A cosa serve l’Arte? Oggi l’arte alla sbarra per “inutilità”

ROMA – Dopo il British Museum di Londra, l’Ermitage di San Pietroburgo, il MOMA di New York, eccoci spettatori dell’ultimo dibattito organizzato per celebrare i 25 anni di The Art Newspaper  dal titolo: – … a cosa serve (ancora) l’Arte? – nella meravigliosa Sala di Raffaello della Pinacoteca Vaticana.

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L’invito ufficiale dell’evento

Si è svolto Giovedì 6 Ottobre 2016 nel Salone di Raffaello dei Musei Vaticani, il dibattito –A cosa serve (ancora) l’arte-. per l’anniversario di The Art Newspaper, edizione internazionale di “Il Giornale dell’Arte” edita a Londra e a New York. Così i quattro Direttori dei più importanti musei del mondo hanno istruito una serie di “processi” pubblici sul ruolo dell’arte nella società contemporanea. A discolpa dell’imputata d’eccezione sono stati chiamati a “deporre” i principali protagonisti della vita civile e culturale dei singoli Paesi.

«… Ma tutto ‘sto parlar d’arte, come avrebbe detto preoccupato Tony Soprano, tutto ‘sto andar per mostre e comprare arte, una piramide su cui dominano precisi, per quanto instabili, obiettivi economici, non sembra aver prodotto il migliore dei mondi possibili».

Così scrive Franco Fanelli, sulla prima pagina del numero di Settembre 2016 di Il Giornale dellArte, a proposito dell’attuale “Rinascimento globalizzato” in cui, nonostante la scelta da parte di molti di fare dell’arte una professione e la babele di linguaggi artistici dati in pasto a frotte di visitatori di mostre e musei resi fruibili in un mondo senza confini, non sono venuti meno gravissimi conflitti e crescenti tensioni sociali.

È da questi presupposti che al vetusto interrogativo sullo statuto ontologico dell’arte si è aggiunto quello che accosta a quest’ultimo termine la categoria di “utilità”, generando una delle più detestabili antinomie figlie dell’ideologia capitalistica neoliberale.

Per rispondere alla domanda “A cosa serve (ancora) l’arte” (“What is Art for”) si è deciso di aprire, non senza una buona dose di provocatoria ironia, una vera e propria inchiesta.

Per celebrare il venticinquesimo anniversario della pubblicazione specializzata The Art Newspaper, edizione internazionale edita a Londra e a New York e che fa parte di un network diffuso in sei edizioni disponibili in 70 nazioni (il già citato “Il Giornale dell’Arte” fu fondato per primo a Torino nel 1983 da Umberto Allemandi), quattro Direttori dei più importanti musei del mondo, Neil MacGregor, Direttore del British Museum di Londra, Glenn D. Lowry, Direttore del MOMA di New York, Mikhail Piotrovsky, Direttore dell’Ermitage di San Pietroburgo e Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani di Roma hanno deciso di istruire quattro “processi pubblici” sul ruolo dell’arte nella società contemporanea.

Dopo i primi tre appuntamenti, tenutisi rispettivamente al British Museum di Londra nell’Ottobre 2015, all’Ermitage di San Pietroburgo nel Marzo 2016 e al MOMA di New York nel Maggio successivo, siamo stati presenti all’ultimo dei dibattimenti che si è svolto il 6 Ottobre 2016 in un’“aula di tribunale” quanto mai consona al prestigio dell’imputata: la Sala di Raffaello della Pinacoteca vaticana.

Quest’ala dei Musei Vaticani è sorta in epoca relativamente recente. Essa risale infatti al 1932, quando fu fatta costruire, in una parte del Giardino Quadratodall’architetto Luca Beltrami per volere di Papa Pio XI, appositamente per ospitare la Pinacoteca. Prima di trovare definitiva collocazione nell’attuale sede, le opere venivano spesso spostate tra i vari palazzi apostolici. Va detto che la Pinacoteca intesa nella moderna accezione di esposizione aperta al pubblico nacque solo nel 1817 quando, caduto Napoleone, si ebbe la restituzione di alcune opere secondo quanto sancito nel Congresso di Vienna. A queste si aggiunsero nel tempo copiose donazioni e acquisizioni, in seguito alle quali la collezione raggiunse l’attuale numero di circa 460 dipinti, disposti nelle diciotto sale secondo un ordine cronologico che va dai cosiddetti “primitivi” italiani del XII secolo al XIX secolo. Nel mezzo i capolavori dei maggiori artisti italiani, come Giotto, Raffaello, Leonardo e Caravaggio, e molti stranieri.

