24 agosto 79 d.C., quando il Vesuvio ci ha insegnato cosa significa essere “vulcanici”

24 agosto 79 d.C., quando il Vesuvio ci ha insegnato cosa significa essere “vulcanici”

ITALIA – Il 24 agosto è tradizionalmente associato all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., anche se oggi gli studiosi ritengono più probabile una data autunnale. A quasi duemila anni dalla distruzione di Pompei ed Ercolano, quella catastrofe continua però a vivere anche nel nostro linguaggio: è dal vulcano, infatti, che nasce la metafora della persona dal “carattere vulcanico”, energica, passionale e pronta a sprigionare improvvisamente tutta la propria forza.

C’è un’espressione che utilizziamo quasi senza pensarci: “avere un carattere vulcanico”. La diciamo di una persona energica, passionale, impulsiva, capace di entusiasmi improvvisi e reazioni impetuose. Ma perché proprio “vulcanico”? La risposta si trova in una metafora antica e intuitiva, che parte dalla natura del vulcano e arriva fino al modo in cui descriviamo gli esseri umani. E quale giorno migliore per raccontarla se non quello tradizionalmente legato alla più celebre eruzione della storia? Il 24 agosto del 79 d.C., il Vesuvio trasformò per sempre il paesaggio della Campania e cancellò sotto cenere e lapilli città come Pompei, Ercolano e Stabia. La data, però, merita una precisazione: oggi molti studi ritengono più probabile che la catastrofe sia avvenuta in autunno, forse proprio il 24 ottobre.

Pompei deserta Foto MyWhere copyright
Pompei deserta durante il periodo del Covid. foto MyWhere©

Il giorno in cui il Vesuvio esplose nella storia

Quella del 79 d.C. è probabilmente l’eruzione vulcanica più famosa di sempre. Non soltanto per la sua devastante potenza, ma anche perché abbiamo una testimonianza straordinariamente dettagliata di ciò che accadde.

A raccontarla fu Plinio il Giovane, che scrisse a Tacito due lettere descrivendo l’eruzione e la morte dello zio, Plinio il Vecchio. Quest’ultimo, comandante della flotta di Miseno e naturalista, si avvicinò alla zona dell’eruzione nel tentativo di portare soccorso alla popolazione e morì a Stabia. Proprio dalla sua testimonianza deriva anche il termine “eruzione pliniana”, utilizzato ancora oggi in vulcanologia per indicare eruzioni esplosive caratterizzate da enormi colonne eruttive.

Il Vesuvio, fino a quel momento, non era percepito dai Romani come il vulcano attivo che conosciamo oggi. Alle sue pendici prosperavano città, ville e coltivazioni, favorite proprio dalla fertilità dei terreni vulcanici. Un terremoto aveva già colpito duramente l’area nel 63 d.C., ma nessuno poteva immaginare che sedici anni più tardi sarebbe arrivata una catastrofe di proporzioni completamente diverse.

La prima fase dell’eruzione sollevò una gigantesca colonna di materiali nell’atmosfera. Poi arrivarono i flussi piroclastici, nubi incandescenti di gas e particelle che devastarono il territorio e seppellirono definitivamente gli insediamenti circostanti.

Ma cosa c’entra tutto questo con una persona “vulcanica”?

C’entra molto più di quanto possa sembrare.

Quando definiamo qualcuno “vulcanico”, non stiamo semplicemente dicendo che è agitato o che si arrabbia facilmente. La parola richiama un’immagine precisa: quella di qualcosa che accumula energia all’interno e prima o poi la sprigiona.

Un vulcano può sembrare immobile, quasi innocuo. Sotto la superficie, però, possono accumularsi pressioni enormi. Poi arriva il momento in cui quell’energia trova una via d’uscita e si manifesta con una forza difficile da contenere.

La metafora applicata alle persone è praticamente perfetta. Una persona dal carattere vulcanico è infatti qualcuno che vive le emozioni con intensità, che può essere travolto dall’entusiasmo, dalla passione, dalla rabbia o dalla creatività. È una persona che tende a sprigionare energia, proprio come un vulcano quando entra in eruzione.

Da qui arrivano parole come impetuosità, irruenza, vitalità e passione.

