Quando la forma impara a respirare luce: incontro con Pablo Atchugarry alla GNAMC

Quando la forma impara a respirare luce: incontro con Pablo Atchugarry alla GNAMC

ROMA – Un incontro con l’opera di Pablo Atchugarry alla GNAMC, dove la scultura si intende come luce in movimento, tensione trattenuta e materia che sembra continuare a respirare dentro il silenzio. E il consiglio di andare a visitare la mostra, entro il 21 giugno 2026, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, le sculture di Pablo Atchugarry non funzionano come semplici oggetti esposti. Funzionano come presenze. Come se lo spazio fosse stato riorganizzato non per mostrare opere, ma per lasciare che qualcosa accada dentro il silenzio.

Il marmo — quel materiale che siamo soliti associare a ciò che è fisso, eterno, immobile — qui accade come il contrario di sé stesso. Non pesa: si solleva. Non si chiude: si apre. Le forme si innalzano in verticale con una calma tesa, come se la pietra ricordasse di essere stata un tempo morbida. E in questa silenziosa paradossalità emerge l’essenziale: pieghe profonde, torsioni leggere, superfici attraversate da una luce che non proviene solo dall’esterno, ma che sembra nascere dall’interno stesso dell’opera.

Non ci sono figure riconoscibili, ma nemmeno la freddezza distante dell’astrazione. C’è qualcosa di più instabile e più umano: la sensazione di trovarsi davanti a una forma che sta ancora accadendo.

Pablo Atchugarry MyWhere
GNAMC Mostra Atchugarry Sala1 Foto Daniele Cortese

Quando la mano non rappresenta, ma scopre

Quando gli chiedo come lavora di fronte a un mondo sempre più digitale — dove anche l’intelligenza artificiale inizia a occupare spazi creativi — la sua risposta non è nostalgica, ma ferma, quasi serena. Dice che è una sfida, sì, ma che la scultura ha qualcosa di irreemplazable: l’anima sensibile che ti riempie.

E allora, osservando le sue opere, quella frase smette di essere teoria. Diventa evidente. Il marmo di Carrara non è qui una superficie levigata senza conflitto, ma un territorio di resistenza. Ogni piega sembra essere stata conquistata. Ogni curva, negoziata con la pietra. Non c’è nulla che completi di più l’essere umano del fisico, dell’irreversibile, dell’umano.

La materia non è un supporto. È una presenza con cui si dialoga.

E in questo dialogo emerge qualcosa di quasi emotivo: l’idea che creare non significhi imporre una forma, ma imparare ad ascoltare ciò che la materia permette, affinché ci si possa sentire realizzati.

La pace come forma di pensiero, non come slogan

Gli chiedo anche della pace. La sua risposta è semplice, ma non superficiale: crede che l’essere umano abbia ancora molto da imparare, e che l’arte possa aiutare ad aprire spazi diversi di percezione, sensibilità e pensiero.

Questa idea non rimane sospesa nell’astratto. Nella sua traiettoria ci sono gesti concreti, quasi silenziosi, in cui questa intenzione si materializza. Uno di questi è la colomba della pace donata al Vaticano, un’opera che non si comprende solo come scultura, ma come gesto simbolico: l’idea che una forma possa diventare messaggio condiviso, invito a pensare il comune.

Nella sua opera, la pace non appare come dichiarazione diretta, ma come una sorta di clima. Qualcosa che si costruisce lentamente, come se ogni piega del marmo fosse anche una forma di insistenza sull’umano di fronte alla fragilità del presente.

GNAMC Mostra Atchugarry Sala1 Foto Daniele Cortese

Da un’infanzia artistica a una vocazione inevitabile

Quando parla delle sue origini, non c’è epica né rottura drammatica. C’è qualcosa di più sottile: continuità, fiducia e creatività. Cresce in una famiglia in cui l’arte esiste già in modo naturale. Suo padre dipingeva, sua madre scriveva. La casa era, in un certo senso, uno spazio già attraversato dalla creazione.

Dice che da lì la sua vocazione è emersa poco a poco, senza fretta, quasi come un riconoscimento interiore. Non come scelta improvvisa, ma come qualcosa che era semplicemente già presente fin dall’inizio.

