MONDO – Celebriamo il compleanno di David Robert Joseph Beckham, icona planetaria del calcio e dello stile che oggi compie 50 anni. Ripercorriamo insieme la storia del ragazzo di Leytonstone diventato leggenda.
Nel giorno del suo cinquantesimo compleanno, celebriamo la vita e la carriera calcistica di David Beckham. Campione d’Inghilterra, di Spagna, d’America e d’Europa. Finalista mondiale con la sua nazionale, protagonista assoluto nei più grandi club del pianeta e pioniere dell’immagine sportiva nel nuovo millennio.
Ma David Beckham è molto più del suo destro micidiale, delle sue punizioni chirurgiche o della sua bellezza: è un simbolo culturale, un ponte tra sport, moda e pop culture, che ha riscritto le regole del gioco, dentro e fuori dal campo.

Il ragazzo di Leytonstone
Leytonstone, East London, 2 maggio 1975. Un quartiere operaio, un padre appassionato dello United e una madre parrucchiera. È qui che nasce David Robert Joseph Beckham, il ragazzo che sogna Old Trafford fin da quando ha memoria.
La leggenda comincia nei parchi pubblici, dove David gioca ore e ore con il padre Ted, con chiunque, o anche da solo. A scuola, quando gli chiedono cosa vuole fare da grande, risponde con convinzione che lui, David, avrebbe fatto solo una cosa: il calciatore. E non è un capriccio infantile. Lo dice con lo sguardo di chi già sente il profumo dell’erba tagliata di Manchester.
A undici anni partecipa al Bobby Charlton Soccer School. Si distingue talmente tanto da vincere il premio di miglior talento. In quel momento scatta qualcosa. Prima viene notato dal Tottenham, poi, finalmente, arriva la chiamata da Manchester United. La famiglia si commuove.

A 14 anni firma con lo United e si trasferisce nella casa dei giovani talenti a Manchester. Lì incontra gli altri Fergie’s Fledglings. Ci sono Giggs, Scholes, Butt, i fratelli Neville. Ragazzi affamati, determinati. Nasce la Classe del ’92.
Nel 1992, con la squadra Under-18 di Alex Ferguson, conquista il titolo nazionale giovanile inglese. Il debutto in prima squadra arriva nel 1995, nella partita di Premier League contro il Leeds. Come spesso accade, però, va in prestito al Preston North End in Third Division dove segna 2 gol in 5 partite. Ma è solo una piccola parentesi. È l’inizio del suo cammino nel mito Red Devils. David Beckham entra stabilmente in prima squadra, il talento di centrocampista è evidente.
Il Teatro dei Sogni. L’ascesa al Manchester United di David Beckham
Beckham esplode nella stagione 1995-96. Ha appena 20 anni, ma gioca con l’autorità di un veterano. Sir Alex Ferguson, che ha già intuito la pasta del ragazzo, lo lancia titolare. Il giovane ripaga la fiducia con una stagione sontuosa. Il Manchester United vince campionato e FA Cup.
In agosto, nella gara d’esordio contro il Wimbledon, Beckham vede il portiere fuori dai pali. È a centrocampo, ma non ci pensa due volte. Calcia. Il pallone si alza, curva, vola e si infila in porta. È il gol che cambia tutto: “Quando il piede colpì quel pallone, si aprì per me la porta al resto della mia vita”.
Nel 1999 entra nella storia. Insieme a Giggs, Scholes, Keane e Cole, guida il Manchester a un incredibile Treble. Premier League, FA Cup e Champions League.

In quella finale folle contro il Bayern Monaco, David batte due calci d’angolo nei minuti di recupero: entrambi decisivi. È sempre lì, quando serve. Ha il piede che disegna traiettorie. È uno scultore dell’aria dirà Gary Neville. Beckham incarna lo spirito Red Devils. Un calciatore elegante, laborioso, vincente. Diventa un’icona globale, ma resta profondamente British.
Nel 2001 guida la nazionale in una delle notti più leggendarie del calcio britannico. Inghilterra-Grecia, qualificazioni ai Mondiali. Al 93’, con il punteggio bloccato sul 1-2, Beckham calcia una punizione da 30 metri. Gol. Wembley esplode. La sua esultanza, braccia al cielo, è storia. Il Paese intero urla il suo nome.
Ma non è tutto oro quello che luccica. E anche le più belle storie d’amore rischiano di andare in frantumi. E la storia d’amore di David con i Red Devils è al capolinea.

