MILANO – Alla Triennale di Viale Alemagna è stata inaugurata domenica 25 maggio 2025 la rassegna Matinée. Curata, per la prima volta in solitaria, da Nicola Ratti. Ad aprire, per così dire, le danze, il giovane musicista originario di Anversa e la violoncellista statunitense di origini coreane. Uno strano, ma alla fine appagante, dialogo tra un passato che torna (forse?) in maniera pretestuosa e una decostruzione del suono grazie a un uso non invasivo dell’elettronica. Ma andiamo con ordine.
Apre la mattinata, come accennavamo, un set di elettronica e vocalità di Younes Zarhoni, seguito dalla splendida performance al violoncello di Okkyung Lee. Il musicista di origini marocchine, ma trapiantato da anni a Bruxelles, ci presenta la propria ultima fatica discografica. Un progetto per voci che cantano poesie medievali arabe ed intermezzi per musica elettronica. Le voci, campionate e reali, ma con tonalità differenti le une rispetto alle altre, si sostengono, mentre le parti elettroniche sono state vissute più come intermezzi tra una parte vocale e l’altra.

Una vocalità interessante mescolata con pretestuosità strumentali
Intermezzi strumentali che ci hanno ricordato ora Terry Riley, musicista che amiamo profondamente, ora Jean-Michel Jarre. Sensate o meno che fossero queste scelte, ci sono parse per lo più pretestuose. Niente più che un tentativo di arricchire una proposta che forse, nella sua mera dimensione vocale non accompagnata, ci avrebbe potuto offrire di più in termini emotivi e di completezza progettuale.

Resta comunque lo stupore per un musicista che declama o, meglio, canta con una anima antica ma ferma, sicura. Se quindi le parti strumentali servivano da cuscinetto, diciamo così, per fornire un contesto ideologico, hanno probabilmente svolto la propria funzione. Tuttavia quello tra voce ed elettronica ci è sembrato un dialogo tra sordi. Funzionale probabilmente nella mente dell’artista ma poco coerente con un progetto sulle cui origini ci piacerebbe comunque sapere di più.

Sapienza improvvisativa e decostruzione
Veniamo ora al pezzo forte, ovvero al violoncello di Okkyung Lee. Collaboratrice di artisti dai nomi altisonanti (Christian Marclay, Evan Parker, John Zorn tra gli altri), la compositrice, che dalla propria patria si è trasferita dapprima a Boston e poi a New York, ha realizzato un set per violoncello ed una elettronica non invasiva: ha in qualche modo unito la prassi improvvisativa della sua attuale città di residenza con estemporaneità tipicamente europee.

L’abbiamo vista infatti inizialmente dialogare col pubblico (“continuate a parlare tra di voi, non guardatemi, altrimenti mi mettete ansia” dice scherzosamente mentre prepara il proprio strumento) per poi avvicinarsi ad alcuni membri di esso con lo strumento e iniziare a prodursi in suoni dalle texture inizialmente sottili e poi via via sempre più profonde. Fino a raggiungere la propria postazione dove si è prodotta in una materia sonora destrutturata, decostruita e infine ristrutturata grazie all’uso di glissandi, sfregamenti anche sul corpo dello strumento con l’archetto, e un uso sapiente di molte tecniche differenti sapientemente dosate.

Musica terapeutica
Un po’ di assonanze con Jason Kao Hwang, un po’ con Audrey Chen, ma senz’altro autonoma rispetto a queste due figure di cui condivide peraltro complessità e profondità, Lee ci ha donato una performance che potremmo definire ‘terapeutica’. Anche se, forse, involontariamente. Ci ha permesso infatti di concentrarci sul suono, sulla prassi del ricavare emissioni sonore, nonché sul risultato delle stesse, staccandoci da preoccupazioni quotidiane e fornendoci uno spazio dove essere più liberi di ascoltarci. Che è poi la funzione primaria della musica secondo Wadada Leo Smith, come notavamo in altra sede.

Questione di presenza, non solo di tecnica o di prassi. Elementi che gradiremmo ritrovare anche nelle prossime performance, come ad esempio quella di domenica 8 giugno che vedrà avvicendarsi Giuseppe Ielasi, con una inedita esibizione audio-video assieme a Giulia Bruno, e un concerto dal vivo di Amina Hocine. La location sicuramente merita di essere valorizzata. E questi concerti sono decisamente un interessante momento per fare il punto sullo stato di salute attuale dell’improvvisazione elettroacustica.
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