FIRENZE – Sono finalmente riuscita a immergermi nell’universo del colore di Mark Rothko a Palazzo Strozzi, una mostra straordinaria che aspettavo da tempo. Dopo aver perso l’occasione di vederlo a Parigi, Firenze si è trasformata nel luogo perfetto per ritrovare uno degli artisti che amo di più, in un percorso intenso tra spiritualità, colore e silenzio.
Ci sono mostre che aspetti per mesi, altre per anni. Per me, quella dedicata a Mark Rothko rientra senza dubbio nella seconda categoria. Dopo aver perso l’occasione di vederlo a Parigi, l’arrivo di Rothko a Firenze ha rappresentato molto più di una semplice visita: una sorta di appuntamento rimandato, finalmente mantenuto.

Entrare a Palazzo Strozzi significa già predisporre lo sguardo a qualcosa di importante, ma questa volta la sensazione è ancora più intensa. Qui, infatti, si crea un dialogo profondo tra lo spazio rinascimentale e la pittura di Rothko, fatta di campiture cromatiche capaci di ridefinire la percezione stessa dello spazio.
“Rothko ha ridefinito il linguaggio della pittura del Novecento, trasformando il colore in esperienza, spazio e meditazione”
dichiara Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi.
“Questa mostra rappresenta un progetto unico, concepito appositamente per Palazzo Strozzi, ed è nata dal desiderio di offrire un incontro profondo con la sua ricerca, ricostruendo nelle nostre sale tutte le principali fasi della sua carriera, attraverso una ampia selezione di opere, e mettendo in dialogo la potenza silenziosa delle sue opere con la storia della città”.

Marcus Rotkovitch nasce il 25 settembre 1903 a Dvinsk (Impero russo, oggi Lettonia).
Rothko e Firenze: un dialogo tra classico e contemporaneo
La mostra, visitabile dal 14 marzo al 23 agosto 2026, è una delle più importanti mai dedicate in Italia al maestro dell’arte moderna americana. Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, è stata concepita appositamente per Firenze, città che si rivela sorprendentemente affine alla poetica dell’artista.
“Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava” afferma Christopher Rothko, curatore della mostra. “Ispirato dai suoi viaggi a Roma e Firenze, quell’elemento spirituale divenne ancora più centrale. In tutta la mostra abbiamo allestito sale intime dove l’interazione personale con le opere di Rothko è massimizzata e valorizzata dalla loro risonanza con le sale storiche stesse”.

Il percorso mette in evidenza quella tensione costante tra misura classica e libertà espressiva che caratterizza tutta la sua produzione. Ed è proprio questo equilibrio a rendere Firenze il contesto ideale per accogliere Rothko, quasi a creare un ponte tra tradizione e contemporaneità.

Un percorso cronologico che racconta un’evoluzione
L’allestimento segue un andamento cronologico che permette di attraversare l’intera carriera dell’artista. Si parte dagli anni Trenta e Quaranta, con opere ancora figurative e influenzate da Espressionismo e Surrealismo, per arrivare gradualmente alle celebri tele astratte degli anni Cinquanta e Sessanta.

Nelle composizioni degli anni Cinquanta Rothko esplora come colore e luce possano generare un’esperienza emotiva diretta per chi osserva. La tavolozza si sposta dai gialli e dai rossi luminosi verso tonalità più profonde e attenuate. La stesura pittorica è morbida e atmosferica, costruita attraverso strati di colore sottili che permettono alla luce di affiorare dall’interno della superficie come si vede più tipicamente in No. 12, 1951, e Orange and Tan, 1954.
Rothko riconosce l’immediatezza emotiva dei suoi dipinti, pur resistendo a essere definito dal solo colore. Respinge l’idea di una tranquillità spesso attribuita alla sua opera, descrivendo invece ogni superficie come portatrice di un’energia intensa, persino violenta, trattenuta e compressa sulla superficie dipinta.
È proprio in questa fase che Rothko raggiunge la sua massima espressione: grandi superfici di colore che non si limitano a essere osservate, ma che coinvolgono emotivamente lo spettatore, creando un rapporto diretto e quasi intimo con chi guarda.

