Pelle di donna, 18 storie di ordinaria sopravvivenza femminile

Anna Maria. Isoke. Chamed. Eleonora. Natascia. Helen. Charline. Marisa. Alice. Giulia. Gloria. Chiara. Aminata. Marzia. Rosanna. Annina. Lucia. Filomena.

Sono diciotto donne. Diciotto casi di violenza bruta, feroce, assassina. Diciotto esempi di non arrendevolezza. Sono diciotto condottieri, capitani coraggiosi di mari in tempesta. Diciotto storie di ordinaria sopravvivenza femminile, come le definisce Alina Rizzi nel libro Pelle di donna, edito da Bonfirraro Editore. Ma potrebbero essere ventiquattro, trentadue, centotre, duecentonove. Tante da non riuscire più a tenere il passo, il conto, la somma definitiva.

Malanova è chi, rompendo la regola omertosa del silenzio compiacente, porta sventura, porta rovina, cattiva nuova. “Annarella, sei bella come una bambola” a 13 anni può diventare una condanna, una sentenza di morte lenta, la strada sterrata che conduce al patibolo dell’abuso carnale, deflorando il corpo e facendo spoglio il cuore.

Maman è mamma in francese. Il richiamo raffinato alla donna che ti mette al mondo. Il primo esempio d’amore, il più affettuoso, il più accudente. Ma, “nel linguaggio della strada, dei falò sui marciapiedi, maman è quella che gestisce le ragazze dell’appartamento” scrive la Rizzi. E’ la maîtresse, la padrona, la signora che fa danzare le fila della sorte di molte fanciulle straniere costrette a prostituirsi, dopo essere state tratte in inganno con la falsa promessa di un lavoro dignitoso: giovani falene disorientate, che credono di scorgere la luna nella luce sintetica di una lampada elettrica.

“Credevo davvero che avrei potuto renderlo un uomo migliore se avessi avuto molta pazienza e gli avessi dato quel figlio che desideravamo entrambi”continua a ripetersi Helen nel tentativo di giustificare gli scatti d’ira di suo marito, l’uomo che aveva sposato, del quale si era fidata e che più tardi avrebbe rapito il bambino nato da quel matrimonio. Le pronuncia Helen, queste parole, ma potrebbe pronunciarle chiunque sperasse di riabilitare il proprio compagno ignorando l’evidenza di certi fatti, pensando che la pazienza basti sul serio ad arginare la violenza di chi ti impala sulla croce laica di un martirio che, con l’amore, non c’entra nulla.

“Mutilazioni genitali femminili” è la definizione linguistica che, negli anni 70, sostituisce l’espressione, altrettanto raccapricciante, “circoncisione femminile” con la quale si è soliti indicare la pratica di rimozione, totale o parziale, degli organi genitali femminili esterni per ragioni culturali o altre finalità non terapeutiche. E in quel torrido giorno di Marzo del 1986, ad Obadan, in Nigeria, la nonna e la mamma della piccola Leimah decidono di lavarle via la vergogna, nel rispetto devoto e acquiescente che si deve alla tradizione, così che la bambina possa trovare marito, procedendo, per mano dell’ostetrica del paese, la “mutilatrice”, all’escissione delle grandi labbra. Leimah viene perciò pulita da un peccato senza nome, da una colpa senza colpa.

“Sento la pelle gonfiarsi e sfrigolare, come le patatine buttate nell’olio bollente della friggitrice. Non provo dolore e la ragione me la spiegheranno più tardi in ospedale: l’acido che mi ha colpita ha già bruciato tutte le terminazioni nervose” dice Lucia Annibali alla giornalista Alina Rizzi, in Pelle di donna. Un titolo, un destino. Specie per lei, a cui l’acido ha corroso la faccia riconsegnandole una donna diversa, una donna da ricostruire interamente, dopo quell’atto di codardia e cattiveria indicibile commissionato dall’ex fidanzato, Luca Varani, a due esecutori materiali. Una spedizione punitiva, affinché Lucia pagasse la scelta, insopportabile per lui, di estrometterlo definitivamente dalla sua vita.

Ma Lucia si rimette in piedi, a dispetto di chi avrebbe voluto distruggerla. Ricostruisce sé stessa, nel viso nello spirito e nelle intenzioni, diventando esempio, per molti, di quanto, sia pure in mezzo ad oceani di dolore e di tempesta, possa emergere il nostro potenziale migliore, la nostra virtù più sorprendente. Così rinasce. E con lei, tutte le donne di cui Alina Rizzi racconta in questo libro che è un’opera di testimonianza sincera, un messaggio di speranza straordinario, un’esortazione potente ad aprire gli occhi, a riconoscere il mostro, ad affrontarlo, per farsi finalmente libere dal giogo delle botte e dei sensi di colpa e salvarsi la vita.

 «Le storie raccolte in questo libro – afferma la cronista di F – sono autentiche e documentate, raccontate con empatia e profondo rispetto, per restituire ai loro vissuti la dignità che meritano. Sono le dirette testimonianze delle loro protagoniste: donne tra tante, insospettabili, che hanno attraversato il dolore della coercizione, dell’esclusione, della violenza fisica e psicologica, quasi sempre perpetrata da uomini. Come giornalista e come donna mi sono semplicemente messa in ascolto, con empatia e profondo rispetto, cercando di restituire a questi vissuti la dignità che meritano, portandoli alla luce del foglio bianco».

Donne che sono inni alla vita, stendardi umani di lotte per la sopravvivenza, contro certi uomini, sì, ma anche contro le malelingue che bisbigliano dietro le finestre semiaperte, la logica subdola di un sistema corrotto e colluso, il finto perbenismo di una parte di chiesa che tenta di nascondere gli orrori sotto l’abito talare. Donne infine vittoriose, sciolte dalla morsa di quelle storie che sono pericolose trappole per topi.

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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