MILANO – Nella storica libreria Shake, Francesca Alfano Miglietti ha illustrato agli astanti la sua ultima fatica: Yoko Ono. Brucia Questo Libro Dopo Averlo Letto. Un intrigante viaggio per delineare al meglio l’arte di una delle artiste più incomprese eppure libere dell’arte contemporanea. Ad accompagnarla il figlio Daniele Miglietti che di Yoko Ono ha commentato la parte più strettamente musicale.
In un semi-piovoso sabato milanese, il 22 febbraio 2025, Francesca Alfano Miglietti, una delle più importanti e acute critiche di arte contemporanea, e suo figlio, Daniele Miglietti, hanno presentato presso la nuova sede della libreria Shake (in via Ingegnoli 13 a Milano, quartiere Lambrate), una insolitamente controcorrente e importante pubblicazione: il libro dedicato a Yoko Ono scritto dalla stessa F.A.M. per quanto riguarda la parte relativa alle performance e dal più giovane autore per quanto invece concerne la parte musicale.
Francesca Alfano Miglietti non è una critica d’arte qualsiasi. Negli anni Ottanta è stata co-fondatrice di “Virus”, una rivista multilingue dedicata alla performance art. Tra quelle pagine si è parlato, come poi nel suo importante testo – anch’esso di recente ripubblicato proprio da Shake – “Identità Mutanti”, di artisti come Franko B e Marcel.lì Antùnez Roca, e dei referenti letterari e culturali di quella corrente artistica, da William S. Burroughs al cyberpunk.

Una realtà variegata e aspra per chiunque voglia approcciarla, una delle ultime forme di resistenza in un mondo sempre più monocorde, astratto e distratto, interessato solo al denaro per pochi e alla manipolazione delle masse. Una realtà fatta di artisti che, in fondo, mettono il corpo e le sue inevitabili (nel mondo contemporaneo) modificazioni a tema e in bella evidenza di fronte a tutti, e ciò senza eliminare quanto vi è di fondamentale anche per il più (o il meno, per quel che vale) transumano degli individui, ovvero il bisogno di relazione e amore, fosse anche quello più apparentemente pulsionale. Non è poco, in un’epoca di ‘passioni tristi’, per dirla con Spinoza.
Ora, a proposito di ciò, proprio in “Yoko Ono. Brucia Questo Libro Dopo Averlo Letto”, i due autori si immergono nella vita e nelle opere di un’artista che, appartenente sin da giovanissima alla corrente nota sotto il nome di Fluxus, di cui si può dire anzi sia una tra le fondatrici, ha influenzato artisti tanto diversi come la performer Marina Abramovic (che ha ripreso quasi pari pari la sua “Cut Piece” in “Rhythm 0”) e la cantante d’avanguardia Diamanda Galàs, solo per citarne alcune, il tutto dopo aver suonato con musicisti del calibro del marito John Lennon e di Eric Clapton.

Artista controversa forse perché all’intersezione di vari sguardi d’odio, esclusione e pregiudizio (di famiglia ricca ma controcorrente, giapponese, donna), o magari anche perché artista in opposizione alla mercificazione dell’arte e portatrice di uno dei tentativi più limpidi e onesti di reimmergere la propria ‘professione’ in un contesto ‘esistenziale’, riannodando fili che il business dell’arte ha spesso cercato di recidere per mera convenienza economica, Yoko Ono è in realtà una delle poche artiste ‘pure’ nella nostra contemporaneità.
Dai Bed-In al Wish Tree, passando attraverso i tanti dischi – bisognerebbe citare almeno le collaborazioni con il jazzista Ornette Coleman, con l’avanguardista John Cage o i rappers del Wu-Tang Clan per iniziare ad avere almeno una idea di chi avete di fronte – Ono ha spesso pagato per il suo impegno politico: ha dovuto separarsi da un figlio, ha visto il marito venire ucciso, è stata spiata a lungo dalla CIA.
Un impegno fatto di concetti diretti come il motto di “Give Peace a Chance”, o le poesie che hanno ispirato le ‘semplici’ immagini di, appunto, “Imagine”, scritta assieme a Lennon, ci danno contezza di un’idea di arte che è viva e che vuole spiazzare non per il gusto della stranezza ma perché si concepisce come un esperimento in cui ciò che è consolidato e indiscusso può essere invece messo in crisi, se disfunzionale. I semiologi ci insegnano che tutto è testo, che non esiste immediatezza. Ebbene, la migliore arte contemporanea è proprio a questa utopia che aspira.
Un libro importante, questo edito da Shake, perché ci mostra con gli occhi di una critica militante, nel senso pre-politico – che non significa apolitico – del termine, come sgomberare il campo dai pregiudizi significhi arrivare alla possibilità di ricominciare un percorso rinnovato nel suo desiderio di intrecciare relazioni e senso senza rinunciare a sé stessi e alla propria capacità di porsi domande e mantenersi vivi. Per citare Bob Dylan, altro artista dell’epoca che sta tornando di moda: “Ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso”. Un auspicio per chiunque si avvicinerà alla lettura di questa nuova pubblicazione.




