Il dandy avventuroso

Suggestioni e congetture sul fascino di Corto Maltese (e del suo look)

” Il dandy, invece, senza violare in alcun modo le leggi sottili della moda,

riesce a creare simboli molto più sottili

attraverso i quali manifestare la propria personalità

Max Beerbohm

Un eroe antifragile

Nel luglio del 1967 Hugo Pratt pubblica per l’editore genovese appassionato di fumetti Fiorenzo Ivaldi, le prime strisce di “Una ballata del mare salato”, sulle quali appare per la prima volta il personaggio che più di altri lo renderà celebre anche tra il pubblico lontano dalla cultura del fumetto.Corto Maltese

Bisogna aggiungere che la straordinaria notorietà di Hugo Pratt/Corto Maltese non arriverà di colpo.

Dopo la citata prima apparizione sulle pagine della rivista St. Kirk, il “romanzo disegnato” delle avventure del marinaio filosofo terminerà la pubblicazione delle strisce nel febbraio del 1969. In quella fase inaugurale solo poche migliaia di lettori gioirono della novità rappresentata da un personaggio anomalo per il mondo dei fumetti, che con il senno di poi possiamo classificare come il culmine creativo di un grande autore. La vera popolarità inizierà ad accumularsi dopo soli due anni, nel 1971, quando la ballata verrà ripubblicata a puntate sul “Corriere dei Piccoli”. In seguito, Mondadori raggrupperà i suoi disegni in un’unica opera nel 1972. Col nuovo formato il successo di Corto Maltese divenne inarrestabile non solo tra i fanatici del fumetto o tra i giovanissimi, ma anche tra chi in un comic apprezzava soprattutto l’arte, la letterarietà, la visionarietà e la dimensione di eroe fragile, molto lontana dalle truculente figure tradizionali che  spopolavano in quegl’anni, in parte responsabili della trasformazione di innocui comics in un genere osteggiato sia dalla maggioranza degli intellettuali e sia dalla dominante mentalità borghese.

Chi era dunque Corto Maltese?

Delle sue origini sappiamo ben poco. L’autore distribuisce nel testo con molta parsimonia le informazioni biografiche che lo riguardano. Sembrerebbe essere nato nell’isola di Malta nel centro del Mediterraneo. La madre era una bellissima gitana di Siviglia chiamata Nina di Gibraltar, della quale si ricorda l’esperienza di modella per il pittore Ingres, probabilmente per rafforzare l’idea di una donna fuori dagli schemi. Nel tardo Ottocento la professione di modella non era certo paragonabile a quella di oggi. Detta come vuol detta è probabile che persino a Parigi, dove avrebbe posato per il celebre pittore, la si considerasse una demi mondaine. Un bel giorno, non sappiamo dove, si innamorò di un marinaio inglese nato nella cittadina di Tintagel King’s Arthur Castle, in Cornovaglia.Corto Maltese_1

Fu un amore improvviso e occasionale. Del marinaio inglese si persero subito le tracce e il suo nome non viene mai citato nelle 29 storie che narrerà l’autore.

Conosciamo però la data di nascita di Corto Matese: il 10 luglio del 1887; la trombata fatale potrebbe essere stata consumata tra novembre/dicembre del 1886, durante la forzata pausa invernale delle attività marinaresche.

Il nostro eroe trascorse la sua infanzia tra La Valletta e Cordoba. Nella cittadina maltese frequentò la scuola ebraica del rabbino Ezra Toledano, ex amante della madre e cultore della Zohar e della Cabbala. A 17 anni nel 1904 si imbarcò come marinaio per 4 anni sul Vanità Dorata, un cargo che come prima tappa lo portò a Buenos Aires, dove imparò a ballare il tango. La rotta proseguì verso il Brasile, le Antille e New Orleans. In Louisiana si interessò del Vodoo. Subito dopo Corto raggiunse l’India, ebbe delle esperienze in Cina e a Giava, si spinse fino alle isole Tonga.

In Manciuria, a Mukden, durante la guerra russo-giapponese incontrò Rasputin, un disertore senza scrupoli con propensioni criminali da serial killer, con il quale si imbarcò per l’Africa alla ricerca delle favolose miniere d’oro di Duncalia. È l’inizio di una lunga ambivalente e pericolosa amicizia che viaggiava lungo i confini della vita e della morte.

Gli incontri con personaggi dal pessimo curriculum si moltiplicarono. In Patagonia fece la conoscenza con i fuorilegge Butch Cassidy e Sundance Kid; ad Ancona nel 1907 incrociò un inquietante portiere d’albergo di nazionalità russa, Dzugasvili, che nascondeva la sua vera professione: si trattava di un rivoluzionario dormiente, che più il là negli anni, con il nome di Stalin, diverrà l’incubo dell’Occidente, essendosi nel frattempo trasformato in uno spietato sterminatore di masse. Nel 1910 intraprende un business che lo vede trasportare bestiame da Boston a Liverpool. L’attività andò presto a rotoli e in seguito alle traversie giudiziarie che gli tolsero tutto, diventò un pirata. Nel 1913 la sua ciurma sobillata dal nostromo, fratello di una ragazza che in qualche modo Corto Maltese aveva illuso, si ribella e lo getta nel Pacifico al largo delle Isole Salomone, legato a una rudimentale zattera, abbandonandolo a suo destino. Viene miracolosamente salvato da Rasputin, divenuto anch’egli un pirata, entrambi al soldo del misterioso “Monaco”.

Nel 1917 lo troviamo in America Latina e a navigare nei Caraibi in avventure che tra divinazioni, sogni e droghe culmineranno nella scoperta delle forze fondamentali dell’universo.

Dopo le avventure ai tropici soggiornò in Europa. Nel 1918 in Francia assiste all’abbattimento di von Richthofen il celebre Barone Rosso. Nell’autunno dello stesso anno lo troviamo nella Somalia Britannica. Subito dopo si trasferisce in Etiopia e poi nell’Africa orientale occupata dai tedeschi.

Intorno al 1918, forse per rimettersi in sesto, soggiornò per un breve periodo nella sua casa a Hong Kong, apprendendo da un ritrovato Rasputin,  della fine della guerra. Nel 1921 appare a Venezia, subito prima di partire alla ricerca del tesoro di Alessandro Magno, in un viaggio che lo porterà in Azerbaijan e nel nord del Pakistan. Nel 1923 ritornò a Buenos Aires per indagare sulla misteriosa scomparsa di Louise Brookzowyc, implicata in un traffico di prostitute. L’anno dopo Corto fece un viaggio in Svizzera. Vi conosce  la pittrice Tamara de Lempicka con la quale si reca a Montagnola sul Ticino a Casa Camuzzi nella quale aveva domiciliato lo scrittore Hermann Hesse, dove beve il siero dell’immortalità.

Tra il 1924 e 1925 con Rasputin si recò nei Caraibi alla ricerca di Atlantide, una avventura che si trasformò in una vera e propria esperienza interiore.

Nel ’28 e l’inizio del ’29 si recò di nuovo in Etiopia in compagnia del romanziere Henry de Manfried. In seguito, fino al ’36 condusse una vita misteriosa della quale non ci è dato sapere nulla. Corto fece la sua ricomparsa con l’inizio della guerra civile spagnola nelle sembianze di combattente al soldo delle Brigate Internazionali. Fu l’ultima impresa prima che calasse sulla sua vita un lungo, definitivo silenzio.

