Aldo Cazzullo e Uri Caine alla Milanesiana: tra tradizione e futuro incerto

MILANO – E’ arrivata alla 26esima edizione la Milanesiana di Elisabetta Sgarbi. Quest’anno il tema è stata l’intelligenza, non solo quella artificiale ma quella intesa nel senso più ampio. Articolata in varie città italiane e non solo nella ‘capitale morale’ del Paese, questa edizione ha visto varie discipline alternarsi sui palchi e nelle gallerie affiliate. Antonio Rezza, Uri Caine, Alexandr Sokurov alcuni dei nomi di sicuro effetto.

Da Cazzullo a Caine: dalla tradizione all’avanguardia

Uri Caine fotografato da Simon Miele

Lo ammettiamo. Eravamo prevenuti su Aldo Cazzullo. Perché il nostro cuore batte per la stampa indipendente. Perché imbatterci in una narrazione tratta da un libro, sia pure il più venduto in Italia, che è niente di più di una rimasticatura della Bibbia – e tra l’altro non quella originale, ma l’edizione voluta dalla CEI – in un paese ultraconservatore ci sembrava una operazione degna di noia e dissenso.

Ma andiamo con ordine. Cazzullo è un mattatore modesto. Nel senso di qualità morale, non nel senso che ha dei limiti. E’ abile nell’intrecciare il racconto, o meglio i racconti, dell’Antico Testamento. E’ abile nel tenere botta, nell’affabulare la platea. E’ capace di raccontare senza sbavature. Per chi si accontenta di un ripasso del catechismo, è senz’altro interessante. Eppure.

Eppure avremmo voluto chiedergli, ma non ti sei accorto che se ‘Io sono colui che è’ in realtà è in originale ‘Io sarò quello che sarò’ allora forse tutta la traduzione della Bibbia meriterebbe una revisione? E che senso ha allora dire che il nome di Dio è ‘incomprensibile’ se in realtà è un chiaro richiamo al divenire parmenideo? All’essere-nel-futuro? Per non parlare della mancanza di consapevolezza relativa alla concezione psicosomatica della malattia tipica dell’antichità.

Peccato, perché non mi pare che siano state saltate le parti su Giobbe e la sua lebbra. Tutt’altro. Certo, eravamo a una lectio magistralis del vice direttore del Corriere della Sera, e non a quella di un Igor Sibaldi. Tuttavia la musica di Uri Caine, ispirata al Cantico dei Cantici – il libro  preferito dalla madre del pianista, morta di recente – ci ha fornito una chiave di lettura interessante.

Non è un Paese per post-moderni?

Aldo Cazzullo fotografato da Filippo Caranti

E sì, perché quei temi da Mahler, come quelli presi dal blues o dal jazz, quella postmodernità sciorinata con nonchalance (un po’ perché Caine è di casa in questa manifestazione, un po’ perché è nelle corde del pianista) legati al tema del canto dell’amore forse più antico del mondo, almeno a sentire la tradizione – anche se gli studiosi non risalgono più indietro del IV secolo a.C. – fanno un effetto deragliante.

Certo, non siamo più negli anni Novanta. Quando Zorn mescolava il suono di Ornette Coleman con il piglio dei Napalm Death. E anche il post-moderno è stato digerito, ma in questa strana serata fatta di cose antiche, rimasticate, sentire un concerto di poco più di mezz’ora dedicato alla sensualità – tra le altre cose, si badi bene – che lascia vibrare nell’aria una rielaborazione di St. James Infirmary ha qualcosa di singolare.

Eccoci quindi sospesi tra ricerca identitaria, appena appena ammantata da attualità con un richiamo al genocidio di Gaza e alla ancora tutta da conquistare libertà delle donne in una società tutt’oggi patriarcale, e l’estasi di chi ancora non sa o non vuole lasciarsi addomesticare. In questa dialettica monca sta l’involontaria bellezza di una serata altrimenti retorica ma in maniera educata, forse anche pregna di un certo sedicente progressismo che non fa male a nessuno.

E’ stato il jazz, questo linguaggio da sempre ibrido e da sempre pronto a mescolarsi con l’esistente, a riscattare il tutto, lasciandoci, che piaccia o meno – i commenti che si intercettavano finite le esibizioni erano tutti su Cazzullo, troppo impegnativo il linguaggio di Caine per essere recepito non ostante fosse annacquato da certe frequentazioni degli ultimi anni – con una sensazione di disperata vitalità. Che forse è anche quella che maggiormente coglie il senso autentico del testo cui è ispirato.

Leave a Reply

Your email address will not be published.