Giorgio Albertazzi: memorie dell’ultimo imperatore del teatro

Giorgio Albertazzi: memorie dell’ultimo imperatore del teatro

Nessun funerale, per Giorgio Albertazzi, come per chi sembra non essere mai morto; solo un ultimo saluto laico nella tenuta di famiglia a Pescaia di Grosseto (dimora toscana della moglie Pia de’ Tolomei di Lippa, nobildonna sposata nel 2007 e discendente dell’omonima Pia dantesca). Questa, la volontà del grande attore e regista, morto a 92 anni lo scorso 28 Maggio, che di se stesso amava dire “Non sono credente, come non lo era Kafka”. Intorno alla bara, nel parco, la moglie, con in mano una rosa rossa, e gli amici più stretti, da Maurizio Scaparro (che lo aveva diretto nel suo celebre Adriano) a Oliviero Beha, da Milly Carlucci a Ornella Vanoni e Mariangela D’Abbraccio. Molte anche le persone del luogo, che negli anni hanno stabilito rapporti praticamente quotidiani con il maestro e con sua moglie.

Giovedì 2 Giugno gli ha reso omaggio il Teatro Argentina, di cui era stato direttore dal 2002 al 2008. L’ultimo addio, semplice e pieno di affetto e di rispetto, a un vero monumento del ‘900, nel più importante teatro di Roma: l’urna con le ceneri sul palcoscenico che lo aveva visto trionfare sino a pochi mesi fa, un mazzo di rose bianche e un semplice drappo.

Possiamo davvero dire, senza retorica di circostanza, che con Giorgio Albertazzi scompaia l’ultimo grande imperatore del teatro italiano; ultimo anche di coloro che erano annoverati dalla critica fra “i magnifici quattro”, insieme a Romolo Valli, Vittoro Gassman e Carmelo Bene.

Se gli artisti sono in genere difficilmente inquadrabili entro schemi precisi, ciò è ancor più vero per Albertazzi, non essendo egli stato unicamente attore, ma maestro a tuttotondo della parola detta e scritta, tanto da poterlo definire un “poeta” nel senso più ampio del termine (accezione che Carmelo Bene soleva attribuire a se stesso, più che ai colleghi della “squallida prosa italiana degli ‘Albertazzi’” , appellativo generico con cui indicava quella categoria di attori ai cui vertici vi erano al tempo proprio Gassman e Albertazzi e che perciò stesso disse di aver utilizzato per dare un nome al suo cane-lupo).

Il Maestro nato a Fiesole nel 1923, è stato anche architetto, regista, autore e fotografo, tanto che egli stesso dichiarò in un’occasione:

Sul mio passaporto c’è scritto: attore. In realtà faccio anche il regista, lo sceneggiatore, il riduttore di romanzi per la televisione e ora l’autore teatrale. Alcuni amici sostengono che il mio vero mestiere è l’attore. Altri dicono che dovrei soltanto scrivere. Altri ancora che non dovrei mai più fare una regia teatrale. Chissà quali sono fra questi gli amici autentici?

Enumerare tutti i successi di un pilastro imprescindibile dell’arte drammatica del ‘900 sarebbe un’interminabile elenco e ricorderemo perciò solo le tappe salienti.

Dopo le turbolente vicende politiche, arrivò il debutto in teatro nel 1949 con Troilo e Cressida di Shakespeare, diretto da Luchino Visconti; due anni dopo, quello cinematografico, con il dramma storico Lorenzaccio, di Raffaele Pacini (dove l’attore interpretò Lorenzo de’ Medici); nel 1954 fu la volta della televisione, (appena 26 giorni dopo l’inizio delle trasmissioni tv in Italia), quando recitò in diretta la tragedia di Shakespeare Romeo e Giulietta nel suo programma La prosa del venerdì e vi fu la consacrazione al grande pubblico. Nello stesso anno interpretò il primo di molti ruoli che lo avrebbero visto divo degli sceneggiati Rai degli anni Sessanta: l’esordio fu con Delitto e castigo, per la regia di Franco Enriquez, a cui seguirono Piccolo mondo antico (1957), in Albertazzi assumeva le veci di narratore,  L’idiota (1959) che scrisse e interpretò da protagonista, Vita di Dante (1965) in cui interpretò il sommo poeta fiorentino e Jekyll (1969, tratto dal romanzo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson, di cui curò anche la regia.