Il colore come esperienza emotiva e spirituale
Davanti alle opere più iconiche si comprende davvero la forza di Rothko. Le sue tele non sono semplici dipinti, ma spazi emotivi in cui il colore diventa linguaggio universale.

Le sfumature vibrano, i contorni si dissolvono e il tempo sembra rallentare. È una pittura che richiede attenzione, ma che restituisce molto di più: una sensazione di sospensione, quasi una forma di spiritualità laica che attraversa lo spettatore.
Capolavori dai più grandi musei del mondo
La mostra riunisce opere provenienti da alcune delle più prestigiose istituzioni internazionali, tra cui il Museum of Modern Art (MoMA) e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.

Un insieme di prestiti che rende questa esposizione un evento unico e difficilmente replicabile, capace di offrire una visione completa e approfondita dell’opera di Rothko.

Metà e fine anni Cinquanta
Tra la metà e la fine degli anni Cinquanta la tavolozza di Rothko si fa progressivamente più fredda e attenuata.

I rossi accesi e i gialli luminosi degli anni precedenti cedono il posto a verdi e blu profondi, segnando l’inizio di una fase più introspettiva. Il colore sembra rivolgersi verso l’interno, dando vita a un’atmosfera di sospensione e di silenziosa riflessione.

In questi anni Rothko comincia a insegnare al Brooklyn College e intrattiene un fitto scambio epistolare con la curatrice Katharine Kuh, che nel 1954 lo invita a esporre all’Art Institute of Chicago. Dalle loro lettere emerge la convinzione dell’artista che i dipinti debbano parlare direttamente a chi osserva, senza il filtro dell’interpretazione critica.

Per Rothko il “silenzio” costituisce la forma più autentica di dialogo tra l’opera e lo spettatore, idea che trova un’eco evidente nell’immobilità meditativa di queste opere verdi e blu.
Tardi anni Cinquanta – primi Sessanta
Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, la tavolozza di Rothko si fa più intensa, dominata da rossi più profondi e saturi. Nel 1958 rappresenta gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia insieme a David Smith, Mark Tobey e Seymour Lipton.

La mostra rivela una svolta decisiva nella sua pittura, con l’emergere delle tonalità rosso scuro e brune che avrebbero definito molte tele del decennio successivo. L’anno seguente torna nuovamente in Italia, visitando i templi di Paestum e gli affreschi di Pompei, che continuarono a ispirarlo.

I rossi intensi e consumati dalle intemperie delle mura romane e la quiete avvolgente di quegli spazi hanno profondamente influenzato il suo senso del colore e delle proporzioni.

Possiamo percepire quelle impressioni nelle opere esposte in questa sala. I sottili strati di pigmento variano dal rosso mattone opaco al cremisi intenso, creando uno spazio di luminosità compressa ed evocando una meditazione sulla persistenza della luce nell’oscurità. È un periodo di intensa concentrazione emotiva, in cui la luce sembra trattenuta ai confini del buio.

Dal 1964 al 1967 Rothko lavora a un ciclo di dipinti commissionati dai collezionisti e mecenati Dominique e John de Menil per una cappella a Houston. La cappella, ora aconfessionale, ospita quattordici tele, corrispondenti alle stazioni della Via Crucis. Nel 1969 viene creata The Mark Rothko Foundation con l’obiettivo di fornire assistenza ad artisti disagiati.
Gravemente malato, Mark Rothko si suicida nel suo studio a New York nel 1970.

a cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna
pp. 216 con 180 ill. a col. e in b/n euro 50,00 due edizioni, italiano e inglese
Una mostra che lascia il segno
Uscendo da Palazzo Strozzi, resta una sensazione difficile da descrivere ma impossibile da ignorare. Le opere di Rothko continuano a lavorare dentro, riaffiorano nei pensieri e nello sguardo.
Per me è stato molto più di una semplice visita: è stato un incontro atteso e finalmente vissuto, capace di confermare ancora una volta la potenza di un artista che non smette mai di parlare, anche nel silenzio.
Tutte le foto MyWhere©
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