Il rapporto con Ferguson si logora. Un episodio su tutti, la goccia che fa traboccare il vaso è datata 2003, negli spogliatoi, Sir Alex lancia una scarpa. Colpisce Beckham sopra l’occhio. Si parla di screzi, gelosie, divergenze.
È la fine di un’epoca. Beckham lascia Old Trafford nel 2003 con 394 presenze, 85 reti e 12 trofei. Lo United perde un figlio. Il calcio mondiale guadagna un’icona.
“Tra me e lui c’era una fila di scarpe, David imprecò. Mi avvicinai a lui e presi a calci uno scarpino che lo colpì proprio sopra l’occhio. Lui naturalmente si alzò di scatto ma i compagni lo fermarono. Io gli dissi: ‘Siediti, hai deluso la tua squadra. Puoi discutere quanto vuoi’. Il giorno seguente la storia era su tutti i giornali: fu allora che dissi al consiglio d’amministrazione che David doveva andarsene”. Così Sir Alex Ferguson commentò in seguito il trasferimento del gioiello inglese.

¡Hala Madrid!
Estate 2003, Madrid. Beckham sbarca nel Real Madrid dei Galácticos. Florentino Pérez lo accoglie con una frase profetica: “Sei arrivato dal Teatro dei Sogni per unirti alla squadra dei tuoi sogni”.
Sul palco del Bernabéu stringe orgoglioso la maglia numero 23 (in omaggio a Michael Jordan) e ringrazia in un commosso spagnolo: “¡Gracias! ¡Hala Madrid! – Poi dichiara in inglese – Ho sempre amato il calcio… il calcio è tutto per me e arrivare al Real Madrid è la realizzazione di un sogno”.
All’inizio i tifosi lo guardano con sospetto. È troppo glamour, troppo modello, troppo inglese. Ma David risponde come ha sempre fatto. Con il lavoro.
Si allena duramente, arriva sempre per primo, va via per ultimo. Zidane lo ammira, Ronaldo lo protegge, Figo gli cede lo spazio a destra. In uno spogliatoio di egocentrici, Beckham trova il modo di essere rispettato.

In campo è regolare, costante. Meno appariscente che a Manchester, ma più maturo. Gioca ovunque serve: a volte anche da mediano. Una sera, dopo un duro tackle, si rialza col volto insanguinato. Il Bernabéu applaude. E lì, in quel preciso momento, diventa uno di loro.
Si arriva al 2007, la sua ultima stagione a Madrid. Capello lo relega inizialmente in panchina. E David Beckham non si lamenta. Sta in silenzio e continua a lavorare. Rientra in campo da protagonista e guida il Real alla conquista della Liga, ribaltando il pronostico. Se ne va in silenzio, con un titolo in mano e l’affetto di una tifoseria che, alla fine, ha imparato ad amarlo davvero.
Florentino Pérez, anni dopo, dirà: “Beckham ha portato al Madrid più di quanto si potesse immaginare: professionalità, eleganza, spirito di sacrificio. Un signore“.

The American Dream
David Beckham decide di varcare l’Atlantico e inseguire il sogno americano. Firma con i Los Angeles Galaxy un contratto record di 5 anni per 32,5 milioni di dollari.
Subito diventa il volto e la regola (il Beckham Rule) del nuovo millennio di MLS. L’arrivo di Beckham scuote l’America del calcio. Lo stesso David precisa all’esordio: “Non sono venuto qui per essere una superstar… Sono venuto per essere parte della squadra, lavorare sodo e vincere qualcosa… Sono venuto per fare la differenza”.
Parole profetiche. Non è qui per fare da comparsa e ai Galaxy trova ancora il suo calcio, trionfando due volte in MLS Cup (dopo la parentesi rossonera). In totale, con i Galaxy segna 18 reti in 98 partite.
E soprattutto la sua presenza innalza il livello del campionato. L’MLS passa da 12 a 20 squadre e l’affluenza media sale da 15.000 a oltre 21.000 spettatori.
David Beckham non è solo un atleta, è un fenomeno pop. Con l’America porta il calcio alla ribalta e consolida il suo status di icona mondiale.