Una lettera di Pandora Groovesnore citata in una lettera di Obregon Carrenza, posta a prologo della Ballata, prima graphic novel disegnata da Pratt, mi permette di congetturare che il nostro eroe era ancora vivo nel 1965; un po’ rincoglionito e depresso per la morte di Tarao, l’inseparabile compagno della sua vecchiaia, ma ancora capace di reggere in solitudine l’angoscia del suo “grande mare”.

La critica più attenta ha giustamente classificato Corto Maltese affibbiandogli l’etichetta del gentleman avventuroso, intriso di cultura romantica. Una sorta di eroe dal volto umano che, pur partendo da posizioni ciniche o utilitaristiche, alla fine troviamo sempre schierato con le idee giuste, buone e belle.

Fondamentalmente sembra un personaggio disilluso dalla vita di relazione degli uomini, decisamente agnostico rispetto il sistema di valori correnti, molto sicuro del suo sentire individuale dal quale discendono le scelte decisive quando l’azione annoda le parti in gioco in situazioni contraddittorie.

Ad esempio nelle celtiche rifornisce di armi i terroristi irlandesi apparentemente per denaro. Ma poi rischia l’impossibile per vendicare un amico ucciso dagli inglesi facendo esplodere una intera caserma. Nel frattempo mantiene rapporti non privi di cordialità con entrambe le fazioni in lotta.

Direi che l’autorità, la Legge gli fa problema. È scettico nei confronti di chi si autoproclama detentore delle ultime parole.

Sembrerebbe essere il risultato di un complesso edipico bizzarro. Da un lato la mancanza del padre avrebbe causato il suo nomadismo nautico/esistenziale; dall’altro lato l’ombra di una immagine materna molto forte (in tutte le sue avventure Corto è un perfetto gentleman anche con donne che non lo meriterebbero), rende complicata ogni ipotesi di relazione con l’altro sesso, ma in cambio conferisce al suo errare a la ricerca del padre perduto, una abilità, un saperci fare, una capacità di tessere situazioni in eventi polarizzanti spesso intrisi di mistero, da farlo diventare, agli occhi del lettore, l’anti-eroe attraverso il quale, il caos evenemenziale della vita, si trasforma in avventure, storie, racconti, ballate.

Di passaggio aggiungo che il segno grafico di Pratt è fantastico. Il piacere visivo offerto dalle sue graphic novel, basterebbe a soddisfare la passione di qualsiasi amatore del fumetto. Ma in Corto Maltese c’è dell’altro. L’effetto del testo va al di là di ciò che Pratt sembra voler raccontare. Molti hanno insistito con il parallelismo Pratt – Corto, come se la biografia o le supposte intenzioni dell’autore bastassero a chiarire ogni aspetto del personaggio. Penso che invece, come succede in alcuni romanzi di Queneau, Corto sia sfuggito al controllo dell’autore trascinandolo in una deriva paradossale dove, forse, da un certo punto in poi è stato più il fumetto a rimescolare Pratt che non viceversa.

Il fascino dell’antifragilità

Le caratteristiche del personaggio che ho elencato sono sufficienti per spiegarne il successo?

A me sembrano dimensioni che non necessitano di molte spiegazioni. Ma al tempo stesso  non le ritengo sufficienti per comprenderne la diffusione virale e l’amore ai limiti del fanatismo per Corto Maltese.Corto Maltese_2

Ad esempio molti critici riconoscono che Corto più che esprimere forza e robustezza è un personaggio affascinante, caratterizzato da una bellezza originale.  Non ci sono dubbi che l’idea di uomo ideale nei Sessanta e Settanta avesse evidenti connessioni con il fisico del marinaio maltese. Provate a osservarlo con attenzione: è quasi sempre più alto dei personaggi che lo circondano, è magro, dinoccolato, i basettoni che incorniciano il volto attenuano l’eccessiva regolarità dei tratti… Non dice mai una parola di troppo, ma dimostra di apprezzare la conversazione arguta e intelligente; trasmette sicurezza senza segni di arroganza; è disinvolto, diretto, ironico, mai invadente. Molti di questi tratti caratteriali maschili, cominciarono timidamente a diffondersi nel cinema e anche nei comics proprio a partire dai rivoluzionari anni Sessanta. Anche se il maschio alfa tipo 007, continuava a essere dominante nelle narrazioni popolari, molto velocemente trovò il proprio pubblico una rappresentazione diversa dell’eroe, caratterizzata da una gender equity, che rovesciava le semantiche aggregate alla polarizzazione maschio-femmina dominanti: Corto Maltese evocava un fascino che sconfinava in tratti attribuibili al coté femminile, ovvero romanticismo, amore per la poesia, gusto per la conversazione arguta, controllo delle apparenze… Per contro, le donne che incontra nelle sue avventure rappresentano un tipo di femminilità  altrettanto innovativo, bellissime, forti interiormente, spesso spietate, indipendenti… Donne impossibili che rendono verosimile la sua solitudine sentimentale, contribuendo non poco a fornire al fascino del personaggio una nota di comica tragicità (così bello e seducente, non riesce ad avere una sola storia d’amore come diocomanda!).

Tuttavia, bisogna aggiungere che se le donne che incontra sono quasi sempre intrattabili e per ragioni di sceneggiatura inespugnabili, non c’è dubbio che di fronte alla sua persona tutte tradiscano l’incertezza, i leggeri cedimenti o le sospette ruvidezze che non possono che alludere all’impatto che Corto provoca in loro a livello di linguaggio di relazione.

In qualche modo ci pare che vengano sedotte anche se l’esito di questo processo passionale non arriva mai alla sua conclusione naturale. Per contro, si ha la sensazione che reagiscano al fascino di Corto trasformandone l’impatto in un principio di incazzatura. Una sorta di fastidio per un personaggio del quale sembra che di colpo percepiscano il fatto che non potrà mai appartenere loro, e nello stesso tempo non potranno nemmeno evitare di farci i conti.

Insomma, indubbiamente Hugo Pratt ha voluto che il suo eroe avesse prima di tutto fascino e stile. Sia con le donne e ancor di più forse con gli uomini (il povero Rasputin è la sua vittima preferita).

Si ha sensazione che Corto, più che amare l’avventura, in qualche modo se la trovi tra i piedi, ma poi vi partecipi con una solidità etica che sembra non conoscere cedimenti. A volte si ha l’impressione che la sua arma preferita sia la seduzione. Ecco perché forse le sue apparenze sono diverse da altri personaggi prattiani.

Luca Zane, in “Anna nella giungla”, uno dei primi fumetti dell’autore, ha qualcosa di Corto. Ma la sua onnipresente t-shirt nera, portata con il fazzoletto legato al collo come un cow-boy, non alludono a nient’altro che al personaggio ben contestualizzato. Criss Kenton nella saga intitolata “Wheeling”, in qualche striscia esibisce un look aggraziato dall’effetto straniante: penso alla camicia elegante con il farfallino indossata sotto a un cattivante giaccone di pelle sfrangiato ai bordi. Se la mia congettura sul potenziale seduttivo di Corto, eroe antifragile, è corretta allora comprendiamo le ragioni del perchè, nella costruzione iconica del bel marinaio maltese, Pratt sembra disegnare con molta più attenzione le apparenze del suo personaggio.

Ma come classificare il fascino di Corto Maltese?

