Tra umanità, storia e paesaggi i 140 scatti di Henri Cartier-Bresson

Tra umanità, storia e paesaggi i 140 scatti di Henri Cartier-Bresson

GENOVA – Sarà possibile ammirare fino all’11 giugno 2017 al Palazzo Ducale le 140 foto esposte nella mostra Henri Cartier-Bresson Fotografo.

Ad aprire l’esposizione l’unicità di un’immagine rubata alla Parigi degli anni ’30, (Place de l’Europe, Stazione Saint Lazare): immerso dal grigiore di un cielo plumbeo un uomo sembra quasi volare sull’acqua di un’enorme pozzanghera che riflette un mondo alla rovescia. “Sono stato profondamente segnato dal surrealismo” dichiarò Henri Cartier-Bresson e senza dubbio questo primo scatto ne è l’assoluta prova; il fotografo francese è infatti in grado di operare con il suo obiettivo una vera e propria magia sulla realtà che lo circonda, ad emergere dalle genti, dalle strade, dalle situazioni immortalate sembra essere l’anima, la straordinaria anima delle cose sepolta nel quotidiano da strati e strati d’indifferenza e monotonia. Per l’artista la tecnica rappresenta un valido strumento che non deve però alterare l’esperienza primordiale della fotografia che conferisce il vero senso all’opera.

Place de l'Europe, Stazione Saint Lazare, Parigi, Francia 1932. © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos.
Place de l’Europe, Stazione Saint Lazare, Parigi, Francia 1932. © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos.

Indiscussa protagonista degli scatti di Cartier-Bresson è l’umanità, quella delle persone comuni incrociate per caso e quella delle celebri personalità incontrate. È così che per l’osservatore lo sguardo di una donna su un mendicante parigino diventa tangibile, la malinconia di un uomo in bombetta che traspare dalla vetrata di un bistrot di Avenue du Maine diviene condivisibile e l’abbraccio di un ragazzo e una ragazza addormentati su un treno si fa dolce e reale. L’umanità è onnipresente, sia negli spazi intimi della vita domestica laddove i membri di una famiglia di Bougival mettono in mostra la loro affiatata complicità sia in quelli lavorativi laddove un gruppo d’imbianchini posano fieri davanti alla Leica di Cartier-Bresson. A diventare più umani ai nostri occhi anche grandi artisti come Henri Matisse, circondato dalla vitalità dei volatili, Jean Paul Sartre, ritratto con una pipa in bocca sul Pont des Arts, William Faulkner in posa nel verde con i suoi cani in movimento ed Ezra Paund che, immerso nella luce del sole, incrocia le mani rugose e rivolge gli occhi all’obiettivo.

Erroneamente chi non conosce a fondo l’opera del fotografo d’oltralpe potrebbe ricondurre il suo lavoro solo ed esclusivamente alla città di Parigi, la mostra ha dunque il merito di esporre numerosi scatti provenienti dai viaggi affrontati dall’artista nel tempo e nelle diverse latitudini. Soprattutto nel periodo dell’impegno con l’agenzia Magnum Photos, Henri Cartier-Bresson fece molti spostamenti con lo scopo di documentare con il suo lavoro i cambiamenti storici dei Paesi visitati. “Per me, la macchina fotografica è come un block notes” scrisse, e grazie ai suoi appunti di viaggio in immagini il fotoreporter ha saputo mostrare e tramandare la storia dei popoli. In India una folla segue la cremazione di Gandhi e un’altra in Cina documenta gli ultimi giorni del Kuomintang, il muro di Berlino diventa il filo spinato lungo il quale dei bambini si rincorrono nella Germania Ovest ma anche il concreto limite oltre il quale tre uomini gettano i loro occhi disillusi. Nelle fotografie qui esposte il dove, il cosa, il come e il quando lasciano spazio all’interpretazione di Cartier-Bresson, al suo entrare in empatia con ciò che osserva perché “per «dare senso» al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino”, “fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

Le foto in mostra sono poi i luoghi, come Istanbul e le sue scalinate, la Grecia e i vicoli bianchi, gli infiniti paesaggi irlandesi e le chiese di Napoli, e poi rappresentano gli usi e i costumi dei gitani a Granada, delle ragazzine indonesiane strette in una danza circolare e delle prostitute di Città del Messico.

Prostitute. Calle Cuauhtemoctzin, Città del Messico, Messico 1934. © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos.
Prostitute. Calle Cuauhtemoctzin, Città del Messico, Messico 1934. © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos.

In Henri Cartier-Bresson Fotografo umanità, etnie e paesaggi s’intrecciano in composizioni geometricamente perfette nella loro semplicità e incredibilmente dense di sentimento. “Sì! Sì! Sì! Come la conclusione dell’Ulisse di Joyce. Vedere è tutto” annotò l’artista francese che grazie ai suoi occhi ha affascinato e affascina milioni di persone e reso noti mondi lontani.

La mostra, curata da Denis Curti, è promossa dalla Fondazione di Palazzo Ducale in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi ed è stata organizzata da Civita Mostre. Per avere maggiori informazioni è possibile consultare il sito dell’evento.

Elisabetta Severino

Instancabile viaggiatrice e inguaribile iperattiva si concede raramente del puro relax e nella frenesia delle sue giornate convulsive da ufficio stampa di due teatri l’otium di cui sente più la mancanza è quello letterario. Rimbaud, Verlaine e Baudelaire sono tre delle tante ragioni che l’hanno spinta diverse volte a trasferirsi oltralpe. È cresciuta in una casa piena di libri e si è convinta che la vita è troppo breve per poterli leggere tutti. Lealtà, giustizia e umiltà sono i valori in cui crede e quando esce di casa la mattina spera di poterci ritornare avendo imparato qualcosa di nuovo. Un’enorme coppa di gelato all’amarena, un bel libro, un concerto di Ludovico Einaudi e un biglietto aereo acquistato la rendono la persona più felice del mondo.
Elisabetta Severino

Leave a Reply

Your email address will not be published.