Attraversare questi ambienti in cui la luce naturale valorizza secoli di meraviglie che la vista fatica a sopportare tutte insieme, mentre l’altezza vertiginosa dei soffitti rammenta l’irrilevanza del singolo slegato dal resto della catena umana, equivale a ripercorrere la storia italiana e occidentale sul naviglio del fior fiore degli ingegni artistici che ci hanno preceduto.

Come le parole di uno degli attori del “processo” in via d’apertura avrebbero di lì a poco rimarcato, la risposta al quesito fondante del dibattito è già più che eloquente per chi si trovi in luoghi eccezionali come i Musei Vaticani. «Se questi non fosse in grado di rispondersi, sarebbe opportuno che ordinatamente si alzasse e lasciasse la sala», avrebbe infatti chiosato in qualità di “PM” il vero ex-magistrato Francesco Messineo, molta della lunga carriera del quale è stata dedicata alla lotta contro la mafia, avendo ricoperto ruoli come quello di Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Palermo e di Procuratore della Repubblica a Caltanissetta e a Termini Imerese.

Alla presenza del “giudice” Antonio Paolucci e previa “accusa” da parte del “PM”, sono stati chiamati a deporre la propria testimonianza in difesa dell’arte, in un clima di pieno rigore giurisprudenziale, quattro personalità di spicco: Carlo Ossola, professore di “Letterature moderne dell’Europa neolatina” al Collège de France, membro dell’Accademia dei Lincei e autore di numerose pubblicazioni; Gian Antonio Stella, editorialista del Corriere della Sera, vincitore di molti premi giornalistici e autore di libri di successo come “La casta. Così i politici sono diventati intoccabili”; Paola Santarelli, Cavaliere del Lavoro, Presidente della Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli Onlus, Consigliere della Fondazione Umberto Veronesi, membro del Comitato direttivo dell’Associazione internazionale Messaggeri della Pace ONLUS, collezionista e molto altro ancora; Carlo Majer, Presidente di una delle principali aziende europee nella distribuzione automatica, con all’attivo la direzione artistica del Teatro Regio di Torino e del San Carlo di Napoli, la docenza presso l’Università Federico II di Napoli e lo IUAV di Venezia e la conduzione di vari cicli di trasmissioni su RaiTre.

Le quattro testimonianze, diverse fra loro ma egualmente puntuali e sentite da parte dei relatori, hanno composto con la loro analisi l’immagine di un mosaico che coglie in profondità l’essenza dell’arte e il suo valore per l’uomo di ogni epoca.

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Carlo Ossola discetta sull’affresco di Monte Oliveto Maggiore che ritrae un episodio della vita di Benedetto

Nell’erudita riflessione da intellettuale puro esposta da Ossola, che da un affresco di Monte Oliveto Maggiore su un episodio della vita di Benedetto da Norcia ci ha condotto nella temperie della dissidenza russa del 1917 e al mausoleo di Lenin, si è potuto cogliere la funzione di fonte indiretta svolta dall’arte, che diviene testimone della storia facendosi figura.

È poi dall’intervento di Stella, condotto con tanto motivato e documentato allarmismo da far salire un nodo alla gola ad ogni cittadino consapevole, che si è avuta una chiara idea del degrado, del consumo e della cattiva gestione del patrimonio artistico nazionale, vittima anche dell’illegalità. Stella ha usato con ardire l’espressione di “svendita della Patria”, in un momento storico in cui l’uso di quest’ultimo termine è a prescindere boicottato come disdicevole richiamo di nocivi nazionalismi da abbattere ad ogni costo e l’homo migrans, apolide e privo di identità, è annunciato dalle più alte cariche dello Stato come “avanguardia del nostro stile di vita nel prossimo futuro”.