Non è certo il fascino carismatico del tombeur de femmes. Troppo ironico, troppo tagliente … E poi Corto ama troppo la conversazione sottile per posare, per mettersi semplicemente in bella vista. La sua curiosità, il piacere per i piccoli indizi e la buona conversazione, gli impediscono le silenziose recite che impone il carisma e la seduzione quando divengono armi per espugnare l’altro.

Avanzo quindi una ulteriore congettura, ovvero che il fascino di Corto sia legato al suo essere sostanzialmente un affinamento del dandy.

Corto Maltese_3Se al posto della città mettiamo i mari, i deserti, i porti mi sembra di poter sostenere che in questi non-luoghi il nostro eroe si muova come il flâneur di Baudelaire, dunque come il personaggio che reagisce alla modernità e alle mode conclamate, con l’atteggiamento blasé di chi sembra accettarne l’ineluttabile realtà senza aderirvi completamente, senza troppa passione.

Ovviamente il modello di riferimento per comprendere il dandismo di Corto non può essere Mr. Brummel, dal quale discende una interpretazione dello stile fop troppo centrata sull’abbigliamento.

Il personaggio di Pratt non si cambia l’abito tre volte al giorno, ogni giorno dell’anno; non impiega l’intera mattinata per vestirsi, non passa il resto del suo tempo consultando sarti e custodi del suo guardaroba. Come riconobbero Barbey d’Aurevilly, Max Beerbohm e Charles Baudelaire, i tratti pertinenti necessari per comprendere l’effetto che produce il dandismo, vanno al di là delle forme delle loro apparenze le quali restano tutto sommato semplici, accese solo da piccoli tocchi di distinzione, ma mai  eccentriche o snob. “Il dandismo è l’ultimo atto di eroismo nei periodi di decadenza”, scrive  Baudelaire in pagine famose. E alla fine del suo breve scritto elenca  caratteristiche della bellezza del dandy che trovo estendibili a Corto Maltese: il modo di portare un abito, leggerezza d’andatura, sicurezza nei gesti, una semplicità nei modi pur nell’aspetto di dominatore, un atteggiamento sempre calmo ma che rivela tuttavia una forza, “un fuoco latente che si lascia indovinare, che potrebbe ma non vuole divampare”.

Mi piace pensare che Pratt fosse consapevole del fenomeno emotivo alimentato dall’abito e dallo stile che il suo personaggio principale indossa nell’intento di sedurre il lettore.

La sua genialità risiede nel fatto che i look di Corto Maltese lo rinserrano talmente forte da diventare una cosa sola con l’anima avventurosa del personaggio.

Corto Maltese anticipa la crisi delle grandi narrazioni

Mi rendo conto che nel definire Corto Maltese un dandy avventuroso corro il rischio di proporre una interpretazione a lungo rimossa. La cultura di sinistra dominante nel nostro Paese negli anni Settanta e oltre, aveva subito tentato di arruolare il personaggio di Pratt tra le proprie icone. Non senza ragione ovviamente.Corto Maltese_5

Come negare che in un modo o nell’altro, troviamo sempre il bel marinaio schierato con la rivoluzione? Come negare la sua avversione contro i poteri forti?

Il fatto poi che la sua pragmatica adesione al principio di realtà, controbilanciata da fughe e visioni poetiche, non fosse riducibile a nessuna ideologia ma sprofondasse in qualcosa di più profondo, ai bordi dello spiritualismo e dello stoicismo, non ha cambiato l’orientamento delle interpretazioni dominanti nei Settanta/Ottanta.

Bisogna considerare che, la cultura di sinistra per decenni è stata incapace di pensare a fenomeni come la moda al di fuori dell’ideologia. Essendo il dandismo una reazione in qualche modo collegata ai fatti di moda, era politicamente scorretto proiettarne l’ombra su un personaggio eticamente conforme al discorso di una sinistra che stava investendo tantissimo sul controllo dei giovani.

Bisogna aggiungere che gli insopportabili borghesucci che si riconoscevano nella DC, tutta schierata contro la cultura del fumetto, erano ancora peggio.

Ecco perché non è stata proiettata su Corto la giusta luce per illuminare gli effetti collaterali del personaggio creato dal talento di Pratt. A distanza di decenni, non credo sia più un azzardo, ipotizzare che il suo successo anticipasse o fosse un sintomo di ciò che più tardi J.F.Lyotard definirà la crisi delle grandi narrazioni.

Voglio dire che, tra il pubblico che faceva tendenza, una minoranza, certo, dalla fine dei Settanta, il fascino dello stile e di narrazioni legate a traiettorie individuali, annichilì di colpo la fede nelle pesantezze ideologiche dei grandi romanzi che avevano dominato l’immaginario sociale.

E Corto Maltese, indubbiamente, aveva uno stile facilmente riconoscibile sia per la configurazione del personaggio, sia per le forme delle avventure che lo mettevano in movimento. Credo dunque sia corretto ipotizzare che una quota rilevante del suo fascino discendesse da una idea di stile originale che vedo apparentata alla cultura dandy, arricchita dal gusto per l’avventura.

Per stile intendo un modo di essere caratterizzato da una profonda coerenza, capace di conferire un forte senso di unità al personaggio. Infatti Corto è sempre là dove il lettore si aspetta che sia. Cambiano le mappe, mutano i protagonisti e le situazioni ma Corto è sempre se stesso ovvero diverso da tutti. Ma forse dovrei dire distinto…Corto Maltese si distingue dagli altri. Senza questa caratteristica aristocratica il personaggio perderebbe in leggerezza, in sottigliezza, finendo stritolato dalla pesantezza ottusa dell’eroe spacca tutto, sanguinario, insaziabile (come Diabolik, Kriminal e altri fumetti di grande successo negli anni Sessanta/Settanta).

Nello stesso anno in cui apparirono le prime strisce delle avventure di Corto (1967), il grande intellettuale francese Roland Barthes pubblicava “Il sistema della moda”, una poderosa ricerca che aveva l’obiettivo di dimostrare quanto i fatti di moda, trasformati in linguaggio, al di là dell’innocue banalità  che manifestavano in superficie, fossero fenomeni di valenza strutturale. In parole più semplici, secondo l’autore, l’abbigliamento tout court e l’abito parlato (quest’ultima dimensione era l’oggetto specifico della ricerca di Barthes), non rimandavano solo a esperienze effimere, ma incorporavano, via linguaggio, passioni, significati, relazioni correlabili  agli aspetti decisivi di una forma di vita.

Ma del Roland Barthes interprete della moda, in questa sede, mi interessa di più un altro testo breve apparso qualche anno prima della pubblicazione del Sistema. In “La fine del dandismo”, apparso per la prima volta nel 1962,  l’autore riteneva impossibile il perdurare del dandy nel tempo in cui le mode cominciano a dominare il gusto della gente. La sua argomentazione non era certo priva di buone ragioni. Il dandismo, scriveva, è essenzialmente legato al dettaglio raro, unico, per certi versi irriproducibile. Essendo ormai i fenomeni di moda immediatamente riproducibili ne discende l’impossibilità di essere dandy. Barthes usava per la moda, la critica che qualche decennio prima aveva utilizzato Walter Benjamin per denunciare la scomparsa dell’aura nell’arte, disintegrata dai dispositivi seriali del capitalismo.

Non sono completamente d’accordo con queste interpretazioni ma ammetto che fanno emergere dei contenuti problematici che ci aiutano a comprendere meglio eventi che interferiscono con l’estetica contemporanea.

