che hanno interpretato meglio questo genere. Ma francamente ora non mi viene in mente nessun nome. Ci tengo a precisare che non voglio criticare l’articolo che mi è piaciuto. Ma il reportage di moda a me sembra molto simile alle foto delle vacanze dei turisti dilettanti, quando riprendono la fidanzata o il fidanzato con dietro la chiesa o il monumento appena visitato.

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  6. Camilla Violi   22 Marzo 2015 at 16:28

    In questo servizio, a mio parere ancora molto attuale, emerge in toto il genio della Vreeland. Il suo istinto e la sua visionarietà sovrastano la bravura indiscussa di Avedon e la bellezza di Verushka rendendo la storia che Diana intendeva raccontare visivamente la vera protagonista del reportage. E proprio di storie si parla nei reportage e nella moda. Sono le storie a rendere unici i marchi e a donargli quei vantaggi competivi che facciano si che i consumatori li scelgano.
    Ma perché parlare per immagini? Credo che questa scelta sia basata sull’immediatezza del mezzo. Anche se non tutti possono cogliere il vero messaggio nascosto, una foto ben costruita dice più di mille parole.
    È forse per questo che oggi si parla tanto di importanza dell’immagine.
    L’immagine oltre a parlare permette l’incanalamento di sensazioni che possano essere fruite dall’osservatore tramite un’osservazione anche superficiale.
    Tuttavia è bene sottolineare che per quanto l’immagine possa essere più significativa del testo, ogni immagine necessità di avere una storia dietro. La loro efficacia è tale solamente nei termini in cui essa è ben costruita e accurata in ogni dettaglio, proprio come le foto che richiedeva la Vreeland. È in questo che si può trovare la reale forza comunicativa. L’attenzione ai dettagli permette una differenziazione del messaggio che non è da sottovalutare e la nostra cara fashion editor lo sapeva bene.

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    • Adri   24 Marzo 2015 at 11:38

      Camilla, sono d’accordo con quello che hai scritto benissimo. L’immediatezza della fotografia è per me la caratteristica fondamentale. Anche se il lavoro creativo per realizzarla può essere estenuante.

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  7. Eva Bagnoli   22 Marzo 2015 at 19:17

    “Farsi leggere e non solo sfogliare”. Poche parole che mi hanno fatto riflettere molto. Sebbene la potenza di un’immagine sia indiscutibile, a parer mio una fotografia, un servizio fotografico senza la parola che lo accompagna perde inequivocabilmente importanza. Mentre la fotografia permette allo spettatore di spaziare fra mille interpretazioni possibili, la parola fornisce a chi osserva un’immagine la chiave di lettura giusta per placare quello che altrimenti sarebbe un vagare senza fine.
    Oggi come oggi viviamo in una società immediata, tutto viene velocizzato al massimo e si pretende che la realtà che ci circonda corra al nostro stesso passo. Nessuno ha più tempo per niente: le relazioni umane, il lavoro, i trasporti, tutto si velocizza, e insieme a tutto questo pretendiamo di accelerare anche la comunicazione tagliando ciò che il nostro occhio non può osservare e giudicare in due secondi.
    Così facendo spesso non ci rendiamo conto di perdere molte cose importanti che a una certa velocità non possono essere percepite. A volte per trasmettere un’emozione, per capire davvero qualcosa ci vuole tempo, e allora bisogna concedersi qualche minuto per leggere qualcosa che ci permetta di comprendere il vero significato di ciò che abbiamo davanti, per riuscire per una volta a scendere nel profondo di qualcosa invece che rimanere alla sua superficie. Questo nei servizi fotografici come nella vita. Dovremmo tentare di riscoprire il valore che alcune cose scaturiscono quando non si vive tutto in modo sbrigativo, sempre di corsa, verso un qualcosa che, alla fine, non raggiungiamo mai.

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  8. Margherita Anichini   22 Marzo 2015 at 20:59

    Questo reportage, anche a distanza di così tanti anni, rimane per me assolutamente magico.
    Le immagini si avvicinano ad una dimensione quasi onirica, innestano nel cervello un percorso immaginativo arzigogolato e complesso per il quale non si può fare a meno di calarsi nei panni dei “personaggi” della vicenda, o per lo meno sognarlo, proprio come per un buon libro o un ottimo film.
    Ero assolutamente ignara del fatto che i reportage, all’epoca, fossero accompagnati da vere e proprie narrazioni, e mi trovo d’accordo con lei: per completare ed arricchire e, soprattutto, dotare di senso il racconto delle immagini è assolutamente necessario accompagnarlo con un racconto di parole.
    Oggi forse le parole sono scomparse proprio perchè le immagini non raccontano niente, non scatenano nessuna passione degna di essere raccontata, si prefigurano come mero sfoggio estetico nella speranza che qualcuno, pur di sentirsi in pace con sè stesso per aver speso quei 5 euro, ce lo trovi un senso, un racconto, un qualcosa.
    Personalmente, ogni volta che malauguratamente mi capita di sfogliare Vogue ad esempio, mi costringo all’osservazione delle immagini, anche se non colpiscono in minima parte la mia immaginazione e so che, se non fossi dotata di coscienza, andrei avanti veloce, fino ad arrivare all’ultima pagina perplessa e scontenta.