Questa sensibilità si amplia poi con la sua vita tra Uruguay e Italia, con soggiorni in diversi contesti europei — inclusa la formazione a Valencia, in Spagna — e con un percorso che lo porta a muoversi tra continenti senza perdere il centro del suo lavoro: l’atelier, la materia, la mano.

pablo atchugarry
L’artista Pablo Atchugarry con la direttrice della GNAMC, Renata Cristina Mazzantini

Si definisce in larga parte autodidatta. E questa parola, nel suo caso, non indica assenza di apprendimento, ma un altro modo di imparare: provando, insistendo, sbagliando dentro il fare stesso e affidandosi a ciò che si porta dentro, lasciandolo fiorire nelle opere.

C’è persino un’immagine che lo accompagna come aneddoto quasi fondativo: da giovane arrivò a portare in giro una scultura come se fosse un bambino in un passeggino. Non un gesto privo di senso, ma una forma istintiva di relazione con l’opera, quando ancora non era “oggetto finito”, ma qualcosa in divenire, qualcosa di vivo.

Nel suo linguaggio risuona anche la tradizione classica, soprattutto l’idea michelangiolesca del “levare”, in cui la forma è già contenuta nella pietra e lo scultore la libera. Ma nel suo caso non si tratta di imitazione del passato, bensì di una continuità trasformata: una tensione tra il classico e l’intimamente personale.

pablo atchugarry

Pablo Atchugarry: la scultura come qualcosa che continua ad accadere

Di fronte alle sue opere a Roma, questa somma di storia, tecnica e biografia diventa visibile senza bisogno di spiegazioni. Le sculture non si presentano come risposte, ma come processi sospesi nel momento giusto.

C’è qualcosa in loro che non si chiude mai del tutto. Le forme sembrano in transito, come se potessero continuare a crescere verso l’alto se il tempo non si fosse fermato nel marmo. E tuttavia questa sospensione non è mancanza di vita: è un’altra forma di intensità.

Il risultato è un’esperienza ambigua, difficile da definire con precisione: serenità e tensione convivono senza annullarsi. Alcune opere trasmettono calma immediata, altre inquietudine trattenuta. Ma tutte condividono la stessa qualità: una presenza.

Non sono lì per spiegare qualcosa. Sono lì per restare aperte.

pablo atchugarry

Riflessione finale: ciò che questa visita mi lascia dentro

Dopo aver visto le opere di Pablo Atchugarry alla Galleria Nazionale di Roma, non mi resta una lettura chiusa né una spiegazione perfetta. Mi resta qualcosa di più reale: un’impressione che continua a lavorare dentro.

Sono uscita con la sensazione che l’arte, quando è vera, non cerca di piacere o convincere rapidamente. Si costruisce in un altro tempo. Nel tempo lento del marmo, nel tempo delle mani, nel tempo degli errori e dei tentativi ripetuti. E questo, in un mondo in cui tutto è immediato, diventa quasi una forma di resistenza.

Le sue sculture, con quelle pieghe che sembrano corpi senza figura e quelle forme che si aprono come se qualcosa stesse per nascere, mi hanno fatto pensare che la tensione non è qualcosa di negativo. Che il disagio può anche essere bellezza. Che anche ciò che sembra duro o freddo può contenere una vita interna, se qualcuno ha la pazienza di lavorarlo.

E soprattutto mi porto via un’idea chiara: credere in ciò che si fa non è un discorso poetico, è una scelta quotidiana. Continuare anche quando il percorso è difficile, anche quando non c’è sicurezza, anche quando il riconoscimento non arriva o arriva tardi. Perché se non si sostiene la propria opera dall’interno, nessun altro lo farà al posto tuo.

Ai giovani artisti — e lo dico anche a me stessa — resta questo: non l’idea di imitare, né di inseguire lo stesso successo, ma la necessità di capire che l’arte non è velocità né risultato. È costanza. Dubbio. Insistenza.

Forse è per questo che le sue sculture non si dimenticano facilmente. Non perché spiegano qualcosa, ma perché restituiscono domande. E tra tutte, una rimane più forte delle altre: se si è davvero disposti a sostenere la propria voce anche quando il mondo non la capisce ancora.

Lì, forse, comincia davvero l’arte.

 

INFO MOSTRA:

Pablo Atchugarry. Scolpire la Luce

A cura di Gabriele Simongini

Apertura al pubblico: 19 maggio – 21 giugno 2026

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Roma, Viale delle Belle Arti 131

 

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