La forzatura dell’interpretazione di Barthes, consiste nello schiacciare violentemente il dandy moderno sui segni (nel senso dato dalla linguistica saussuriana al concetto) che lo rappresentano, ovvero i dettagli, presentati come se fossero essenzialmente creazioni/cose dotate di una significazione stabilizzabile, quindi merci possibili, quindi riproducibili. Da un lato riconosce la logica della distinzione assoluta e ribelle che il dandy elegge a imperativo morale ma dall’altro vincola l’esperienza del vero dandismo non alla possibilità del dettaglio percepito e, nell’era dell’informazione, fatalmente preso in un circuito di fruizione, ma alla sua originaria alterità radicale rispetto le istanze emulative, imitative, tipiche delle mode.

È come se il vero dandy, per Barthes, non potesse che rifarsi alla lezione di un Brummel ossessionato dal confronto con il guardaroba, al quale occorreva l’intera mattinata per scegliere il look minimalista da esibire nei giochi di società nei quali primeggiava per distinzione.

Noi sappiamo, invece, grazie ad autori come Barbey d’Aurevilly, Max Beerbohm e Baudelaire, quanto il fenomeno del dandismo non possa essere compreso solo concependolo solamente in rapporto all’autonomia del dettaglio o alla scelta di tratti delle apparenze “differenti”. È la natura etica dell’adesione al significante (o al fascio di tratti) che lo rappresenta presso altri significanti (gli sguardi di chi da fuori lo invidia, lo ammira o lo disprezza) a conferire al dandy fascino e forza passionale che ci seduce. In altre parole, la dimensione significante del dettaglio andrebbe interpretata nel senso che Jacques Lacan attribuiva a questa categoria linguistica nel contesto della sua teoria dell’inconscio strutturato come un linguaggio, ovvero come resistenza al senso. In tal modo, il significante/dettaglio sfugge alla logica del segno (che presuppone il rimando puntuale e razionale alla catena delle significazioni) divenendo una sorta di feticcio induttore di fascino.

Naturalmente, come ho evidenziato sopra, Barthes non nega la dimensione etica teorizzata dai primi teorici del dandismo. Semplicemente gli antepone una ragione “tecnica”. Ovvero, partendo dal fatto che per essere dandy occorre un forte investimento creativo dal quale far emergere la singolarità del soggetto, con la nascita di boutiques specializzate pronte a imitare in tempi brevissimi ciò che attira l’attenzione dei trendsetter, “tecnicamente” non risulterebbe più possibile preservare il dandy dall’inflazione di quel dettaglio che, in altri tempi, riassumeva la sua radicale alterità.

In breve, Barthes non esplora una distinzione che a mio avviso risulta centrale per comprendere il dandismo contemporaneo: alla metafisica dell’essere dandy va aggiunta la questione del desiderio dandy. In definitiva cosa sia un vero dandy è una questione meno interessante rispetto alla domanda che indaga sul come e a quali condizioni il dandismo continui ad avere fascino.

Comunque, mi piace sottolineare ancora che il punto di vista di Barthes ha avuto il merito di segnalare un problema vero.

Nel post-capitalismo o se volete nel post-fordismo essere dandy nel reale non è una avventura facile, come non lo è, per esempio, essere un artista. La particolare metafisica che sostiene queste soggettività si scontra con una società materiale che banalizza il mito, trasformando il mistero in consumo, il rito in spettacolo, i feticci in segni, il tocco magico in informazioni.

Ecco dunque, per tornare a Corto Maltese, ovvero a un disegno induttore di passioni, si può dire che il dandy scomparendo nel reale ( per via delle difficoltà ad essere un vero dandy) abbia buone ragioni per comparire tra il simbolico e l’immaginario nelle vesti grafiche inventate da Pratt. In altre parole, per la contemporaneità il desiderio dandy è prioritario rispetto l’essere dandy.

A mio avviso parte del successo di Corto Maltese dipende da questa proiezione del desiderio dandy, nel contesto di una vita sempre più burocratizzata e nello stesso tempo, per quanto riguarda l’estetica dell’abbigliamento, imprigionata in una foresta di segni in libertà vigilata. Infatti, malgrado oggi la moda (come l’arte del resto) abbia pressoché demolito ogni canone del gusto, la costruzione di singolarità espressive rimane un problema irrisolvibile per la maggioranza dei soggetti. Il fascino del dandy, soprattutto se raffigurato attraverso la messa in testo di immagini, rimane quindi una opzione molto desiderabile, oppure, se volete, più appagante rispetto il difficile controllo creativo delle tecniche o dei segni che potrebbero risultare utili per la sua costruzione nella realtà di ciascuno di noi.

Corto Maltese, oltre la moda

Dove cominciare per pensare al fascino specifico di Corto Maltese? La storia, la geografia in cui si muove, le avventure, certo sono importanti. La sua fisicità, come ho ricordato sopra, convince e suscita reazioni. Ma c’è dell’altro. Osservate i look di Corto. Spesso indossa il caban blu, in tessuto di lana Kersey, presumo, con chiusura a doppiopetto, con un collo molto ampio e un bavero largo che dal 1881 fino agli anni Quaranta del Novecento ha fatto parte della divisa della Marina militare americana. In realtà l’antesignano di questo giaccone reso famoso da tanti film di Hollywood è un capo in dotazione della Marina militare inglese che risale almeno al 1857, quando fu dato in dotazione a tutti i militari. Si tratta di un capo d’abbigliamento robusto, comodo, utile nelle situazioni ventose, contro la pioggia e il freddo. Devo aggiungere che, disegnato da Pratt, il caban di Corto possiede sfumature percettive diverse rispetto ai rigidi giacconi che esibiscono, per esempio, Steve McQueen nel film “Quelli della San Pablo” (1966) e James Cagney in “La riva dei bruti” (1935). Nel disegno il giaccone da marinaio, nelle diverse versioni, acquisisce una leggerezza e una adesività al personaggio, che il cinema non può emulare. Corto Maltese alterna il caban descritto con una soluzione strabiliante, molto più elegante, di impianto settecentesco, lunga come una redingote con spacco sul didietro, indossata come un frac a coda lunga. Il corpetto chiuso e la camicia dal collo rigido come quelle che oggi indossa Karl Lagerfeld, danno al suo look dominante chiare inflessioni aristocratiche. Secondo alcuni commentatori del personaggio, Hugo Pratt si sarebbe ispirato all’abbigliamento di Burt Lancaster sul set del film “Il trono nero” (1954), nel quale interpretava il ruolo dell’avventuriero David O’Keefe. Anche alcune sequenze del “Il pirata dell’isola Verde” (1952), vedono Burt Lancaster indossare fogge settecentesche che familiarizzano con alcune frasi del guardaroba elegante che l’autore impose a Corto Maltese. Tuttavia, bisogna aggiungere che l’interpretazione di Pratt evita lo storicismo ingenuo. Il look del personaggio (sia nel contesto temporale delle sue avventure sia per i lettori anni ’60/’70) più che essere banalmente retro possiede le inflessioni démodé come potrebbero apparire agli occhi del mainstream i dettagli dell’abbigliamento di un trendsetter. I calzoni  sono a zampa d’elefante e indossati, grazie alle sue lunghe gambe, risultano di una giustezza che colpisce. Di passaggio mi piace sottolineare che a partire da Mary Quant, i cosiddetti calzoni a campana diverranno sino alla metà dei settanta una delle soluzioni di abbigliamento più gettonate da entrambi i sessi. Posso anche aggiungere che la moda di contaminare il look con fogge di tradizioni militaresche, delle quali Pratt era un vero esperto, negli anni sessanta aiuta a spingere il gusto dei giovani verso una casualizzazione del guardaroba sempre meno arroccato dietro le opposizioni classiche del tipo: abito formale/abito da lavoro. Non è importante il valore di ogni singolo elemento dell’abbigliamento bensì l’effetto di stile che mi conferisce. Così ragionavano i trendsetter del periodo. L’appello allo stile, pensavano verso la metà dei sessanta  i fashionisti ribelli, mi dà margini di libertà rispetto le prescrizioni della moda e al tempo stesso sposta l’attenzione sul modo di essere (di indossare) che marca la mia individualità. Direi quindi che Corto Maltese risultava un perfetto profeta di un nuovo modo di vivere gli abiti, in grado di intercettare l’interesse delle avanguardie generazionali.

