È ancora il giorno di Freddie Mercury

È ancora il giorno di Freddie Mercury

MONDO – In quello che sarebbe stato il suo settantacinquesimo compleanno, ricordiamo Freddie Mercury, la più grande leggenda della musica mondiale celebrata in ogni angolo del pianeta.

Non è destino comune di tutti gli artisti scomparsi di essere ricordati ciclicamente ogni anno. Questo però è il destino di Freddie Mercury, all’anagrafe Farrokh Bulsara, che proprio oggi, 5 settembre, avrebbe spento 75 candeline.

Nessuno come il cantante di Zanzibar è riuscito a penetrare e permeare l’immaginario collettivo con tale forza, prepotenza e allo stesso tempo naturalezza e verità. Chiunque, anche chi non è appassionato di musica o delle gesta della leggendaria band inglese, conosce il destino e la parabola umana del frontman dei Queen, la sua estetica, il suo microfono a mezz’asta, i suoi baffi a mezza luna che circumnavigavano il labbro superiore, il suo “abitare” il palco e ogni volta perimetrarlo andandone a scomporre la presunta unitarietà. Era capace come nessuno con i suoi movimenti, scattanti e scattosi, di incidere lo spazio di scena e con la sua voce, capace di estendersi senza limiti per addizioni successive, di scolpire silenzi altrimenti impronunciabili.

Freddie Mercury

 

Il carisma di Mercury diveniva calamita e calamità naturale per ogni osservatore, appassionato, fan, ammiratore dell’artista britannico, senza che però questo sia mai andato ad offuscare la luminosità effervescente del gruppo. Tanto era popolare il suo frontman, altrettanto lo erano i Queen. L’identificazione della massa adorante con l’idolo, passo imprescindibile e decisivo per incasellare nel puzzle della storia la propria mitologia, è andata costantemente di pari passo con la fedeltà alla band.

La storia artistica di Mercury coincide con quella dei Queen e quella dei Queen, inesorabilmente, è rimasta legata al destino del suo pioniere. La fedeltà a quella storia, a quella vicenda prima umana e poi musicale, ha fatto sì che l’immagine di Mercury restasse incastonata in quell’ideale lì, in quell’”utopia buona” sorta nel 1970 ma spentasi troppo presto per lui il 24 novembre del 1991. Esattamente come nel calcio la bandiera di una squadra diventa emblema della stessa, promettendo fedeltà eterna a destini che inesorabilmente divengono comuni, così Mercury ha fatto in tutto il suo percorso artistico ribadendolo anche il 12 luglio 1986 nel concerto oceanico di Wembley: “non date retta alle voci, i Queen non si dividono. Resteremo insieme fino alla morte, ne sono sicuro”. E così è stato.

Freddie Mercury

Il talento musicale e scenico di Mercury è stato quasi eccessivo, tracimante, istintuale, per nulla filtrato dalla costruzione mediatica del suo genio ma assolutamente concatenato ad esso. Era una fonte inesauribile di idee e progetti, un irrefrenabile (ri)cercatore di sonorità spaziando dall’Hard rock degli esordi e in particolare di quasi tutti gli anni ’70, per passare al Glam rock, al Pop rock e all’Art Rock di tutti gli anni ’80 con la fatidica svolta e l’ingresso sulla scena del rock internazionale dei sintetizzatori.

Da Queen II del 1974 a Hot Space del 1982, c’è tutto il passaggio di senso e di sonorità che i Queen e Mercury hanno fatto senza paura di venire fraintesi, e senza che la loro svolta “pop” li andasse a declassare dalla storia del Rock mondiale alla quale per “diritto naturale” appartengono. Il non rimanere mai uguali a loro stessi, il voler “divagare” in senso etimologico, ossia “andare errando” per i sentieri e le vie della musica europea e mondiale, il loro reinventarsi e inverarsi nella contemporaneità che ogni volta vivevano e contribuivano a fare, il loro dinamismo ed eclettismo scenico, la loro irrefrenabile voglia di esserci autenticamente li ha resi immortali agli occhi di chi li ha ascoltati. E di chi, in loro, ha creduto. Freddie Mercury è stato il portabandiera di questa cavalcata trionfale, l’arciere che scoccava la freccia, scandiva il ritmo e teneva il tempo di questa epopea. Di questo inconscio collettivo. Di questa immersione mai del tutto definita e definitiva. Perché la grandezza dei geni, se sono realmente tali, sta nel fatto che la loro vera arte risiede in ciò che è trattenuto e non in ciò che viene sprigionato. Nell’energia che si preserva e non in quella che si cede. Così è stato per il frontman dei Queen: ogni volta era la prima volta e ogni volta non era mai come quella precedente.

Freddie Mercury

Ma l’opera più grande del cantante nato nel protettorato britannico di Zanzibar, è stata la sua fine. Il suo ultimo grido. Il suo tramonto. L’ultimo canto del cigno. La malattia scoperta sul finire del 1986 e la sentenza era chiara: AIDS. La sindrome da immunodeficienza acquisita aveva costretto il corpo della più grande leggenda della musica di ogni tempo. Qui non si vuole far combaciare l’artista con la sua malattia, non lo si vuole identificare col suo morbo, bensì testimoniare la sua grandezza nel sapersi finito. Una finitezza che aveva gli anni contati, che osservava il suo orizzonte rimpicciolirsi sempre di più, un corpo che si raggrinziva e che portava come un lutto il proprio sangue nelle vene. Mercury, cristianamente, ha rappresentato il dolore, lo ha in-scenato, ma non lo ha mai spettacolarizzato. Non lo ha mai pubblicizzato. La sua è stata una testimonianza di vita, la malattia che inesorabilmente andava a logorare l’integrità del suo fisico, quindi la dimensione oggettivante della mitizzazione della sua figura, era diventata megafono per accendere i riflettori su una problematica che aveva mietuto vittime in tutti gli anni ’80 e che solo qualche anno dopo sarebbe diventata contenibile e con le terapie giuste e tempestive avrebbe preservato dalla morte.

Freddie Mercury

L’ultimo album in studio dei Queen con Mercury a capeggiarne le fila è Innuendo, pubblicato il 4 febbraio 1991. A venti giorni esatti dalla sua morte, l’ultimo capolavoro. L’ennesimo capolavoro. Il viaggio del figlio che ha permesso il ritorno del Padre. Un padre, di fatto, mai andato via.

Testo di Claudio Troilo

Autore MyWhere

Leave a Reply

Your email address will not be published.