Un Diavolo per… Ancelotti
Nel gennaio 2009 l’Italia chiama. Si tratta del Milan del patron Berlusconi e dell’allenatore Carlo Ancelotti che riescono a tesserare Beckham in prestito dal Galaxy. Nonostante qualche dubbio sulle sue condizioni fisiche, David conquista i tifosi milanisti sin dal debutto (11 gennaio 2009 contro la Roma) segnando una settimana dopo contro il Bologna.

Sotto la guida di Ancelotti (e poi di Leonardo), l’inglese mostra tutta la sua classe. Un piede destro che sa ancora come pennellare cross millimetrici e giocate di qualità, contribuendo al buon cammino del Diavolo nel girone di ritorno.
A inizio 2010 Galliani spinge per un secondo prestito al Milan, ma un infortunio al tendine d’Achille mette fine anzitempo alla sua stagione. Il rientro a Los Angeles è inevitabile.

Sotto l’arco di Trionfo
Dopo il rientro in America, si arriva al gennaio 2013. L’ultima avventura da calciatore.
Beckham firma per il Paris Saint-Germain, voluto dal suo amico e coach Carlo Ancelotti. Accoglie questa nuova sfida con un gesto simbolico. Annuncia, infatti, di devolvere il suo ingaggio (cinque mesi di contratto) in beneficenza per i bambini parigini.
Come già aveva fatto in passato, David dimostra cuore e professionalità anche al Parco dei Principi. gioca molte partite, riceve affetto dai tifosi e aiuta il PSG a vincere il campionato francese 2013.
A fine stagione posa con il trofeo, poi appende le scarpe al chiodo con la maglia del club parigino, chiudendo la sua straordinaria carriera da calciatore. Simbolica l’immagine di David sollevato e lanciato in aria dai propri compagni, a omaggiare un grande giocatore.

L’ Inter Miami di David Beckham
Il pallone però non smette di scorrere neanche dopo il ritiro. Nel 2014 Beckham esercita l’opzione pattuita a inizio carriera per acquistare una franchigia MLS e nel 2018 viene ufficializzato l’Inter Miami CF, squadra da lui co-fondata e co-controllata.
La franchigia debutta nel campionato americano nel 2020, realizzando il sogno d’infanzia di David di diventare proprietario di un club. Oggi l’Inter Miami cresce sotto la guida di Lionel Messi, ma è già un simbolo di come Beckham abbia saputo ricreare la magia del calcio anche oltreoceano.
A 50 anni Beckham resta una figura poliedrica: eroe del campo con le sue punizioni impossibili, ambasciatore di valori con la sua umanità, e imprenditore visionario con i suoi progetti globali. La narrazione della sua vita è fatta di momenti di pura intensità – dal gol volante del ’96 alla vittoria con il PSG – mescolati a gesti concreti di solidarietà.

Un compleanno da campione: David Beckham fuori dal campo
Ma David non è solo calcio. Fuori dal rettangolo verde, David nel 1999 sposa Victoria Adams e insieme formano una delle coppie più celebri e glamour del pianeta. Hanno quattro figli.
Parallelamente Beckham coltiva interessi imprenditoriali e filantropici: è spesso volto globale di grandi brand (Adidas, Hugo Boss, Tudor ecc.) e nel 2019 fonda lo Studio 99, casa di produzione di documentari sportivi di successo.
È anche Ambasciatore UNICEF dal 2005 e nel 2015 lancia il 7 Fund in collaborazione con l’ONU per sostenere bambini e ragazzi in difficoltà.
David Beckham non è solo il ragazzo bello, con capelli sempre perfetti. Non è solo lo Spice Boy, un sex symbol. Lui è un simbolo, un simbolo generazione con una grandissimo talento che Dio gli ha donato. Lui ha dipinto calcio, con tocchi precisi, violenti e intelligenti. E noi abbiamo solo potuto ammirare.
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