Corto Maltese_4L’orecchino che indossa con disinvoltura, in un periodo in cui tra gli uomini era ancora oggetto di commenti sarcastici, e la svolazzante cravatta a nastro che rende tollerabile la rigidità del collo inamidato lo fanno apparire veramente cool. Corto maltese è démodé e nello stesso tempo oltre la moda. Usa un abbigliamento mai stravagante o snob ma nello stesso tempo si distingue e crea una disposizione nell’altro a viverlo come una icona.

Il suo modo di atteggiarsi e il portamento decontratto che lo contraddistingue rendono dandy la sua presenza. Forse è per questo che a un certo punto Pratt ha infilato nel racconto l’informazione che la madre era stata una modella. Di un pittore certo, ma essere una modella significa anche portamento, grazia, eleganza, dimensioni che fanno parte del meta-linguaggio della moda.

Trovo dunque in Corto Maltese la conferma di molti dei tratti pertinenti che Baudelaire elencava nel suo famoso testo sul dandy.

Il bisogno di crearsi un’originalità, contenuto nei limiti esteriori delle convenienze, ad esempio; oppure la perfezione nella semplicità come miglior modo di distinguersi. Anche la propensione allo spiritualismo e a uno stoico eroismo sembrano strappare il dandy al fascino della decadenza e al facile utilitarismo che contraddistingue, scrive Baudelaire, la marea crescente della democrazia.

La leggerezza di andatura, la sicurezza nei modi, la disinvoltura nell’indossare un abito o nel dominare gli avversari in una improvvisa rissa, l’atteggiamento calmo e pensoso dal quale promanano forza ed energia, sono caratteristiche che ben più delle apparenze rivelano la struttura individuale del dandy avventuroso.

Non mi sorprende che in una società che stava liquidando la funzione paterna, Corto Maltese sia divenuto un mito. Non mi sorprende che il desiderio dandy dato per morto negli anni in cui i grandi romanzi delle ideologie ancora resistevano, sia riapparso nella post modernità contribuendo al perdurare, tra chi consuma fumetti, del fascino del bel marinaio.

È vero! Forse oggi, nella nostra società liquida  il dandismo appare il forma street style, retrò, contaminato da vintage. Forse bisogna cercarlo tra i disadattati… Ma non era Corto, a suo modo, un disadattato di successo?

L’industria vestimentaria ha tentato di trasformare la notorietà e il fascino di Corto Maltese in elementi d’abbigliamento da diffondere tra i suoi fan. Nel 2009 venne lanciata a Parigi, nella boutique Colette, la linea di giacche Hugo Pratt for Corto Maltese. Non mi risulta che i caban o i Peacoat abbiano avuto la diffusione sperata. E infatti, nel 2014, la società Cong, proprietaria dei diritti, ha ripreso il controllo delle licenze delle linee di abbigliamento. Questo significa che il mercatismo di un affascinante feticcio grafico non è così scontato come potrebbe pensare un lettore ingenuo del famoso capitolo sul feticismo delle merci di Karl Marx. In un certo senso, Corto Maltese, potrebbe essere una ineffabile conferma del sex appeal dell’inorganico, tipico secondo il W.Benjamin dei Passages, delle devianze della moda. Di fronte al bel marinaio non siamo forse affascinati da un disegno? E, come enunciava J.Lacan in un suo famoso seminario, la magnificazione delle immagini non è forse lo stampo delle perversioni? Ma se, in ultima istanza, la moda in definitiva è sempre un feticismo più o meno dissimulato e se il fascino del bel marinaio costeggia l’idolatria, perché allora la prima non è riuscita (sinora) a impossessarsi degli abiti di Corto? Probabilmente il fascino non è totalmente mercificabile. Le sue leggi eccedono i principi dell’utilitarismo e della Ragione. I caban creati nel nome di Corto, rappresentano un indumento che al posto del personaggio hanno presentato un vuoto. Perché la transustanziazione, dallo spirito del disegno all’oggetto di tessuto, non è riuscita? Probabilmente perché un feticcio non lo si può svestire e rivestire a nostro piacimento. Non si può passare dal disegno alla stoffa, dal personaggio di Hugo Pratt a un manichino o un modello, dall’avventura alla pubblicità, senza incrinare il meccanismo del fascino. E senza il fascino del dandy avventuroso (che abbiamo visto dipendere non solo dai suoi look bensì dalle istanze narrative) i pur pregevoli capi creati nel nome di Corto si sono rivelati feticci vuoti di forza passionale.

Per concludere le mie elucubrazioni sul personaggio creato da Pratt, vorrei tornare alle brevi parole con cui Pandora, nella lettera citata all’inizio, ci parla della struggente solitudine di Corto, seduto sulla spiaggia a guardare per ore il mare.

Ora, davanti all’infinita ripetizione delle onde, forse sta comprendendo quanto sia stato alto il prezzo da pagare per essersi messo al posto del padre senza mai poterlo essere, risultando impossibile per lui accedere all’ al di là delle esibizioni e delle parate nell’incontro con le donne. Ora non gli rimane che la consolazione del mistero della madre, evocata da quel mare al quale lo psicoanalista Ferenczi ancorava la simbolizzazione della funzione materna. È da quel mare che continuano a sgorgare i veri tesori della sua vita. Altre favole soprattutto, o storie, premonizioni,sogni che Pratt da un certo punto in poi, non ha più voluto raccontarci.

Bibliografia:

  1. Per quanto riguarda la correlazione tra fascino e feticcio, ho usato a piene mani il bel libro di Ugo Volli dedicato al “Fascino” (Feltrinelli, 1997), al quale rimando il lettore animato da interesse per l’argomento: il testo di Volli lo considero imprescindibile;
  2. Il fascino interpretato come una strategia anti-fragile è una mia libera estrapolazione delle teorie di Nassim Nicholas Taleb presentate nel suo importante libro intitolato “Antifragile”, al quale chiedo scusa per le forzature;
  3. Le teorie sul dandy/ dandismo alle quali faccio riferimento sono il risultato della lettura di: Roland Barthes, “Il senso della moda”, (Einaudi, 2006); Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly, “George Brummell e il dandismo” (Edizioni Studio Tesi,1994); Max Beerbohm, “Elogio dei cosmetici” (Novecento, 1985); ” Dandy & Dandies” (Edizioni Studio Tesi, 1987); Charles Baudelaire, “Il pittore della vita moderna”, in Poesie e Prose (Mondadori, 1973); Marcel Proust, “L’indifferente” (Einaudi, 1978); Oscar Wilde, “Ritratto di Dorian Grey” in Opere (Mondadori, 1993); Walter Pater, “Mario l’epicureo” (Einaudi, 1970);
  4. Sulla crisi delle grandi narrazioni il rimando non può che essere a: J.F. Lyotard, “La condition postmoderne”, (Les Éditions de Minuit, 1979);
  5. La moda come linguaggio e sui limiti della correlazione, per me ha avuto come insuperabile testo di riferimento al quale regolarmente tornare: Roland Barthes, “Il sistema della moda” (Einaudi, 1991);
  6. Sulla differenza tra il segno di de Saussure e l’istanza del significante nell’economia psichica: J.Lacan, “L’Istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud” in Scritti vol.I (Einaudi, 1974);
  7. Su moda, feticcio e perversione delle immagini oltre al già citato testo di Ugo Volli, sono da leggere le pagine di W.Benjamin dedicate alla moda, contenute nel monumentale volume dedicato a “Parigi, capitale del XIX sec.” (Einaudi, ) e il Seminario IV, del 1956/57 di J.Lacan dedicato a la Relazione d’oggetto pubblicato da Einaudi nel 1996. Disegno e perversione sono stati alcuni dei temi di indimenticabili seminari milanesi ai quali ho partecipato per anni, tra la fine degli anni settanta e i primi ottanta, diretti da Sergio Finzi orientati a trovare un passaggio teorico inedito tra Freud e il lacanismo, in quegl’anni dilagante ed estremo, culminati in un bel libro intitolato “Il mistero di Mister Meister” (Edizioni Dedalo, 1983);
  8. Di Hugo Pratt, per chi avesse dei dubbi sul fascino del personaggio, rimando alla lettura della saga di Corto Maltese ripubblicata integralmente da Rizzoli e Lizard, distribuita come supplemento del Corriere della Sera (Tutto Pratt) che per quasi tutto il 2014 ha riempito di piacere le mie ore dedicate a letture sregolate e di puro godimento.

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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37 Responses to "Il dandy avventuroso"

  1. Roberto   9 Febbraio 2016 at 13:33

    È corretto ciò che dice l’autore sulla moda anni sessanta per il successo di Corto Maltese? Io penso di sì. Nel fumetto di Pratt c’è lo spirito di quegl’anni. libertà repulsione nei confronti del potere, uno stile raffinato ma al di fuori delle regole.

    Rispondi
    • Baba   9 Febbraio 2016 at 14:43

      Io trovo invece che i veri personaggi affascinanti siano quelli femminili. Cioè non dico che il bel marinaio non sia bello, ma la novità sono le donne. Per esempio Morgana, Bocca d’Orata, Java nella Suite Caribbeiana sono veramente avanti in tutto. Sono molto più seducenti di Corto Maltese che come scrive l’autore dell’art ha qualcosa del disadattato. I disadattati possono avere fascino ma non seducono. Mai.

      Rispondi
  2. Aurora   9 Febbraio 2016 at 19:37

    La parola anti fragile mi è piaciuta. Ma se devo dire la verità non sono micca sicura di avere capito perché Corto Maltese è anti fragile.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   18 Febbraio 2016 at 20:42

      Gran parte della vita dei bipedi parlanti è dedicata ad evitare rischi e a fuggire dagli stress. La maggioranza di essi sembra prediligere dispositivi top down che fanno calare dall’alto soluzioni o regole che spesso complicano i problemi e aggiungono stress. L’illusione di una vita a rischio zero comporta la credenza nella robustezza come fuga dalla fragilità. Corto Maltese per contro ama l’avventura, si prende i suoi rischi, detesta tutto ciò che è top down. Le sue esperienze implicano stress, disordine e il fiorire di tutto ciò che è bottom up. La sua vita è fatta di un’aggressiva assunzione di rischi. Tutto ciò lo rende Antifragile. La sua lezione è questa: qualunque cosa tragga più vantaggi che svantaggi da eventi casuali è Antifragile e ci fa crescere. Quindi dal momento che la vita è complessa (non predicibile) cioè dominata dalla casualità, tutto ciò che ci da l’illusione della fuga dai rischi produce fragilità. L’antifragile ama il caso e l’incertezza.

      Rispondi
  3. Luciano   10 Febbraio 2016 at 09:47

    Non so se è corretto considerare Corto Maltese (la grafica del personaggio) un feticcio. L’intrattenimento visuale dei fumetti non ha nulla di sacro o di particolarmente tribale. A me piacciono le graphic novel ma dire che mi affascinano le tavole che vedo mentre le leggo, mi pare troppo. Trovo il punto di vista dell’autore interessante ma troppo esagerato. Un fumetto mi trasmette piacere anche perché lo guardo senza le pesantezze di altre forme culturali.

    Rispondi
  4. Aurora Iris   10 Febbraio 2016 at 11:28

    Articolo accurato e interessante ma onestamente non trovo il caro marinaio cosi’ seducente come viene dipinto da queste parole.

    Rispondi
  5. Oliviero   11 Febbraio 2016 at 10:30

    Corto Maltese poteva essere concepito solo negli anni sessanta. Il decennio prima non avrebbe trovato un editore. Però le connessioni con la moda vestimentaria del periodo non le vedo chiare. Sembra più un personaggio ottocentesco.

    Rispondi
  6. Abderrhim   11 Febbraio 2016 at 14:34

    9arayt hadak hi li katabti nani t9aya

    Rispondi
  7. Romano   11 Febbraio 2016 at 19:26

    Abderrhim, potevi tradurre quello che hai scritto, ammesso abbia un senso!

    Rispondi
    • Franck   11 Febbraio 2016 at 19:30

      Certo che ha senso…la traduzione è questa: l’articolo del prof fa cagare..

      Rispondi
  8. Abderrhim   12 Febbraio 2016 at 08:30

    No, io non scritto cagare ma cavolate. Articolo con troppo balle parole per immagini fumetto per ragazzi. Mai visto nessuno vestito come il maltese. Moda non c’entra.

    Rispondi
    • Martina Mina   14 Febbraio 2016 at 16:23

      Forse a mio parere le immagini dovrebbero essere tenute più in considerazione da tutti, poiché tramite queste, si possano esprimere emozioni allo stesso livello delle parole. Inoltre non riesco ad immaginarmi un “corto maltese” senza le immagini di Pratt.

      Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio bramclet   15 Febbraio 2016 at 17:38

      Forse Abderrhim manifesta verso le immagini, in questo caso di fumetti, il disagio che provano quelli che appartengono culturalmente al mondo islamico. È tristemente nota la loro difficoltà ad interpretare le immagini con l’interesse che ci contraddistingue da loro.
      Quindi non sono sorpreso dalla sua valutazione dell’articolo.

      Rispondi
      • Claudio   16 Febbraio 2016 at 09:15

        Antonio, guarda che i fumetti sono una bella realtà nei paesi islamici. Ti consiglio di leggere Le graphic di Marjane Satrapi e The 99 di Naïf Al-Mutawa

        Rispondi
        • Antonio Bramclet
          Antonio   16 Febbraio 2016 at 09:28

          A me risulta che Naïf Al-Mutawa proprio per colpa del fumetto che hai citato, in Kuwait stia rischiando la pena di morte per eresia o blasfemia..le accuse dei barbuti oscurantisti sono sempre le stesse. Quindi secondo te non ci sarebbero problemi???