Scavi di Pompei foto MyWhere
Scavi di Pompei foto MyWhere

“Vulcanico” non nasce soltanto dal Vesuvio

La parola, naturalmente, non deriva direttamente dal Vesuvio. L’aggettivo “vulcanico” nasce dal nome di Vulcano, il dio romano del fuoco e della metallurgia, e dal nome dell’isola di Vulcano, nell’arcipelago delle Eolie.

Con il tempo, il termine legato al mondo dei vulcani è diventato una metafora dell’energia che si manifesta improvvisamente.

E questa metafora non è affatto recente.

Una testimonianza interessante arriva dal Dizionario Tommaseo-Bellini, pubblicato tra il 1865 e il 1879. Alla voce “vulcanico” compare già l’espressione “testa vulcanica”, utilizzata per indicare una persona dalla fantasia particolarmente accesa.

È un passaggio linguistico affascinante: il vulcano diventa prima un’immagine della mente, della creatività e dell’immaginazione e, successivamente, anche del temperamento e della personalità.

Non possiamo però affermare con certezza che l’espressione precisa “carattere vulcanico” fosse già stabilizzata nell’Ottocento. Le attestazioni disponibili permettono piuttosto di documentare l’esistenza della metafora e il suo utilizzo per descrivere una mente ricca di energia e fantasia.

Vesuvio foto MyWhere
La Vista del Vesuvio agli Scavi di Pompei con la Statua dell’artista Igor Mitoraj in primo piano. foto MyWhere©

Dal magma alle emozioni

Il percorso della metafora è quasi una piccola storia raccontata in quattro passaggi:

vulcano → energia interna → eruzione → persona che sprigiona energia.

È questo il motivo per cui “vulcanico” funziona così bene quando parliamo di una persona.

Dire che qualcuno ha un carattere vulcanico significa immaginarlo come una forza della natura: difficile da contenere, imprevedibile, appassionata e capace di esplodere improvvisamente.

Oggi, infatti, il significato è ancora più ampio. “Vulcanica” può essere una persona ricca di idee e iniziative, ma anche qualcuno dotato di grande vitalità, energia, impetuosità e irruenza.

Insomma, dietro una semplice espressione quotidiana si nasconde una metafora con una lunga storia.

Carattere vulcanico Vesuvio foto MyWhere

Il Vesuvio, duemila anni dopo

Ed è forse questo il modo più interessante per ricordare l’eruzione del Vesuvio: non soltanto attraverso la tragedia di Pompei, le lettere di Plinio o le immagini delle città sepolte.

Il Vesuvio è entrato anche nel nostro linguaggio.

Ogni volta che definiamo “vulcanica” una persona, utilizziamo inconsapevolmente un’immagine nata dall’osservazione di una delle forze più impressionanti della natura: qualcosa che può apparire immobile e silenzioso, mentre sotto la superficie continua ad accumulare energia.

E forse è proprio questa la parte più affascinante della storia.

Il Vesuvio ha smesso di eruttare quel giorno, ma la sua eruzione continua a vivere nelle parole che usiamo ancora oggi.

Una data da ricordare, ma con un asterisco

Il 24 agosto 79 d.C. rimane la data più conosciuta dell’eruzione del Vesuvio, quella tradizionalmente tramandata sulla base della lettera di Plinio il Giovane. Tuttavia, le evidenze archeologiche hanno progressivamente messo in discussione questa cronologia: frutti autunnali, vino già conservato, bracieri utilizzati nelle abitazioni, abiti pesanti e soprattutto altri elementi documentali fanno pensare a una data successiva all’estate.

Per questo oggi è più corretto parlare del 24 agosto come della data tradizionale, senza dimenticare che la ricerca scientifica continua a indicare l’autunno del 79 d.C. come scenario più plausibile.

E così, anche quasi duemila anni dopo, il Vesuvio rimane quello che è sempre stato: una forza apparentemente silenziosa, capace di ricordarci quanto può essere potente ciò che si nasconde sotto la superficie.

 

Vesuvio Napoli. Foto MyWhere
Vista del Vesuvio dal golfo di Napoli. foto MyWhere©

 

Articolo scritto in collaborazione con l’IA.

Fabiola Cinque

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