Pasticcieri, io e mio fratello Roberto. Doppio spettacolo con ArtCity 18 e Blood Moon

Pasticcieri, io e mio fratello Roberto. Doppio spettacolo con ArtCity 18 e Blood Moon

FROSINONE – ArtCity estate 18 arriva ad Arpino. Per la rassegna teatrale In Scena, Danza e Teatro nei luoghi d’arte del Lazio, abbiamo visto per voi lo spettacolo Pasticcieri, Io e mio fratello Roberto, a cura di Compagnia Orsini, di e con Robberto Abbiati e Leonardo Capuano. I due, con il loro travolgente mix di ironia, garbata comicità, raffinatezza e arte pasticcera sopraffina, hanno tentato di sedurre la Rossana di Rostand. Saranno riusciti nell’impresa?

100 g di zucchero, 100 g di farina, 4 uova, vaniglia quanto basta, limone, una spruzzata di Cyrano de Bergerac, tanta buona musica e una buona dose di fantasia mista a ironia. Amalgamare il tutto prima di infornare…

Quelli elencati sono solo alcuni degli ingredienti messi insieme da due artisti della parola, del gesto e del gusto tra lo scintillio di frustini, tegami, stoviglie e ciotole nella loro cucina di metallo lustrato, in cui non mancano note sopra le righe come una tromba e un paio di foto del grande Frank Zappa. Si intuisce quanto particolari possano essere gli stimoli esercitati sull’olfatto e sul palato dal realizzarsi sulla scena delle ricette di Roberto Abbiati e Leonardo Capuano, autori e interpreti di Pasticcieri, rodato spettacolo ormai cavallo di battaglia del duo. La pièce, a cura di Compagnia Orsini, è da poco approdata anche ad Arpino, per la rassegna In Scena, Danza e Teatro nei luoghi d’arte del Lazio, inserita nell’esteso e prestigioso programma culturale della Regione (oltre 150 iniziative su tutto il territorio) ArtCity estate 18. La location designata, nell’Acropoli di Civitavecchia, è stata lo scenario naturale ai piedi della Torre di Cicerone, monumento di epoca medievale riaperto al pubblico nel maggio 2017 dopo circa 25 anni e facente parte del Polo Museale del Lazio. Lo scorso venerdì 27 luglio, un’atmosfera non lontanissima da quella degli antichi teatri della Magna Grecia si poteva respirare dai gradoni tinti dei colori rosati dell’imbrunire, che di lì a poco avrebbero fatto posto, nella volta celeste, al rosso più intenso di uno spettacolo meno alla portata dell’uomo: The Bood Moon, l’eclissi di luna totale più lunga del XXI Secolo, con i suoi 103 minuti di danza in coppia con il dio della guerra.
Un rituale di poesia, dolci e sentimenti non confessati si consumava intanto sulla Terra, in particolare nel laboratorio di pasticceria dove Leonardo e Roberto avevano iniziato a raccontarsi fra occhiate sornione, musica e gag giocate sul contrasto tra due personaggi opposti quanto volutamente macchiettistici. Le lancette dell’orologio sulla parete di fondo della scena-cucina segnavano le 4 e qualche minuto. Avremmo presto scoperto che si trattava di una notte qualunque, in cui fermare il tempo per ripercorrere una vita intera e vagheggiare il futuro e l’amore per una stessa donna, mentre il profumo della crema si faceva più seducente, tra stacchetti musicali, cascate di zucchero a velo e mani esperte che farcivano profitteroles, guarnivano bavaresi e scioglievano cacao tra un a parte e l’altro. Torrenti di cioccolata scura, come quella notte che non se ne voleva andare, si univano alla crema e al pan di spagna come il sogno e la realtà in un dormiveglia nel quale si possono fare cose che il giorno non sono possibili: dare forma alla bellezza.
Come Cyrano e Cristiano, i due fratelli immaginavano di dare una svolta alla propria vita e di conquistare l’amata Rossana, che li aveva folgorati l’uno all’insaputa dell’altro durante una breve sortita in pasticceria. La fantasia continuava a viaggiare sul palcoscenico, trasformatosi in una spiaggia sotto il sol leone, in un porto di lupi di mare e in un ristorante con cena al lume di candela. Si intuiva da subito l’esito dell’assedio serrato preparato per Rossana, presto raggiunta da un profumo irresistibile, da versi d’amore eterni e dalla comicità istrionica di Capitani, Innamorati e Servi da Commedia dell’Arte che facevano capolino dai candidi camici dei poeti-pasticceri. Se come la donna amata dai due, anche noi sentivamo un legame empatico strettissimo con la storia raccontata, viene il dubbio che fosse davvero indispensabile rompere la magia tanto meticolosamente costruita insistendo in più momenti su una metateatralità giocosa e comunque mai sgradita. La verve sardonica di Roberto si alternava a momenti di mutismo caricaturale, come Leonardo, energico e fanfarone, mostrava a tratti il suo lato più fragile sotto la corazza rude. Mentre la tensione drammatica cresceva, in attesa dell’incontro che avrebbe messo fine alla giostra amorosa dei fratelli, le stelle brillavano chiare e noi, come Rossana stavamo per suonare il campanello. Il resto ve lo lasciamo immaginare…