          Rispondi
  9. Pier   12 Febbraio 2016 at 14:20

    Ho notato che nella sua descrizione del look di Corto Matese manca il copricapo da marinaio che personalmente considero fondamentale. Errore oppure non lo considera importante?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 Febbraio 2016 at 19:17

      Avevo fatto una scheda ad hoc sul berretto ma era incompleta. Non sono riuscito a recuperare informazioni utili. A prima vista non mi sembrava un berretto da ufficiale di marina. Dopo aver sfogliato libri sul tema delle divise militari a un certo punto erano emerse somiglianze con il berretto degli addetti all’artiglieria dell’esercito tedesco. Ma erano plausibili altre contaminazioni. Questa incertezza sull’origine del modello ha provocato la dimenticanza che hai giustamente segnalato.

      Rispondi
      • Andrea   13 Febbraio 2016 at 14:56

        Mi chiedo cosa sarebbe cambiato se al posto del berretto disegnato da Pratt, corto maltese ne avesse portato uno per esempio simile a quello dei marinai fatto a barchetta con i risvolti all’insù. Daremmo un giudizio diverso alla qualità della graphic Nobel? Non è che la moda ci ha condotti a perdere il senso del limite delle riflessioni appropriate?

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto cantoni   13 Febbraio 2016 at 18:06

          Direi proprio di sì! Se ho ben capito il tipo di copricapo del tuo esempio, credo che in molti frames Corto sarebbe apparso un pò ridicolo, sicuramente meno autorevole.
          Comunque i dettagli sono importanti (pensa a quanto contano gli accessori per la moda). Si può discutere sul reale peso delle ineffabili significazioni che determinati elementi dell’abbigliamento aggiungono (o tolgono) alle semantiche dei look. Ma non c’è dubbio che lo sviluppo della moda crea e al tempo dipende dalla disposizione del modante (il soggetto della modazione) ad affinare le significazioni che letteralmente ci portiamo addosso.

          Rispondi
  10. Kris   18 Febbraio 2016 at 14:00

    Corto Maltese porta l’orecchino nell’orecchio sinistro come i semplici marinai. Gli ufficiali aristocratici lo portavano a destra. Questo non contraddice la teoria dell’autore sul dandismo aristocratico di Corto a Maltese?

    Rispondi
  11. Lucia   27 Febbraio 2016 at 11:12

    Forse la moda dedicata al bel marinaio non ha avuto il successo sperato perché il tipo di dandy amato dagli stilisti oggi è o glamour o gender. Corto Matese non è né l’uno né l’altro.

    Rispondi
  12. Alessandra P   27 Febbraio 2016 at 14:02

    “È vero! Forse oggi, nella nostra società liquida il dandismo appare il forma street style, retrò, contaminato da vintage. Forse bisogna cercarlo tra i disadattati… Ma non era Corto, a suo modo, un disadattato di successo?”

    Ma quale street style? Quello ostentato dagli ignari fruitori passivi del sistema moda? Ma quale vintage? Quello che ormai è diventato un trend commerciale? E quali disadattati? Quelli che cercano disperatamente di essere outsider mentre risultano i primi a cadere in un’eccessiva banalità?
    Mi chiedo infine se ciò non rappresenti un vero bisogno del dandy e dell’atteggiamento di rifiuto nei confronti della massa, o della sua figura stereotipata.

    Rispondi
    • Claudia   27 Febbraio 2016 at 19:34

      I dubbi di Alessandra sono anche i miei. C’è bisogno di dandy veri e non fasulli. Non basta citare lo street style per essere differenti.

      Rispondi
      • Piero   28 Febbraio 2016 at 17:09

        Claudia e Alessandra non tengono conto che esiste uno street style autentico. Non è colpa dei ragazzi che si ribellano al consumismo se il marketing della moda è diventato supervampiresco nei confronti della creatività spontanea dei ragazzi che non vogliono essere omologati.

        Rispondi
        • Riccardo   28 Febbraio 2016 at 17:37

          Autenticità è una parola che andrebbe abolita. È solo una illusione. La moda cannibalizza tutto e tutti. La vera rivoluzione è diventare inautentici, confondersi per fregare il fashion sistem

          Rispondi
  13. Diana P   28 Febbraio 2016 at 15:49

    Il guardaroba dovrebbe rappresentare il nostro modo di vivere e invece si riduce ad un semplice accumulo di roba di un modo di vivere stereotipato e dogmatico imposto dall’ultima parola della moda. Sarebbe molto più interessante accumulare esperienze, stili di vita, passioni, emozioni e tradurle in un modo di presentarsi, quindi abbigliarsi unico e inimitabile.
    Sarebbe bello parlare non di gusti ma di personalità, non di ” sentirsi a proprio agio” ma di sentirsi se stessi, non di indossare ma di presentare qualcosa di sé, presentare il sé.
    Penso che il dandy non sia morto, bensì viva nei superstiti dell’isola della conoscenza, conoscenza del sé e degli altri.

    Rispondi
  14. Patti   1 Marzo 2016 at 09:32

    Corto Maltese è un marinaio giramondo. La moda ha interesse per questo tipo di personaggi. Prada nella sua collezione autunno inverno 2016-17 presentata l’altro ieri a Milano ha citato tantissimo la moda marinaia. Il giaccone di panno blu con sotto solo le calze ricamate e cappellino bianco sarebbe piaciuto moltissimo a Corto Maltese.

    Rispondi
  15. Sara P.   1 Marzo 2016 at 15:29

    Un confronto, oggettivamente può nasce spontaneo..
    Dopo la sfilata di Prada autunno inverno 2016/17 presentata a Milano, nel quale viene ricordata la “moda marinaia”, quanto può questo, essere riconducibile all’idea del vero vecchio Dandy, in questo caso Corto maltese?
    E ammesso che l’ispirazione sia dovuta proprio da quest’ultimo, all’interno della collezione c’è un ritorno alle origini? O invece l’idea sta nell’ introdurre un nuovo tipo di Corto, il quale si troverebbe a “fare i conti” con la nuova società di oggi?

    Rispondi
  16. Eleonora P   1 Marzo 2016 at 16:24

    “Ma del Roland Barthes interprete della moda, in questa sede, mi interessa di più un altro testo breve apparso qualche anno prima della pubblicazione del Sistema. In “La fine del dandismo”, apparso per la prima volta nel 1962, l’autore riteneva impossibile il perdurare del dandy nel tempo in cui le mode cominciano a dominare il gusto della gente. La sua argomentazione non era certo priva di buone ragioni. Il dandismo, scriveva, è essenzialmente legato al dettaglio raro, unico, per certi versi irriproducibile. Essendo ormai i fenomeni di moda immediatamente riproducibili ne discende l’impossibilità di essere dandy. Barthes usava per la moda, la critica che qualche decennio prima aveva utilizzato Walter Benjamin per denunciare la scomparsa dell’aura nell’arte, disintegrata dai dispositivi seriali del capitalismo.
    Non sono completamente d’accordo con queste interpretazioni ma ammetto che fanno emergere dei contenuti problematici che ci aiutano a comprendere meglio eventi che interferiscono con l’estetica contemporanea.”

    Se prendiamo in considerazione il concetto di dandy associato al dettaglio raro, unico del suo genere non possiamo essere più vicini alla realtà imminente. L’imminente successo della stampa 3D ci riporta a questo concetto. La personalizzazione estrema e l’unicità di stile che ne deriva, potranno riportare in auge il concetto di un nuovo dandy. Sarà infatti possibile possedere un capo o un accessorio introvabile in quanto creato interamente singolarmente. Questa considerazione può essere possibile se prescindiamo il concetto complementare di dandy, ovvero il fascino e la forza passionale che lo distinguono. Il concetto di dandy inteso come uomo unico nel suo genere, irriproducibile, non può che essere più calzante ed adatto al giorno d’oggi.

