MONDO – E’ uscito, finalmente, questa estate. Map of a Blue City è il disco che Marc Ribot avrebbe voluto farci ascoltare da quasi due decenni. Purtroppo nessuna casa discografica voleva pubblicare questo album di quasi cantautorato sghembo. Almeno fino a quando non se ne è fatta carico la New West Records. Tra MPB e Sonic Youth, quest’album ci fornisce finalmente il tassello mancante al lavoro del chitarrista newyorchese per antonomasia.
E’ lunga la storia che porta dalla mia cognizione della musica di Marc Ribot fino a questo disco. Io conobbi Ribot grazie a Rain Dogs di Tom Waits, che dalla fine dei Novanta era diventato il mio artista di riferimento. Ribot ha suonato in molti suoi album, in album di John Zorn come il fantastico At The Mountains of Madness degli Electric Masada. E in una miriade di album solisti.

I primi che mi portai a casa furono i due volumi dell’avventura con i Cubanos Postizos. C’era stato il successo di Wenders col Buena Vista Social Club, e, da perfetto post-moderno, Ribot pensò di fare da controcanto a quel film di successo. Ricordo ancora quel concerto, i miei primi passi nel mondo dell’improvvisazione. Prima Ribot insonorizza un film di fantascienza sovietico, poi parte un’ora e mezza abbondante di libero conversare su ritmi cubani.
Ma non è finita qui. Prima con Saints Ribot mi introdurrà, con la sua acustica, alla musica del sassofonista Albert Ayler. Ero ormai svezzato quando dalla sua sei corde elettrica partiranno le prime note di Spiritual Unity, album con Chad Taylor alla batteria, Roy Campbell alla tromba e il mitico Henry Grimes al contrabbasso, musicista che con Ayler ci aveva suonato davvero, ritrovato dopo anni di anonimato cercato, o forse subito, da un assistente sociale appassionato di jazz.

Tra Débord e un cantautorato sghembo
Ma è con questo disco, concepito probabilmente in quel periodo, che Ribot dà un colpo di coda, l’ennesimo, alle definizioni e si getta in un progetto che, ad avere case discografiche accorte, si sarebbe potuto far passare come ‘il disco personale del chitarrista d’avanguardia per antonomasia’. Invece quelle canzoni dai toni pastello non erano adatte al ruolo che Ribot ricopriva in quegli anni: le varie etichette con cui egli era in contatto non sapevano come gestirlo. E pertanto, Ribot lo tenne nel cassetto fino a oggi.

E’ con una sorta di miracolo che possiamo ascoltare canzoni che, in spirito se non in lettera, affogano in una saudade sempiterna, da Daddy’s Trip to Brazil a Say My Name, fino alla conclusione per noise e batteria elettronica della sublime Optimism of the Spirit. Non sembri una notazione peregrina il riferimento alla MPB: la New York che conta ha sempre fatto i conti col Paese di Caetano Veloso e Tom Zé. Quest’ultimo deve proprio a David Byrne dei Talking Heads il proprio ritorno alla musica dopo decenni a una triste pompa di benzina.

Lo stesso Byrne in quegli anni lavorerà in Brasile a musiche che vivono di commistioni e suggestioni con strumenti e ritmi locali. Ma non è solo la musica etnica – di cui nei solchi di Map of a Blue City si trova poco in lettera, molto in spirito – ad aver influenzato il nostro eclettico eroe, che ha accompagnato spesso un attempato Chuck Berry alla chitarra ritmica, dando prova non solo di umilità ma anche di saper apprezzare le sfumature dell’arte sonora. No: se guardiamo il retrocopertina del disco e il titolo di questo lavoro, non possiamo non pensare a Guy Débord e alla sua psicogeografia.

Antesignano tra le molte altre cose del graffitismo come riterritorializzazione dello spazio urbano, Débord suggerisce di sostituire la cartografia fisica delle città con quella dell’anima, visitando una città in base ai propri desideri e non cercando di scoprirla ‘così com’è’, ovvero in preda ai meccanismi del Potere. E allora quale città è la triste città di Ribot? La sua New York? La nostra? Starà all’ascoltatore, non più irretito dai suoni ma responsabile giocatore, stabilirlo, allora.
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