Pur avendo lavorato in circa trenta film (fra cui L’anno scorso a Marienbad di Resnais, film del 1961 con cui vinse il Leone d’Oro a Venezia, e Gradiva, del 1970, suo primo e unico film come regista, ove appare con Laura Antonelli) e nella radio, oltre che nella televisione, Giorgio Albertazzi è stato e sarà certamente ricordato soprattutto come una colonna del teatro (spesso anche regista stesso dei propri spettacoli): da ricordare è il suo Amleto, nel 1964, anno in cui, in occasione del 400º anniversario della nascita di Shakespeare, debuttò al teatro Old Vic di Londra, con la regia di Franco Zeffirelli e affiancato da protagoniste femminili quali Anna Proclemer (con cui fu unito anche nella vita) e Anna Maria Guarnieri. Lo spettacolo rimase in cartellone per due mesi, e lo stesso attore dichiarò in un’intervista che  esso fu giudicato da Lawrence Olivier il più bello di quell’anno. Tra coloro che lo interpretarono questo Amleto c’erano Peter O’-Toole, Jean Louis Barrault, Richard Burton e Maximilian Schell. Albertazzi fu inoltre premiato, unico attore non di lingua inglese, con una foto nella galleria dei grandi interpreti shakespeariani (del Bardo inglese interpretò 16 opere in tutto) del Royal National Theatre. Nessun autore, a suo dire, era all’altezza di Shakespeare e Dante…

I grandi successi artistici e di pubblico proseguirono lungo i decenni a seguire, accanto ai più grandi registi e interpreti del panorama nazionale e non solo.

Il suo Enrico IV nei primi anni ’80, diretto da Antonio Calenda, segnò una linea di discrimine nell’establishment teatrale italiano, tanto che si può parlare di “prima” e “dopo” Enrico IV in relazione ad una evoluzione, avvenuta o meno sulla scena italiana, nel rapporto tra pagina e scrittura scenica.

Nel 1988 realizzò per il Dipartimento Scuola Educazione una lettura integrale dell’Inferno di Dante Alighieri, trasmessa da Rai 3.

Non mancano nella carriera di Albertazzi le incursioni nelle forme di spettacolo che coinvolgono la musica: nel 1997 collaborò infatti con la mai troppo compianta cantante Giuni Russo in Verba Tango, spettacolo di musica contemporanea e poesia prodotto da Ezio Trapani.

Più tardi la collaborazione con Dario Fo e Franca Rame e del 2004 è il magnifico progetto culturale che fu realizzato ancora in collaborazione con Fo: un ciclo di lezioni sul teatro italiano (dal periodo classico greco-romano al teatro borghese) trasmesse dalla Rai e intitolate La Lezione: Storie del Teatro in Italia, pubblicate nel 2012 dalla BUR Rizzoli in una pregevole edizione da 4 DVD e un libro che ne ripercorre i testi trattati (tuttora uno dei miei oggetti più cari).

Sempre al 2004, anno in cui ricevette anche il Premio Gassman alla carriera, risale un evento dal sapore pressoché storico che accomunò definitivamente Giorgio Albertazzi agli altri due giganti Bene e Gassman (ne nacque una inevitabile classifica dal vincitore improbabile): una Lectura Dantis eseguita dalla Torre degli Asinelli di Bologna. La performance dell’attore toscano (la cui comunanza dei luoghi natii fu motivo di vicinanza spirituale sempre dichiarata con il Sommo Poeta) avvenne davanti a ventiduemila persone, in occasione del primo appuntamento di una rassegna di sei serate chiamata Grandi attori leggono grandi poeti, manifestazione che costò circa 300 mila €. A detta dell’artista, a differenziare la sua operazione su Dante da quella degli illustri colleghi sarebbe stato un “pedale toscano” in più, oltre alla capacità di sottrarne l’opera ai professori “per lasciarla a chi la sa cantare”.