    Rispondi
  17. Ginevra P   1 Marzo 2016 at 21:32

    Se si pensa al dandy in generale ci viene in mente all’istante il caro Oscar Wilde e la sua idea di vivere la vita come un opera d’arte. Ma probabilmente Corto Maltese è diverso in alcuni punti: per quanto si vesti effettivamente in maniera dettagliata e che il suo fascino sia altrettanto studiato, ciò non toglie il fatto che lui voglia vivere alla scoperta di nuove cose, misteri e ricevere risposte. Notando la collezione haute couture autunno inverno 2015/2016 di Viktor & Rolf si può percepire il ritorno del concetto dandismo che appunto che citato inizialmente e forse non conferma del tutto l’idea citata nel “La fine del dandismo” di Barthes.

    Rispondi
  18. Gao P   1 Marzo 2016 at 23:29

    “Il dandismo è l’ultimo atto di eroismo nei periodi di decadenza”, scrive  Baudelaire in pagine famose. E alla fine del suo breve scritto elenca  caratteristiche della bellezza del dandy che trovo estendibili a Corto Maltese: il modo di portare un abito, leggerezza d’andatura, sicurezza nei gesti, una semplicità nei modi pur nell’aspetto di dominatore, un atteggiamento sempre calmo ma che rivela tuttavia una forza, “un fuoco latente che si lascia indovinare, che potrebbe ma non vuole divampare”.

    Quel che apprezzo Corto Maltese è il suo atteggiamento,non vivendo per vivere, visse per essere se stesso. “Has a thousand readers have 1000 Hamlet”, stessa maglia ma diversi wearer e diverse immagini.La moda non presenterebbe solo quel che si vede, anche quel che si sente,quei lati più in fondo in noi. E’ un riflesso della nostra esperienza in qui che abbiamo compreso.

    Rispondi
  19. Lucia P   2 Marzo 2016 at 00:53

    Dandy’s not Dead
    2016 e decadenza, anni post moderni, medioevo tecnologico: liquidità, velocità e sovrastimolazione. Siamo annoiati, disincantati e apatici. Decadenza e Crisi.
    “Il dandismo è l’ultimo atto di eroismo nei periodi di decadenza”
    La società dei consumi va combattuta a colpi di dandy, inteso nella concezione di Baudelaire. Il dandy va ricercato al di fuori del consumismo, lontano dal denaro e dalle dinamiche dei social network. Il Flâneur post moderno è in lotta contro l’omologazione dei consumi, alla ricerca dei significati più reconditi e presenti nel tessuto urbano ma che sfuggono all’occhio frettoloso. Il Flâneur post moderno si ciba di realtà, metropoli, viaggi e incontri. Il Dandy post moderno non è emarginato, ma non necessita di approvazione sociale, di like, follower e contatti. Il Dandy post moderno non vuole riconoscersi in un codice di costume, forse è street, forse vintage, forse street vintage. Il Dandy post moderno è raro, but not dead.

    Rispondi
  20. Sofia P   2 Marzo 2016 at 02:09

    Corto è fascino e seduzione, illusione e desiderio, semplicità e originalità, un personaggio che scaturisce una sorta di fastidio per il fatto che mai ci apparterrà, ma con cui allo stesso tempo non possiamo evitare di farci i conti. Non credete che si possa dire lo stesso di molti capi di abbigliamento?
    Ed è qui che il dandy sopravvive, nel fascino che non è mercificabile, nell’impossibilità di tradurre il disegno in stoffa, il sogno in realtà.
    Quindi si, per la contemporaneità il desiderio dandy è prioritario rispetto l’essere dandy.

    Rispondi
  21. SofiaDN P   2 Marzo 2016 at 02:18

    Corto è fascino e seduzione, illusione e desiderio, semplicità e originalità, un personaggio che scaturisce una sorta di fastidio per il fatto che mai ci apparterrà, ma con cui allo stesso tempo non possiamo evitare di farci i conti. Non credete che si possa dire lo stesso di molti capi di abbigliamento?
    Ed è qui che sopravvive il dandy, nell’illusione, nel desiderio, nel fascino che non è mercificabile, nell’impossibilità di tradurre il disegno in stoffa, il sogno in realtà.
    Quindi si, per la contemporaneità il desiderio dandy è prioritario rispetto l’essere dandy.

    Rispondi
  22. Giulia Forte P   2 Marzo 2016 at 12:01

    Per la teoria del cosiddetto Tricckle across in cui il sistema moda si muove trasversalmente attraversando reti di gruppi sociali interconnessi (non rifacendosi più quindi all’acquisizione dei trend dall’alto verso il basso e viceversa ma virando attraverso) un ipotetico dandy del post-moderno si compiacerebbe nello schivarli con buone dosi di superiorità e scetticismo, dando così libero sfogo al proprio individualismo ipocrita.
    Non incarnarebbe più il famoso immaginario del dandy coerente con il proprio portamento “originale”, non trasmetterebbe ancora lo stesso fascino di colui che mantiene il controllo sulle apparenze ma risulterebbe plasmato da un numero multiplo di identità, nonchè maschere necessarie alla sopravvivenza in un contesto liquido come quello odierno; mi riferisco alla realtà flessibile post-moderna descritta da Bauman come priva di certezze e di identità statiche.
    E mettendo caso che il dandy odierno riuscisse nel suo obiettivo (perché teniamo presente che l’apparire e l’essere sono due abissi ben distanti tra loro) distinguendosi per il dettaglio, la leggerezza e superando la moda, si troverebbe ben presto a fare i conti con la velocità irrefrenabile del sistema, affiancato alla novità prossima; quella stessa novità che fino a poco tempo prima era stata definita con il termine di “avanguardia”. Su questi presupposti immagino ai giorni nostri un eroe-antifragile che, esattamente come un nomade esistenziale, si avventura in un mare globalizzato lottando con costanza per reinventare sé stesso.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   11 Marzo 2016 at 10:17

      Le dinamiche traversali tra gruppi sociali interconnessi, sono interessanti. Lo street style rappresenta un esempio eclatante di attraversamenti continui che coinvolgono territori di stile eterogenei.
      Questo punto di vista, che potremmo definire panoptico, tipico di chi vuole “controllare” e “regolare”, ha però un difetto: cancella ogni tipo di conflittualità tra stili depotenziandone gli strappi semantici (intorno ai quali prendono corpo possibili identità/identificazioni in progress o alternative).
      Conviene dunque non perdere di vista il fatto che l’opposizione alto/basso, malgrado le dinamiche trasversali, mantiene tutta la sua potenziale eversività, senza la quale non si spiegherebbero le costanti attenzioni del sistema moda nei confronti di chi, in quel preciso momento, funziona come catalizzatore di scelte neo tribali (a loro volta generatrici di subculture).

      Rispondi
  23. Marco g   4 Marzo 2016 at 15:48

    Un buon resoconto delle avventure del marinaio poeta che continua a far innamorare anche le nuove generazioni grazie ai tratti poetici che si svelano dal sapiente utilizzo delle matite, dei colori e delle emozioni che fuoriescono dai mitici viaggi In cui almeno una volta ognuno di noi é riuscito, o ha sperato di riuscire, a specchiarsi.

    Rispondi

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