MILANO – Inaugurata presso Siteroom in via Washington a fine marzo, e terminerà il 18 aprile di quest’anno, una mostra di opere di Evaristo Petrocchi. Artista romano di nascita ma attualmente domiciliato ad Assisi, Petrocchi lavora con la Natura ibridandola con prodotti e veleni umani, per mostrarci quanto la resilienza della prima sia inesorabile. Ma oltre il senso, c’è un lavoro con la ‘musica’ delle materie in gioco che andrebbe approfondito. Vediamo di farlo …
Negazione della negazione
Quando arrivo presso Siteroom e inizio a osservare le opere di Evaristo Petrocchi, due elementi mi vengono in mente. La serie “Intelligenza Naturale”, innanzitutto, mi riporta a Rothko, Malevic e all’astrattismo (paradossale, ma tant’è). Quel negare un gesto artistico sovrapponendolo a un altro gesto artistico, come nel “Quadrato bianco su fondo bianco”, o come in alcuni dipinti della Rothko Chapel. Qui, dal lato di Petrocchi, abbiamo invece una dimensione petrolifera e umana distruttiva, cui gli elementi naturali ‘resistono’.

Non credo che questa sovrapposizione di nervi sia un caso. Petrocchi non ci parla solo della resilienza, come già abbiamo scritto, della vita alla morte. Ma, con un gesto deciso, ci mostra ‘come’ la vita vince sulla morte. E lo fa con un elemento – che ci tornerà utile tra poco – che è il silenzio. Ma un silenzio che vede la Natura stessa esprimersi ed espandersi, lenta ma inesorabile, nel tempo. Silenzio più tempo uguale: musica. Chiedete a John Cage, se non ne siete convinti.

Evaristo Petrocchi: l’etica è l’estetica
L’altro elemento esterno, l’altra artista che mi è venuta in mente osservando le opere di questa mostra è la (ormai non più) giovane statunitense Sabrina Siegel. La conobbi più di dieci anni fa e non so che cosa stia facendo ora, ma all’epoca due erano le direttrici del suo lavoro artistico: il pianoforte, inserito in un contesto performativo, e poi dei disegni che Siegel lasciava ‘fermentare’ sotto le finestre di casa, in un giardino, in modo che la pioggia, il vento, e tutti i possibili casuali elementi naturali potessero interagire con le sue creazioni mutandole.
Come i disegni di Siegel, così i soffioni e le opere ‘miste’ di Petrocchi ci parlano di questa ibridazione musicale (“la musica è come decoriamo il tempo” diceva Basquiat) che rimanda potentemente a opere come “Kraanerg” di Xenakis. Dove strumenti veri e nastri magnetici interagivano in un’unica, organica opera. O all’”Helikopter Streichquartett” di Stockhausen, dove la musica per quartetto d’archi si mescola al rumore delle pale degli elicotteri in volo.

Fuori o dentro la dialettica?
Siamo ancora nella dialettica uomo-natura (o nella dialettica tout-court), con queste opere? Dovremmo chiedere a un esperto come Massimo Cacciari (leggetevi la sua introduzione allo storico saggio di Benjamin sull’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica pubblicato per Einaudi qualche annetto fa). Nel frattempo, possiamo dirci che lo scarabeo che muta disperando della propria solitudine, opera costata qualche anno al suo autore, è qualcosa di più di uno scarabeo umanizzato.
E’ infatti come se in questo “Insetto raro alla disperata ricerca di un proprio simile”, l’oltreuomo nietzschiano in forma di elemento naturale, non trascendesse – ammesso che questo termine non faccia venire l’orticaria al filosofo tedesco – per un conato di volontà, ma non ostante sé stesso. E allora, tutti gli sforzi dell’uomo per stabilire una propria coerenza, anche solo organica, sono dall’autore di queste opere mostrate per quello che sono: una vera e propria, irrazionale, vanità.
INTELLIGENZE NATURALI
Evaristo Petrocchi
25 marzo – 18 aprile 2026
Testo critico di Emanuele Beluffi
SITEROOM
Via Washington 106, Milano
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