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Un momento della relazione di Gian Antonio Stella sul patrimonio italiano

Fondamentali a mostrarci il “bicchiere mezzo pieno” si sono dimostrate le ultime due testimonianze. In quella di Paola Santarelli, che non ha mancato di dare un esempio delle proprie collezioni di glittiche e di pietre sardonici, si evinceva l’intento di porre in risalto il valore “genetico” dell’arte, come l’elemento che segna il cammino evolutivo dell’uomo e che ci apre alle ragioni e al mondo dell’altro. A queste considerazioni, Santarelli accostava la necessità che gli imprenditori si adoperino per rendere fruibili e adeguatamente comunicate all’estero le proprie collezioni. Non è mancato il ricordo della grave calamità che ha colpito la città di Amatrice, a cui la relatrice è legatissima e in relazione alla quale ha sottolineato il proprio impegno di solidarietà tramite la Fondazione di cui è Presidente, in collaborazione con il Professor Alessandro Viscogliosi e l’Università La Sapienza.

Da questi interventi, conclusi da quello altrettanto pregnante di Carlo Majer sul rapporto arte-individuo, si è potuto cogliere lo spirito propositivo del “processo sui generis”, naturalmente conclusosi con assoluzione dell’imputata con formula piena. Un’assoluzione che non ha tuttavia mancato di congedare i presenti con ancora molti interrogativi, la cui gravità si faceva via via più insistente al cospetto della Madonna di Foligno, della Trasfigurazione e di innumerevoli altri capolavori irripetibili.

Fatta salva l’indignazione nei confronti di quanti con dolo hanno favorito il deperimento del nostro patrimonio artistico culturale, il “giudice” Paolucci ha lapidariamente avviato al termine il dibattito con una considerazione super partes: «La miglior tutela dei beni culturali è la miseria». Il male incontrastabile degli avanzi archeologici e dei manufatti artistici in genere sarebbe da individuare nella “democrazia dei consumi culturali”, nel fatto cioè la discriminante per fruire di determinati beni non sia la levatura intellettuale o spirituale del visitatore, ma dalla capacità economica di cui questi può disporre.

Ancor maggiore perplessità delle innegabili verità esplicitate da Paolucci venivano suscitate dalla successiva e meno sibillina conclusione: «… Per queste ragioni non me la sento di condannare in toto chi per esempio fa il bagno nelle fontane». Come a dire che tutto sommato il nostro Paese non possa fare molto di più rispetto a quello che sta facendo per tutelare la propria storia e la propria identità e che dobbiamo accettarne l’inesorabile perdita, oppure che, tanto in periodi come il Medioevo i copisti amanuensi si adoperarono per salvare i libri dalla distruzione, così oggi confidiamo che sulla Terra resti sempre abbastanza bellezza perché questa possa tornare a fiorire dal cuore dell’uomo.

Pur nell’innegabile clima di incertezza che stiamo vivendo su tutto il giro d’orizzonte, è mancata a questo incontro una chiusa all’altezza dei quattro interventi che si sono succeduti intorno alla questione affrontata. Doversi accomiatare dagli straordinari capolavori custoditi nei Musei Vaticani rimuginando sulla frase “potranno tagliare sino all’ultimo fiore, ma non potranno mai fermare la Primavera” era una magrissima consolazione che lasciava posto a una tremenda inquietudine.

A cosa serve arte

Stefano Maria Pantano

2 Responses to "A cosa serve l’Arte? Oggi l’arte alla sbarra per “inutilità”"

  1. Paolo Riggio
    Paolo Riggio   25 Ottobre 2016 at 16:52

    Bellissimo articolo! Un’iniziativa importante da sottolineare assolutamente e soprattutto un successo italiano!

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  2. Stefano Maria Pantano
    Stefano Maria Pantano   25 Ottobre 2016 at 17:21

    Grazie, Paolo!

    Rispondi

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