“Queer” di Guadagnino: un colpo al cerchio, uno alla botte

“Queer” di Guadagnino: un colpo al cerchio, uno alla botte

ITALIA – Esce nelle sale del nostro paese il film di Luca Guadagnino ispirato all’omonimo romanzo di William S. Burroughs “Queer”. Tra movimenti pulsionali esplicitamente ripresi e statici estetismi, la pellicola scorre senza fare del male a nessuno. Innocua. Una occasione persa? Di sicuro, forse, c’è che l’autore si identificherebbe, anche se inconsapevolmente, col deuteragonista della storia. E non è un bene.

C’era una volta la telepatia. Eh, sì. Vecchio pallino di tutti gli scrittori ‘beat’, al cui consesso Burroughs apparteneva per diritto e lignaggio. Aveva iniziato, se la memoria non ci inganna, a parlarne Kerouac, in una lettera a Henry Miller, affermando la necessità di eliminare le riscritture dei propri testi. Lo scopo? Mostrare i propri pensieri nel modo meno mediato possibile. Non una generica ‘ricerca della purezza’, ma un patto col lettore: intuisci quali sono le mie soddisfazioni ai miei desideri profondi – che sono i tuoi stessi desideri – e falle tue.

Frame di “Queer” di Guadagnino @IMDB

Niente di più difficile. A parte la spiegazione del perché abbiamo due “On The Road”, ovvero la versione ufficiale più il ‘rotolo’ originario, scrivere senza filtri è praticamente impossibile. Tutti ne abbiamo bisogno. Ci servono per poter essere accettati dai nostri simili, per poter vivere in società. Non a caso degli insospettabili seguaci della Beat Generation, il gruppo no wave Sonic Youth, scriverà un brano intitolato “Society is a Hole”.

La locandina del film
La locandina del film di Luca Guadagnino “Queer”

Tra paura e desiderio

Per questo motivo Ginsberg e Burroughs pensano di trovare un possibile alleato a questa necessità intima di superare certi condizionamenti, e la paura di essere rifiutati che li fortifica, nell’Ayahuasca. Ne discettano nelle “Lettere dello Yage”. Eppure il resoconto del viaggio di William Lee (alter ego di W.S. Burroughs e interpretato da Daniel Craig) e del giovane Eugene, messo in scena da Guadagnino nella terza parte del film, è tutto tranne che una porta aperta sulla percezione.

Guadagnino, Craig e Starkey @IMDB

Semmai è una restituzione estetica. Vissuta la quale, Eugene si ritrova preda della paura. La stessa paura che fa sì che molti abbandonino altri percorsi iniziatici, ad esempio quello dei Sufi (non a caso esistono i monasteri, luoghi protetti). La materia è complessa da trattare. La storia che Guadagnino ci racconta in Queer, ovvero l’innamoramento di Lee per il personaggio portato sullo schermo da Drew Starkey, la loro relazione e infine il viaggio in Messico – ma quanto sarebbero state più indicate le musiche di Mingus da “Tijuana Moods” piuttosto che quelle di Reznor e Ross? – è monca.

Queer Guadagnino
Luca Guadagnino

Tra estetica e sostanza

Non crediamo che il problema sia, semplicisticamente, la lontananza temporale o culturale. E nemmeno che il problema siano le droghe, naturali o sintetiche. Esistono, infatti, performer che in qualche modo arrivano a comunicare col pubblico a livello profondo in un modo non narrativo e lo fanno per via dello stesso interesse che avevano gli scrittori Beat. Senza droghe. E allora, perché?

Frame di “Queer” @IMDB

Perché Guadagnino in Queer si mantiene nell’alveo di una descrizione ‘democristiana’ – quei carrelli su Craig che si innamora, il controcampo di lui visto attraverso fiori di lavanda, la fotografia perfetta, da manuale, e nulla di più – pur provando a lanciare elementi incendiari – gli umori sul membro di Eugene – ma senza riuscire a dire veramente ‘qualcosa di sinistra’ (qualcosa che vada verso un orizzonte più ampio di quello che ci serve per funzionare socialmente)? Il motivo mi sfugge. In fondo non siamo scrittori Beat, non abbiamo il dono della telepatia.

O forse guardando l’evoluzione di Eugene, da individuo interessato alla vita ‘queer’ che si lascia andare alle pulsioni di un amore tutte, compresa la tensione conoscitiva, a essere impaurito per le conseguenze – e la visione – di ciò che quelle conoscenze comportano, possiamo formulare qualche ipotesi. Ma usciremmo dalla critica cinematografica, e pertanto ci limitiamo a quanto abbiamo appuntato in queste righe per dire perché questo lavoro ci ha lasciati insoddisfatti.

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