Suo grande cavallo di battaglia, in anni più recenti, è stato indubbiamente Memorie di Adriano, adattamento dal celebre omonimo romanzo di Margherite Yourcenar, con la regia di Maurizio Scaparro, in cui il grande attore toscano nella piena maturità di uomo e di artista, vestiva i candidi panni dell’imperatore romano. Originariamente pensato per la suggestiva location di Villa Adriana di Tivoli, questo lavoro, divenuto vero cavallo di battaglia, ha totalizzato (e forse superato) le 800 repliche lungo un arco di oltre 26 anni di rappresentazioni.

Tra gli ultimi progetti artistici, prima dell’inevitabile Shakespeare (Il Mercante di Venezia, nella stagione 2014-2015) da cui tutto era iniziato e a cui tutto riconduce, ricordiamo Puccini, d’arte e d’amore, omaggio al grande compositore italiano al quale lo accomunavano l’amore per valori estetici e per la bellezza femminile; punto, questo, in cui l’artista è inscindibile dall’uomo.

Resta nota, in più interviste rilasciate da Albertazzi, la frase con cui chiosava spesso le sue considerazioni più fosche sullo “stato dell’arte” in cui versano il mondo e l’umanità. Non solo, infatti, fu tra i primi, se non il primo, ad estrapolare dall’opera di Dostoevskij lo stra-abusato assunto secondo cui “la bellezza salverà il mondo”, ma disse spesso, con l’ironica e disinvolta leggerezza di chi la vita la conobbe davvero, che “le cosce delle donne sono una delle prove dell’esistenza di Dio”. La grazia e la bellezza fuggevoli, che gli dèi stessi ci invidiano, rendono grande la condizione umana: l’irripetibilità del momento è il fattore che rende unica l’esistenza la carica di valore.

Qui si evince (benché non mancarono l’interesse e lo studio della materia religiosa, come in occasione delle ricerche sul protocristianesimo e dei progetti sulle meditazioni di Giovanni Paolo II) l’inconciliabilità spirituale con la visione teleologica cristiana fatta di assoluti e di verità uniche ed eterne (“Dio è così lontano, che se c’è non mi riguarda”): non a caso citava spesso la condizione dell’immortale di Borges, dannato dopo aver bevuto l’acqua miracolosa che gli impedisce di morire come di vivere pienamente.

Poliedrica, discussa (come l’aspetto del servizio nella Repubblica Sociale, cui l’attore toscano aderì, come Fo e tantissimi altri negli anni ’40, scontando anche due anni di carcere per collaborazionismo e mai scrollandosi poi di dosso appellativi politici probabilmente inappropriati) e contraddittoria è dunque la personalità di questo gigante del teatro del’900, la cui voce e la cui presenza sulla scena erano, anzi “sono”, esse stesse teatro.

“Non so come parlava o come muoveva le mani quel personaggio. Chissenefrega. Mi interessa come muovo le mani io!” oppure “Io sono Adriano e Adriano è me… Mi interessano gli autori, non i personaggi, che sono ombre che scompaiono… Io metto in scena me stesso” sono solo alcune delle sue frasi sul suo stesso modo di fare arte, che manifestano senza ipocrisie un certo fondo di narcisismo egotico (“Da giovane ero veramente un figo straordinario. Chissà perché non ho mai fatto tanto cinema! La politica di sinistra preferiva altri volti…”) nell’uomo dietro le tante maschere.

Se riflettiamo, tale approccio alla vita e al palcoscenico è (solo in apparenza, a ben guardare) diametralmente opposto a quello di altri grandi (rivali o meno) come Carmelo Bene, il quale, sulla base dei ben noti presupposti teorici di Lacan e di Deleuze, come nei vari discorsi sull’assenza e sulla phonè, si è sempre battuto contro il significato, il dire riferito da qualcuno che si annullerebbe in quanto io nel momento stesso di proferir parola (“Io non sono neppure qui… Il senso vi fotte, cari miei!”).