Nel corso della serata, probabilmente con qualche sbavatura di crema e cacao vicino agli angoli della bocca a conferirci un fascino vampiresco, abbiamo potuto avvicinare Roberto Abbiati per conoscerlo da vicino.
 
Lo spettacolo, insieme all’ironia con cui rivisita il dramma amoroso di Cyrano, gioca molto con il pubblico e con la sensazione di imprevisto che lo fa sorridere e lo spiazza continuamente, tanto che in molti hanno creduto che degli attori navigati come voi fossero in difficoltà in alcuni momenti. Spesso invece nella ricerca della naturalezza e della semplicità ci sono tanti anni di duro lavoro…

Non c’è niente di imprevisto (sorride, ndr). È tutto scientificamente studiato e rispecchia la precarietà stessa del teatro. Alcuni di questi momenti che sembrano rompere la narrazione e mostrare l’attore che esce inavvertitamente dal personaggio rappresentano l’esatto contrario. Ad esempio quando nelle prime battute vengo redarguito da Leonardo per un errore durante la preparazione della crema, ciò avviene per sottolineare la verità dell’azione che si sta svolgendo e che riguarda nel nostro caso il cibo, ai cui tempi e ritmi siamo subordinati. Stesso dicasi per la gag sul rupicapra, con cui vogliamo dare un’idea pratica di come il teatro possa essere un naviglio dalle possibilità insondabili, su cui ci si può ritrovare in un istante da un luogo all’altro, dal reale all’assurdo e viceversa. Diversamente l’escamotage metateatrale (non sveleremo quale per coloro che non abbiano ancora visto lo spettacolo, ndr) è da noi utilizzato per sorprendere lo spettatore e gabbarlo innocentemente, come su una giostra. Il teatro è prima di tutto un gioco.

Quando è avvenuto per voi due, attori professionisti, il salto dall’arte pasticcera al palcoscenico e come mai?

Questo è uno spettacolo che abbiamo impiegato molto tempo a costruire, perché avevamo in mente qualcosa di preciso. In alcuni lavori di questo tipo, si preparano delle pietanze ma per esigenze dettate dai ritmi teatrali non è poi possibile assaggiarle, mentre in altri si possono degustare dei cibi senza che ciò avvenga nel rispetto dei tempi teatrali. Noi volevamo ottenere la verità dell’azione insieme al rispetto dei tempi del teatro. Questo ha significato dover costruire i testi in base ai minuti che occorrono per la bollitura del latte o per preparare e montare la panna. In fase di prova ci accorgevamo spesso che alcune battute erano troppo brevi o troppo lunghe rispetto a quello che nel mentre stavamo facendo e dovevamo interrompere tutto, lavare tegami e stoviglie, rifare la spesa e ricominciare da capo. Andammo avanti per quattro mesi di prove aggiungendo tre o quattro minuti alla volta proprio per arrivare al corretto intreccio di azioni e parole.

Possiamo dire che sia il cibo il primo attore e la primadonna del vostro spettacolo… 

Sì. Molta dell’improvvisazione che normalmente è possibile a teatro diventerebbe un rischio in questo spettacolo, in cui vi è la necessità che tutto sia calcolato perché possa andare avanti.

“Pasticcieri, io e mio fratello Roberto” è il vostro spettacolo d’esordio? 

No. Ognuno di noi ha una carriera autonoma che a un certo punto è confluita in questo progetto comune. Lo spettacolo è fortunatissimo ed in scena da oltre dieci anni, con più di 500 repliche. Siamo felici che continui a ricevere molte richieste in tutta Italia.

