Festa della mamma 2018: tra origini e poesia

Festa della mamma 2018: tra origini e poesia

ITALIA – Si celebra il 13 maggio la festa della mamma 2018. La seconda domenica del mese delle rose è dedicata alla donna a cui dobbiamo la vita.

“Sono venuto nudo, mi hai coperto, così ho imparato nudità e pudore, il latte e la sua assenza. Mi hai messo in bocca tutte le parole a cucchiaini, tranne una: mamma. Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra, quella l’insegna il figlio”.
Parto da qui, dai versi del celebre scrittore napoletano, Erri De Luca, in “Mamma Emilia”. Lascio loro il tempo di sedimentarsi, di posarsi su di me con la grazia lieve e rara che fa grandi certe verità, e così rammento un detto, quello per il quale i figli sono di chi li cresce e non di chi li fa. Me lo ripeto ad ogni seconda domenica di maggio. Perché l’atto del partorire è un fatto a cui le donne sono chiamate per natura. Il loro corpo è stato concepito per dilatarsi, per accogliere del seme il frutto. Crescere un figlio, invece, prepararlo al mondo, farlo pronto nel carattere, solido nelle idee, gentile nelle azioni, amato e per questo capace di dare amore, è un’altra cosa, è un impegno che richiede dedizione costante, instancabile.

Io sono fortunata, non c’è dubbio. La donna che mi ha partorita è la stessa che mi ha cresciuta. Le due si sovrappongono, combaciano con l’aderenza perfetta che solo l’amore sa generare. “Pazienza” è la prima parola con la quale definirei mia madre, se bastasse una parola sola a definirla. Scommetto che ciascuno di noi ne avrebbe una. La mia, dicevo, è pazienza. Che negli anni, forse, si è fiaccata, si è fatta più cedevole nelle giunture, provata e affaticata dai manrovesci della vita, ma di cui ancora oggi rintraccio la tela, la trama fitta che sta alla base e che sorregge il resto. La scorgo in certi gesti ripetuti, ad esempio, come il caffè che prepara a mio padre tutte le mattine, mentre fuori è ancora buio, o nel modo in cui continua a tenere su una casa intera pure con un braccio e mezzo, visto che quello destro le funziona poco e non troppo bene a seguito di una caduta.
La pazienza, o a’ pacienza, per dirlo in napoletano, ha la faccia della mia mamma. Prendere le cose con pazienza, con una specie di imperturbabilità di fondo, con fermezza, senza vacillare. Accettare le cose che non posso cambiare, quelle rispetto alle quali non sono onnipotente. A’ pacienza non è rassegnazione, sia chiaro. La rassegnazione è un fatto passivo, come una luce che si spegne. La pazienza no. La pazienza è vibrante, è accoglimento di cose dentro le quali si impara a stare.

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Festa della mamma 2018. Foto da unsplash

Procedendo a ritroso nel tempo, recuperando origini e storia, ho scoperto che, in principio, si festeggiava il culto della Madre Terra.
I romani, ad esempio, onoravano Cibele, la dea della natura, custode dei campi e dell’agricoltura. La leggenda racconta che ella amasse il giovane Atys nei boschi della Turchia. Egli, tuttavia, la tradì con la ninfa Songaride, sicché Cibele, accecata dalla rabbia e dalla gelosia, lo maledisse facendolo impazzire e obbligandolo a gettarsi da una rupe. Ciò non di meno, la dea, a dispetto dell’amore tradito, continuava ad amare il giovane Atys, perciò lo salvò afferrandolo per i capelli. Fu allora che quelli divennero chioma, divennero fogliame, mentre il corpo si trasformava in tronco e i piedi in radici.
I greci, invece, adoravano Rea, madre di tutti gli dei. Secondo la mitologia, ella partorì cinque figli, divorati dal loro stesso padre, Crono, il quale temeva la profezia secondo cui uno dei suoi discendenti lo avrebbe vinto, sottraendogli il trono. Per salvare l’ultima delle sue creature, Rea chiese aiuto ai genitori, Urano e Gea, e fu mandata a partorire sull’isola di Creta. Crono la raggiunse per portare a compimento lo stillicidio ma la dea, invece che consegnargli Zeus ancora in fasce, gli mise tra le braccia un sasso avvolto in un fagotto. Crono lo mangiò e cadde nell’inganno.

In Italia, l’origine della festa della mamma è rintracciabile in due episodi, due circostanze differenti. La prima di impronta commerciale, ove si pensi che, nel 1956, Raul Zaccari, senatore e sindaco di Bordighera, in collaborazione con Giacomo Pallanca, presidente dell’Ente Fiera del Fiore e della Pianta Ornamentale di Bordighera-Vallecrosia, prese l’iniziativa di celebrare questa ricorrenza al Teatro Zeni. La seconda, invece, risale al 12 maggio 1957, quando don Otello Migliosi, parroco di Tordibetto di Assisi, in Umbria, scelse di onorare la figura materna nella sua dimensione religiosa, come ponte tra realtà e culture diverse. Una specie di mediatrice naturale che porta pace ed equilibrio in mezzo agli scompensi.
A tal proposito, a proposito di pace e di equilibrio, mi piace ricordare le parole di Ann Reeves Jarvis, la quale celebrò il Mother’s Day per la prima volta nel 1908, sotto forma di un memoriale in onore di sua madre, che tanto aveva combattuto e si era schierata contro ogni forma di guerra e di violenza. «Spero e prego che qualcuno, prima o poi, possa intitolare un giorno di festa alla mamma, giorno che possa commemorarla per il servizio impareggiabile che ella rende all’umanità in ogni campo della vita. Ha diritto a questo» disse Ann. La celebrazione di Jarvis fu ufficializzata dal presidente Woodrow Wilson nel 1914, quando il Congresso deliberò di festeggiarla la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri.

“In te sono passato da cellula a scheletro, un milione di volte mi sono ingrandito, fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno” scrive ancora Erri De Luca in Mamma Emilia. E poi continua: “Da te ho preso le voci del mio luogo, le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri, da te ho ascoltato il primo libro dietro la febbre della scarlattina. Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze, a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco, a finire le parole crociate, ti ho versato il vino e ho macchiato la tavola, non ti ho messo un nipote sulle gambe, non ti ho fatto bussare a una prigione, non ancora, da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo, a tuo padre somiglio, a tuo fratello, non sono stato figlio. Da te ho preso gli occhi chiari, non il loro peso. A te ho nascosto tutto”.
Sorrido sempre quando leggo il verso sulle parole crociate. Mi ricordano le divisioni. Mia madre mi ha insegnato a farle prima che le spiegassero a scuola, con la grafia semplice, pulita, i conticini sulle mani per il resto ed il riporto. Si parte da lì, credo. Si comincia in quel punto ad essere mamma, ad essere genitore. Quando, nella pancia e fuori dalla pancia, per grazia di natura o per scelta d’adozione, si aiuta un figlio a stare al mondo, ciascuno con gli strumenti che ha, quelli che gli passarono in eredità quando fu figlio a sua volta. Prima di noi.

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Antonia Storace

Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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