OGGI: Freddie Mercury 25 anni senza di lui

OGGI: Freddie Mercury 25 anni senza di lui

OGGI – Freddie Mercury ci lasciava esattamente 25 anni fa lasciando il mondo privo della sua musica e del suo inimitabile talento, la sua voce rimane a distanza di tanti anni ancora così viva, immortale per tuti coloro i quali lo hanno amato profondamente. Lo ricordiamo qui grazie anche alle parole di Cesare Cremonini.

Me lo ricordo bene quel giorno, piangevo di un pianto commosso e doloroso perché un pezzo di cielo si era rotto, vi era passato attraverso un’anima speciale, un’anima  che si stava portando via frammenti di arte e musica che ancora oggi a volte risentendoli fanno male. Squillò il telefono, era mio padre, rimase smarrito dal mio dolore, nonostante musicista, ma iniziò a guardarsi intorno mentre era al lavoro e si rese conto che era una tristezza condivisa, tutto il mondo stava piangendo Freddie Mercury.

Di lui sono state dette e raccontate tantissime cose che cercare di raccontarlo in maniera diversa e originale è impossibile, in realtà non è ciò che voglio fare, vorrei solo ricordare a chi mi legge che la sua arte e la sua capacità di regalare emozioni  è stata poche volte eguagliata nel corso della storia della musica.
Mi capita di incontrare persone che mi dicono di non amare i Queen, non comprendo ma non tutti siamo perfetti, ma di sicuro non ho mai incontrato qualcuno che non conoscesse Freddie Mercury. Discusso, a volte accusato, dolce e tumultuoso, sempre in divenire e nel frattempo così intimo, Freddie è stata un riferimento per molti e la sua ecletticità ha permesso di dare vita a concerti tuttora memorabili che spesso sfociavano in rappresentazioni teatrali lanciando rose e brindando a champagne con il loro pubblico intonando “God save the Queen” ( https://www.youtube.com/watch?v=J4zP0BGWNzI )
Ha avuto certamente una vita fuori dal comune, esattamente come fuori dal comune era la sua personalità, nato in uno stato musulmano nel quale non si ha notizia se sia mai ritornato e che pare sia l’unico angolo della terra ad essersi dimenticato di lui, anche se magliette e cappellini sono un souvenir da portarsi via se passate da li…ma come? Un souvenir? Un uomo al quale è stata dedicata un’asteroide che porta il suo nome, proprio per celebrare quelli che sarebbero stati i suoi 70 anni . Capisco che il suo modo di vivere spregiudicato e la sua omossessualità vadano in conflitto con alcune religioni ma qui si parla di Freddie Mercury e della sua arte, della sua preziosa musica, preziosa per tutto il mondo come solo forse il meraviglioso David Bowie ha saputo fare e pochissimi altri. Rimane il fatto che Freddie che scelse il cognome Mercury per auto proclamarsi “messaggero degli dei” (nome ancora bandito in Tanzania).
Who wants to live forever”  (di Brian May) eseguita anche sul palco del Freddie Mercury Tribute Concert  (https://www.youtube.com/watch?v=Aj2xE2mmxCg )
è uno di quei brani che alla luce della morte di Freddy ti strappa il cuore perchè la sua musica continua a risuonare in ogni angolo del pianeta e mi piace pensare che ogni volta che da qualche parte nel mondo qualcuno ascolta la sua voce, una micro particella di quel cielo rotto esattamente 25 anni fa, scende sulle nostre spalle e ci dona un briciolo della sua anima immortale.

L’avrete letta sicuramente la prefazione che Cesare Cremonini ha voluto dedicare a Freddie nella biografia scritta da Luigi Garrò, ma per chi non lo avesse fatto, riporto alcuni passi perchè esprime esattamente l’ammirazione e l’amore che molti di noi hanno per Freddie Mercury ma non tutti sappiamo usare le parole come Cesare Cremonini

“Basta solo un pensiero. Chiudo gli occhi un istante e ti immagino, Farrokh Bulsara, appena compiuti i settant’anni, ben vestito, camminare a passo lento tra le strade di Londra o tra i negozi affollati di una qualche metropoli asiatica. Con o senza baffi bianchi, con lo sguardo più fragile e addolcito dal tempo crudele, ma ancora pronto ad accendersi all’improvviso e a stupirsi di fronte alla bellezza di un’opera d’arte, alla leggerezza invisibile di un vaso giapponese esposto in una galleria, o ammirando la tela di un dipinto italiano in una casa d’asta.

