Anonimo d’autore

Anonimo d’autore

Succede spesso di non notare cose che cadono davanti ai nostri sensi in maniera evidente.
Si chiama, appunto, accecamento d’evidenza.

Una mattina mi sono sorpresa a perdermi con lo sguardo nel vuoto, per poi accorgermi che quel vuoto era in realtà colmo di oggetti. Gli oggetti, appunto. Ciò che popola la nostra quotidianità, le cose che riempiono gli spazi.

Il più clamoroso accecamento d’evidenza di cui siamo vittime riguarda gli oggetti, perché sovente si tratta di archetipi tipologici di cui fruiamo nella distrazione, a volte si tratta di prodotti a larga diffusione, poco costosi, destinati a un breve consumo, all’”usa e getta”. Ne siamo pervasi, ci servono. Oggetti d’uso quotidiano, un uso talmente quotidiano da essere ormai meccanico.

Un oggetto non nasce per generazione spontanea, ma è il risultato di un’idea, di un pensiero progettuale. Dietro alle cose che tocchiamo, utilizziamo, buttiamo, rompiamo, c’è una mente che elabora l’oggetto in relazione all’utilizzo.
Tutto ciò che non è natura è stato ideato da qualcuno.

Parlare di “anonimo” con riferimento al design di oggetti non significa presupporre l’assenza del progettista, ma la non conoscenza della sua identità. Il tema dell’anonimo ha una certa rilevanza nel panorama contemporaneo del consumo: anonima è la maggior parte degli oggetti che frequentiamo quotidianamente, e che sono stati usati nel corso della storia. Non conosciamo il nome del designer, a volte nemmeno l’azienda produttrice. E poco importa se ignoriamo l’identità dell’autore, l’opera la soppianta.

Qualche esempio? Siamo banali. Il cono di wafer per il gelato. In Italia l’antenato del cono è la “parigina”, dolce fatto di una porzione di gelato compressa tra due cialde di wafer rotonde, quadrate o rettangolari, comparsa a fine Ottocento, a Milano. Nel 1960 è registrato il nome Cornetto, destinato a spopolare. La configurazione del cono è funzionale ed ergonomica, risolve il problema del cucchiaino, e costituisce un alimento- contenitore piacevole al tatto, al gusto, alla vista.

Il Moon Boot, ideato nel 1970 da un’azienda di Treviso. Ispirato all’abbigliamento degli astronauti della spedizione Apollo, sbarcati sulla Luna nel 1969, questo stivale è morbido, antiscivolo, caldo, unisex e uniform: calzata ambidestra e in grado di coprire almeno tre taglie.

La famosa Tratto Pen, disegnata nel 1976 da Design Group, studio milanese nato nel 1968. La punta affusolata consente di poter scrivere anche inclinando la penna, mentre il bordo dentato del cappuccio impedisce alla penna di rotolare e cadere.

Si pone però una contraddizione: ha senso strappare questo tipo di oggetti al loro anonimo cantuccio elevando il design anonimo alla categoria del progetto colto? Sarebbe cancellare automaticamente il carattere che lo ha reso significativo e affascinante.

Ed ecco la contraddizione: anche se l’anonimato ci attrae, non possiamo reprimere un’irresistibile tendenza a dargli un nome, scoprirlo, classificarlo, e quindi dominarlo.

Martina Vecchi

Nasco nella meravigliosa Bologna il 26 maggio del 1987, sotto il problematico segno dei gemelli. Non riesco a definirmi, quando ci provo il mio cervello va in tilt.
Sono un groviglio di elementi, timida e introversa, comunicativa e ironica, pessimista, iperansiosa, iperemotiva, troppo emozionale, iperaffettuosa, forse troppo generosa, a volte (spesso) egoista, svampita, incostante, molto inconcludente, tanto sorridente. Insomma, bipolare. Non ho un’alta opinione di me (errore, grave errore). Schiacciata da mille paure, cerco di fare chiarezza nel mio paesaggio emotivo con introspezioni fredde e spietate, riuscendo puntualmente a complicare il complicabile.
Nel frattempo ho una laurea triennale in Lettere moderne, arranco verso la conclusione della magistrale, e scrivo. Ho nel cassetto libri che nessuno pubblicherà. La scrittura è il mio odio e il mio amore. I miei pensieri vanno più veloci delle mie parole, e spesso queste mancano. Continuo a cercarle. Divoro libri, oppure li inizio e li abbandono quasi subito. Amo l’arte in tutte le sue declinazioni, soprattutto la pittura e la danza, che ho praticato per tredici anni. Ho un’indole tersicorea, ballo e canto. Lo shopping è la mia rovina. Vivo di giorno, e non di notte. Ricavo il mio quotidiano pezzetto di libertà percorrendo chilometri a piedi con la musica più tamarra sparata nelle orecchie. Mi alzo tutte le mattine alle 6.30 e vado a correre. Non bevo caffè. Ho uno smodato affetto per il Parmigiano. E per la mamma.
Martina Vecchi

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One Response to "Anonimo d’autore"

  1. Simone   29 Novembre 2012 at 19:57

    …e vogliamo parlare della porta? Sì, le porte delle nostre case, dei nostri uffici, che apriamo quando vogliamo un contatto con gli altri, che chiudiamo quando vogliamo stare soli. Porte a vetri, in legno, decorate o economiche. Pensiamo se, al posto di quel miracolo ingegneristico con la maniglia, gli stipiti e i cardini, ci fosse un pannello da spostare ogni volta…comunque gran bell’articolo!

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