Il legame tra il cibo e l’eros è da sempre molto stretto. Quanto aiuta in amore essere un pasticcere-attore e dunque un maestro della parola e del gesto, che in più sa anche “prenderti alla gola” al momento opportuno?

Beh, c’è questo giochino amoroso che fa collante alla narrazione, in cui abbiamo inserito un po’ di Rostand, ma in fondo anche di Roberto e Leonardo, dove il confine tra i due personaggi e vita reale è labile. Ad un certo punto, infatti, i protagonisti, che sono due uomini dal temperamento opposto, dicono ironicamente: “Beh, magari se Rossana ci vedesse adesso potrebbe prenderci entrambi!”. Come a dire che gli ingredienti giusti in amore possono amalgamarsi in modo diverso, purché nei rapporti umani vi siano le cose che contano.

Il finale aperto che si lascia intuire e muove le luci della ribalta sul pubblico e i vostri dolci, che sono una vera e propria festa dei sensi, vuole dirci che in fondo Rossana siamo tutti noi?

È un momento di ironia in cui coinvolgiamo completamente il pubblico all’interno dello spettacolo facendone il protagonista. Potremmo dire anzi che insieme al cioccolato, alla crema, alla frutta e al pan di spagna, lo sia fin dall’inizio.

Ci sono lavori attualmente in cartellone o progetti futuri in cui sarà possibile vedervi a teatro?

Come ho detto, ognuno di noi è impegnato con i propri spettacoli. Leonardo sta attualmente portando in scena un Macbeth in sardo, mentre io sarò prossimamente proprio in provincia di Frosinone, ad Aquino, con un mio spettacolo originale in cui si ripercorre tutta la storia di “Boby Dick” in 17 minuti. È un lavoro porto in tutta Europa e nel quale la scena è una stiva di nave di 4 metri per 3. Ha più di 1000 repliche e vi consiglio di vederlo.

Come è giunto il vostro coinvolgimento in un grande progetto culturale come ArtCity ’18?

Semplicemente ci conoscono, perché abbiamo lavorato moltissimo tra Roma e dintorni. Siamo stati al Teatro Furio Camillo, ad Ostia e in tanti altri spazi. 

Quali sono secondo voi le caratteristiche che fanno della vostra comicità qualcosa di nuovo o di diverso rispetto a quella che si vede attualmente a teatro e in televisione?

La comicità di oggi ha subito un forte declino di qualità dovuto al cabaret televisivo, sul quale nutro delle riserve. Quella che ricerchiamo è l’idea di una comicità brillante e raffinata, ma anche tenera e garbata, che poggi su storie che parlano di sentimenti, un po’ come avveniva nella Commedia dell’Arte. 

Riscontrate delle differenze tra l’esibirvi in una situazione aperta e informale come quella di oggi a Civitavecchia di Arpino e l’atmosfera della sala del teatro borghese?

La cosa più importante è che noi attori possiamo dare il meglio di noi stessi laddove vi è un minimo di rispetto per il lavoro altrui, cosa non più scontata neppure a teatro, dove il pubblico può oggettivamente comportarsi male. Oggi, anche in una situazione di spazio aperto e senza sbigliettamento all’ingresso, abbiamo trovato un’accoglienza e una disponibilità ottime da parte del pubblico e di questo siamo molto soddisfatti. 

Ci sono infatti attori professionisti che rilevano il fatto che oggi il ruolo del pubblico sia relegato alla quasi passività e che occorra trovare nuovi modi per dare spazio alla sua voce. Viceversa, però, l’assottigliamento della distanza tra la platea e il palcoscenico espone al rischio di un’illusoria democratizzazione dell’arte equiparata al nuovo Far West dei social, in cui tutti hanno la sensazione di poter dire la propria su qualsiasi argomento e senza limiti nella forma e nei toni. C’è bisogno di una rieducazione al teatro?

Ah, questo senz’altro. L’ideale sarebbe poter trovare sempre una situazione di lavoro come quella vista oggi, in cui anche in condizioni avulse dal classico spazio teatrale a pagamento, il pubblico ha la sensibilità di stare nel gioco insieme a noi senza inficiare lo svolgimento dello spettacolo. Ovviamente degli spettatori non proprio ideali possiamo trovarli anche la sera a teatro, come ci è accaduto in alcuni casi.

Pasticceri, io e mio fratello Roberto

 
 

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Stefano Maria Pantano

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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