Una carezza accennata a un gatto pronto per le fusa, un inchino regale tra le fresie di un giardino per sentirne il profumo, una parola sussurrata al tuo compagno, un’improvvisa risata. Non una ma quella risata: la tua. Celata con timidezza dietro al palmo della mano, a coprire i denti ribelli, in un attimo di pace.

Basta solo un pensiero e ti posso ammirare seduto di fronte al pianoforte che hai posizionato vicino al letto, con la schiena curva e le dita allungate sui tasti, mentre accompagni con un canto angelico quel grappolo di note piovute da chissà dove, poco prima di andare a dormire. 

Ti vedo appoggiare la testa sul cuscino di seta, cercando il sonno tra i cunicoli della memoria, ancora pronto ad interpretare, fino all’ultimo respiro, con gratitudine, le sfumature della vita. Se fosse vera questa mia fantasia, Freddie, non saresti cambiato.

I miei occhi si riaprono, anche se non vogliono, e continuano a cercarti intorno a me. Eccoti. Sei lì, sul mio avambraccio, dove sotto pelle ho disegnato il tuo volto regale. Certamente non avrai avuto modo di notarlo da lassù, ma il tatuaggio che porto sul mio braccio sinistro mostra il tuo sguardo intenso e fiero, mentre osservi un’ultima volta il pubblico del Wembley Stadium, accorso per ammirarti durante il Magic Tour del 1986. Migliaia e migliaia di occhi lucidi che ti osannano, estasiati, sulle note gloriose di “God Save The Queen”, seguendoti fino all’ultimo passo che farai su quel palco. La tua immagine con la corona e il mantello sono qui a ricordarmi ogni giorno la scelta che feci quando, ancora giovane e inesperto, promisi a me stesso di sognare in grande con la musica. 

Ah già, tu non lo sai. O forse sì? Quel ragazzino magro e scavato nelle guance, che ti ascoltava ad ogni ora del giorno e della notte, scartando con emozione i tuoi dischi comprati uno ad uno, impazientemente, oggi è cresciuto. È lo stesso che, ancora bambino, ossessionato dalla tua voce, chiese con presunzione alla sua insegnante di pianoforte di interrompere le noiose lezioni di solfeggio per studiare le tue canzoni.

Oggi quel fanciullo divenuto uomo, ha realizzando il suo sogno più grande, quello che tu eri riuscito inconsapevolmente a iniettargli nel cuore: Scrive canzoni per vivere, come lo facevi tu: seduto al pianoforte. Qualcosa di te sopravvive in ogni suo gesto, ogni parola, e ogni nota che esprime. 

Caro Freddie, ogni tanto mi scopro incantato a pensare che, se tu fossi ancora qui, il mondo della musica sarebbe un posto migliore in cui vivere. Eppure lo so che a te le faccende del music business di oggi non sarebbero piaciute: non ti ci vedo proprio con la corona arrugginita, drogato di social network, preoccupato dei like su Facebook e delle visualizzazioni poco remunerative di YouTube. Non riesco a immaginarti nei panni di una superstar con l’hobby della cosmesi e delle calzature, come fanno tanti tuoi colleghi divenuti negli anni imprenditori di professione e artisti per passatempo. Non so se avresti accettato il ruolo di “nonno del rock”, al posto di quello di “rock prostitute”, magari seduto al tavolo dei giudici di un talent show. O peggio ancora babysitter per boyband dal pubblico incompreso e incomprensibile.

Ti saresti ribellato all’idea di dover fare buon viso a cattivo gioco con il pubblico, di renderti oggetto della morbosità del gossip di oggi, affamato e cinico più che mai. Avresti protetto ancora di più la tua privacy, che per te era tutto, ripetendo che è sul palco che ci si deve mostrare, per impressionare, trascinare, farsi amare. Non tra le mura di casa.

Tu che ai ragazzi e alle ragazze che riempivano i tuoi primi concerti offrivi champagne francese e “un po’ di stile”, non avresti potuto sopportare i giornalisti che come zanzare fastidiose ti avrebbero punzecchiato di domande cretine e inopportune, magari per essere stato scalzato dalle classifiche di vendita da un paio di deejay strapagati, considerati ormai come le grandi rockstar. O forse avresti provato a interagire con questo mondo in “evoluzione”, ma a quale prezzo per la tua storia? Con quale faccia? 

