MONDO – Pretty Woman contemporanea, il personaggio di Mickey Madison vince perché non ha più bisogno di un lieto fine per giustificare la propria esistenza, ponendosi così in sintonia col sentire delle sue contemporanee reali. Scelta dall’Academy grazie a una comprensibile opera di mediazione, la pellicola porta a casa ben cinque statuette.
Ci aveva provato Paul Verhoeven con Showgirls a raccontare il mondo delle ragazze a luci rosse, un po’ dive dello spettacolo per desiderio e un po’ sex worker per necessità. Il risultato al di là della patina non era nemmeno disprezzabile, tutto sommato. Eppure ci voleva Sean Baker per stendere tutti. Si è detto che Anora è una Pretty Woman contemporanea, e se dobbiamo crederci, vale la pena allora riflettere sul fatto che oggi non è più necessario un lieto fine da favola per dare dignità a un personaggio come quello interpretato da Mickey Madison in questo film.
Certo, c’è da chiedersi, come è stato fatto da molti, se un film che vince sia Cannes che gli Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attrice, Miglior Montaggio e Miglior Sceneggiatura Originale in quest’ultimo caso) non sia segno di una omologazione, in qualche modo, o quanto meno di una mancanza di voglia di confrontarsi con un cinema mai così vivo, a badare alla quantità di pellicole che escono ogni anno – 569 film nel 2025 solo tra Stati Uniti e Canada, in aumento rispetto all’anno precedente.
Diciamo, prosaicamente, che forse Anora è stato un film meno divisivo di altri candidati, dal monolitico The Brutalist alla coda di polemiche che hanno in qualche modo danneggiato Emilia Pèrez, e che quindi l’opera seconda di Baker potrebbe aver incontrato il favore medio un po’ di tutti o molti i membri dell’Academy – che, si badi bene, sono circa 10.000 – arrivando quindi a portarsi a casa ben cinque ambite statuette pur senza brillare.

Ma se dovessimo esprimere il nostro parere, diremmo che al di là di tutto forse Anora è stato l’unico film scelto per partecipare alla competizione a mantenere le sue promesse. Non lo fa Dune Parte 2, che vira in maniera impropria verso una faida famigliare di sicuro successo visto i numeri della serie Il Trono di Spade in fatto di spettatori, senza rendere la complessità del mondo tratteggiato da Herbert; non lo fa A Complete Unknown che anzi è stato usato da qualche critico per sottolineare la mancanza di idee che regnerebbe nel genere biopic a partire da I Walk The Line; non lo fa il già citato The Brutalist che a noi è sembrato, al netto della figura della moglie del protagonista interpretata da Felicity Jones, quasi esclusivamente un buon prodotto dell’estetica del vittimismo che da tempi inenarrabili, direbbe l’antropologo Girard, miete sempre successo seppure senza aggiungere nulla di sostanzioso a quella stessa narrazione.
Anora, invece, con la sua storia di redenzione impossibile, è tutto sommato un prodotto almeno onesto. E’ capace di farti trascorrere i suoi 139 minuti mutando la palette emotiva come si usa dal cinema di Tarantino in poi, senza cadere in didascalismo o appiattirsi su quell’ingombrante modello, e soprattutto senza strafare. Mostra personaggi ben costruiti e almeno sulla scena credibili, è o vorrebbe essere un punto di vista per quanto soggettivo sul sogno americano essendone nei fatti pietra tombale senza voler strafare con eccessi di melodrammaticità o tragicità. Non è un film pavloviano insomma.

E’ anche un film a tratti crudo, dove gli Stati Uniti sono rappresentati come una riserva di entertainment per ricchi o figli di ricchi magnati russi – ma la provenienza dei protagonisti non è così importante, quel modo di essere più che di fare è decisamente transnazionale – incuranti di speranze e sogni che possono suscitare o troncare senza alcuno scrupolo sia nell’uno che nell’altro caso, a tratti ironico nel mettere a confronto come chi ha potere si rapporta con chi non ne ha e ha imparato che ambire ad esso è l’unica strada percorribile – non c’è in questo lavoro la figura di un ribelle, o anche solo un pallido tentativo di controcanto.
E’ infine un film dove Anora emerge come personaggio che ha attratto le simpatie delle spettatrici, anche di quelle più socialmente impegnate, non tanto perché paladina di qualche causa, ma perché caso esemplare di cosa comporti trovarsi di fronte allo sguardo del desiderio maschile con tutto ciò che questo comporta, il che implica che Anora, pur essendo una escort e una pole dancer, non è molto diversa dalle nostre mogli, sorelle e madri, che in lei ritrovano in maniera piuttosto disinvolta una controparte.
Per questo non ci sarebbe dispiaciuto vedere che forma avrebbe assunto questo personaggio nelle mani di un Lanthimos prima maniera, ad esempio – quello di The Lobster e Dogtooth – per via di certe spigolosità che ne avrebbero, al netto di una comunque presente ironia, reso ancora più vivi tratti e tensioni che qui risultano leggermente smussati, e forse, dico forse, avrebbero inibito un certo moralismo che potrebbe portare a pregiudizi verso una creatura come quella che vediamo dipanarsi su questi schermi.
Detto dunque che per noi, per le visioni che ci hanno attraversato, il film dell’anno 2024 è Megalopolis di Francis Ford Coppola se guardiamo al mercato statunitense, e Green Border di Agneska Holland se ci spostiamo fuori dai confini del Paese a stelle e strisce, Anora non ci sembra in fondo una brutta scelta per questi Oscar, né una occasione sprecata: è anzi una pellicola che fa il suo dovere, attirando persone e menti su temi importanti, con una forma impeccabile – anche se, va detto, sono anni che non vediamo film brutti sul piano meramente tecnico/realizzativo – e che ha saputo mettere assieme chi al cinema ci va alla ricerca di storie interessanti sia chi dalla Settima Arte vuole, appunto, non diciamo innovazione formale ma almeno la capacità di porre davanti ai nostri occhi immagini che abbiano un senso anche sul piano stilistico.
di Gian Paolo Galasi