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    • Luciano   24 Marzo 2015 at 21:52

      Eva e Margherita, oltre ad avere scritto un intervento che ho apprezzato per lo stile e il tono, mi hanno fatto pensare.
      Prima di leggere le loro parole, pensavo che Camilla avesse colto l’essenziale: in una foto di moda l’immediatezza è tutto. Ma poi la sottolineatura delle narrazioni ha incrinato le mie certezze.
      Perché continuiamo a comprare solo riviste da sfogliare? O meglio: perché la moda pensa che possano funzionare bene solo le immagini ? Azzardo una risposta: non abbiamo più il tempo per leggere oppure le immagini senza parole funzionano meglio.

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    • Luigia   20 Aprile 2015 at 09:54

      Sono perfettamente d’accordo con quanto detto da Margerita, in quanto neanche io ero a conoscenza del fatto che il Reportage era uno dei generi della scrittura giornalistica in cui veniva privilegiata la testimonianza diretta. A parer mio, alcune volte ma non sempre, le immagini devono essere lette attraverso i testi.

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  9. Eliana   5 Aprile 2015 at 19:26

    SoNo d’accordo con chi dice che i reportage di moda sembrano fasulli. Le foto di Avedon sono perfette ma io penso che siano ritratti fatti non in studio. I reportage di moda bisognerebbe chiamarli in un altro modo.

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  10. Martina Teodoli   15 Aprile 2015 at 18:11

    Sono totalmente incantata dalla poesia che queste immagini trasmettono: purezza, esotismo, bellezza, incanto. Ovviamente Veruschka all’epoca era una donna incredibilmente bella e musa ispiratrice di molti, e la Vreeland, non essendo una sciocca, ha capito l’importanza di scegliere lei, e di abbinarla ad Avedon, un genio indiscusso. La cosa che mi ha colpito maggiormente, e che, sinceramente, non sapevo, erano i racconti scritti abbinati alle fotografie. In effetti, a pensarci bene, un’immagine, per quanto ben studiata e potente, non è che un momento ben preciso impresso su pellicola e che, per le menti meno allenate o preparate, non è sufficiente a raccontare univocamente una storia. Pertanto le parole servono a dare uniformità di senso all’intero reportage, di modo che il lettore potesse percepire la storia così come è stata pensata senza fraintendimenti. Purtroppo al giorno d’oggi si tende a mettere in primo piano l’immagine, trascurando quindi il testo e lasciando confuse lettrici curiose che, vedendo delle belle immagini, non sempre riescono a comprenderne il fil rouge che le unisce.

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  11. Chiara Pistillo   26 Aprile 2015 at 11:48

    Non molto tempo fa ho guardato con interesse il docu-film “The Eye has to Travel”, basato sulla storia della Vreeland dentro e fuori da Vogue, prima e dopo l’esperienza come direttrice della rivista. Si racconta in prima persona e viene descritta da chi ha avuto l’occasione di conoscerla o lavorare con lei.
    Il servizio citato nell’articolo è l’esempio calzante rispetto ai ricordi di modelle, fotografi e operatori della moda che vediamo nel film. Tutti concordano su quanto fosse capace di pensare fuori dagli schemi, di osare, di affascinare, e su quanto tenere il passo con i suoi ritmi fosse impegnativo.
    Trovo che la riflessione finale sulla “pochezza” delle riviste di moda attuale sia corretta, soprattutto se le paragoniamo con ciò che Diana Vreeland è stata capace di creare: ha reso Vogue una rivista completa, non più solo un magazine di moda, inserendo l’arte, la musica e il teatro fra le pagine riguardanti il Fashion. Quello che mi colpisce ancora di più è il fatto che nemmeno le pagine di moda erano SOLO pagine di moda. Guardando gli scatti di Avedon si respira la magia del set, si ricevono emozioni, non solo nomi di brand e prezzi esagerati.
    Mi sorge una domanda: gli incoraggiamenti all’intraprendenza, la creatività, la curiosità e la ricerca di novità lanciati dalla Vreeland, avrebbero oggi lo stesso fascino di allora?

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    • Rossana   26 Aprile 2015 at 13:35

      Io credo di sì! Anche se i protagonisti dovrebbero essere diversi. Oggi c’è meno bisogno di star. Si sente la mancanza di freschezza nelle riviste di moda. La rivoluzione dei fashion blogger ha appena scalfito l’editoria. Io credo che se oggi ritornasse tra noi la Vreeland lavorerebbe soprattutto nel web.

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  12. Andria   27 Aprile 2015 at 11:04

    Fotografie dotate di una bellezza e di una grazia senza tempo, rappresentano il nitido riflesso del genio energico e raffinato della Vreeland.
    Ci trasportano in una dimensione altra, dove sogno, emozioni, fantasia, desiderio si fondono e la mente si lascia cullare, piacevolmente sorpresa.
    È questo il potere di un’immagine ben curata e, soprattutto, penso sia questo lo scopo di un reportage di moda: raccontare una storia che sia in grado di affascinare e far sognare chi osserva.
    Al pari dell’immagine fotografica, però, troviamo le parole. Queste, come dice Margherita, “dotano di senso il racconto delle immagini”.
    L’immagine può raccontare più di mille parole, ma senza mille parole non esisterebbe il racconto che sta dietro a quell’immagine e quindi l’immagine stessa.
    In un mondo in cui tutto scorre veloce, in una continua corsa contro il tempo e chi si ferma (o semplicemente sofferma) è perduto, l’apparente immediatezza delle immagini è più apprezzata rispetto alle parole.
    Attraverso le parole la mente vaga libera e costruisce passo passo la strada in cui viaggiare, mentre attraverso l’immagine la strada è già battuta e deve solo scegliere la direzione in cui prenderla.

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