Al di là delle convinzioni ideologiche più o meno contraddittorie, dell’estetismo e dell’immancabile presenza femminile nella vita personale e artistica di Albertazzi (il suo matrimonio con Pia de’ Tolomei, di trentasei anni più giovane e avvenuto quando l’attore era già pluriottantenne, come l’inizio stesso dell’esperienza teatrale, sorta per caso dall’incontro di una giovane universitaria che lo coinvolse da studente di liceo…), la più grande novità e lungimiranza artistica (che mi stregò da ragazzo) consistette nel suo modo di far letteralmente vivere la straordinaria cultura teorica di cui era pregno, al punto da poterlo considerare uno dei veri antesignani della contemporanea progettazione degli eventi culturali che fanno leva sull’emozione e sull’esperienza da far vivere (o ri-vivere).

Il valore aggiunto, in questo caso stava nel fatto che l’idea creativa e organizzativa non partiva da soggetti quali gli attuali professionisti del project management, ma trovava origine e spesso realizzazione grazie alle capacità di un’unica eccezionale figura in cui si univano la conoscenza e  il talento artisticoNel 1986 vennero realizzati in Puglia degli itinerari della Magna Grecia su Federico II e dei progetti di gastronomia storica che coinvolsero un’equipe americana, la quale riuscì a recuperare dei semi di vite antica per ricreare esperienze quanto più fedeli a secoli addietro. Molte furono anche le idee che restarono tali, come il concerto di musicisti provenienti da tutto il  mondo da realizzare sull’Etna, l’itinerario di Enea dalla Turchia all’Italia o, più recentemente l’ipotesi di una rete di eventi ciceroniani concepiti in vari luoghi del Lazio, ognuno su un tema specifico trattato nei singoli testi…

In questo senso va riconosciuta la straordinaria modernità di un artista che, come Picasso aveva impiegato tutta la vita per imparare a dipingere come un bambino, aveva impiegato tutta la sua vita per non recitare più e che, non da accademico ingessato e prigioniero del passato, ma da uomo gioioso ed entusiasta della vita, è sempre rimasto calato nel presente e proiettato verso il futuro.

Una delle ultime interviste ritraggono un elegante signore novantenne che con il brioso acume di un giovane è in grado di lanciare messaggi significativi e lucidissimi sull’attualità e sulle sfide delle nuove generazioni: ai drammi di uno scenario sempre più precario e frammentario difficilmente si potrà, a  suo dire, porre rimedio con la violenza di un “black block”, ma più verosimilmente con quella leggerezza del bello dello spirito, che non è poi così lontana da un Cristo in grado di sorridere di fronte all’oltraggio e alle brutture umane. Non è, questa, una leggerezza derivante da incoscienza, cinismo o pochezza interiore, ma dal sereno e lieve equilibrio di chi, come un Marco Aurelio (seppur più libertino), è consapevole che al peggio ci sarà prima o poi fine, ma che il male chiama altro male.

È per queste ragioni che un performer, un artista, un uomo come Giorgio Albertazzi, mancherà in misura considerevolmente pesante all’Italia (di oggi e per molti anni a venire), che tanto sta cercando di investire sul suo patrimonio e di risorgere dalle proprie ceneri. Albertazzi quel patrimonio lo conosceva bene e sapeva come mostrarlo nel più magico e splendente dei modi, perché ne era egli stesso parte. Quel bellissimo mosaico, unico al mondo, che è il nostro Paese, ha perduto un’altra importante tessera.

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

One Response to "Giorgio Albertazzi: memorie dell’ultimo imperatore del teatro"

  1. Stefano Maria Pantano
    Stefano Maria Pantano   5 Giugno 2016 at 13:11

    Carmelo Bene, oltre all’acclarata schizofrenia, non è stato meno egocentrico, a dispetto di quanto dicesse. L’unica differenza sta nel l’omosessualità (forse non esercitata) e nel rifiuto verso il genere umano. Albertazzi invece fu un Casanova impenitente, forse anche troppo.

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