Sai, mi capita di scuotere la testa alle volte, e come a volerti proteggere, mi ritrovo a pensare solo per un istante: meglio così, Freddie. Meglio non sapere come avresti usato Snapchat, con chi avresti collaborato nella tua lunga carriera, o quale immagine avresti scelto per promuovere le sneakers che portano il tuo nome. Poi, questo pensiero, come tanti altri, (…) si dissolve nella fretta di vivere che questo tempo che corre ci impone. 

Da lassù te ne sarai accorto. Attraversiamo un periodo straordinario e allo stesso tempo difficilissimo, quaggiù. È una canzone confusa, caotica, sentimentale ma non poetica, profonda e insieme cinica, moralista e ipocrita, quella che risuona per le strade. Ha un ritmo frenetico e inafferrabile, ma non è più rock’n’roll. Io, lo dico con un sorriso sulle guance, credo che non ti sarebbe piaciuta.

Mi chiedo spesso quali parole avresti usato e quali melodie avresti cantato per questi giorni complessi. Con che rime, con che accordi, e in che tonalità li avresti interpretati? Ti è mai capito di pensare, mentre la scrivevi, che una canzone fosse troppo piccola per tenere insieme tutto quanto? A me sì, e quando mi capita, so cosa ascoltare.

Ciò che provo somiglia a quel groviglio di vocalizzi e gorgheggi con cui ci deliziavi a metà dei tuoi concerti, quando improvvisando liberamente con la tua voce e il pianoforte, fuoriuscivano dalla tua gola acuti angelici, irraggiungibili, lirici, che si mischiavano alle note più profonde della tua anima, a qualcosa di sensuale ed animalesco. Contrasti marcati, inusuali e originalissimi, che solo tu sapevi miscelare alla perfezione. Come vorrei anche io, allo stesso modo in cui lo facevi tu, con la tua stessa leggerezza nelle corde vocali, tenere insieme tutte quante le differenze e le unicità che incontriamo lungo il cammino. (…)

Il rischio maggiore che corriamo tutti, senza un contatto con ciò che abbiamo dentro, è di diventare artisti, e uomini, muti. Non ridere di me. È vero. Il tempo è passato in fretta da quando non ci sei più, ma la storia non è cambiata. Il mondo è in mano a chi si mette in gioco. E che tu ci creda o no, continui ad essere fonte di ispirazione per milioni di ragazzi che come me, provano a scalare la vetta, raccontando chi sono con la propria voce. 

Nel frattempo i Queen sono diventati la realtà musicale che ha venduto più dischi nella lunga e rigogliosa storia britannica, superando ogni ostacolo, ogni moda, ogni generazione, per quarant’anni.

Credo sia questo il risultato che più avresti apprezzato tra tutti quelli che hai raggiunto. Lo spettacolo è continuato. Ora ci starebbe davvero bene una di quelle tue battute fulminanti (…): “Pensavate di liberarvi più facilmente di noi, non è vero caro?”.

No, my dear. La verità, Freddie, è che di voci e canzoni come quelle cantate e scritte da te, oggi ce n’è più bisogno che mai. Ci manca e continuerà a mancarci la tua sensibilità, il tuo estro, e cercheremo di non perdere quel tocco di follia che abbiamo fatto nostro adorando il tuo modo di essere artista, ma non smetteremo mai di cantare le tue canzoni. Basta solo un pensiero, Freddie, e ti rivedo con l’asta e il microfono, conversare con il tuo pubblico, sfidarlo a una gara di vocalizzi. Un botta e risposta tra te e noi, riuscendo a farci credere ancora, anche se per un solo secondo, di essere parte del tuo show. A tutti gli effetti, avevi già detto tutto. Qualcosa, Freddie, deve ancora accadere. 

Lo spettacolo deve continuare. 

Ciao Farouk. Cantante di canzoni. 

Cesare

Roberta Tagliaferri

In arte Robin T, ho imparato questo mestiere da un grande fotografo londinese ma la passione e l’arte di catturare l’attimo infinito, un’espressione profonda, sono frutto di un naturale talento artistico. Fotografare è un modo di vivere e di comunicare; diceva qualcuno “Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi”.
Roberta Tagliaferri

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