Viaggio attraverso la TransArchitettura

Viaggio attraverso la TransArchitettura

Ho conosciuto Emmanuele in occasione di un dibattito al Salone del Mobile di Milano sulla TransArchitettura. Ero incuriosita, e totalmente ignorante, del tema che si andava ad affrontare. Rimasta affascinata dalla dissertazione e, dopo essermi documentata un po’ sulle varie pubblicazioni in essere, ho deciso di intervistare l’autore.

Hai già scritto diversi libri, hai una nuova pubblicazione. Perché e come nasce Citymakers?

Citymakers è una ricerca nata assieme a Fabio Fornasari, nata inizialmente come tema di un seminario tenutosi il 20 giugno a Torino, a cui parteciparono, oltre che me e Fornasari, anche Lucilla Boschi, Silvia Casolari, Davide Monopoli e Francesco Verso. L’idea da cui nasce questo seminario è molto semplice, ma al tempo stesso, molto controversa: le città che noi abitiamo tramite il nostro immaginario non sono altro che sistemi di segni che, messi tra loro in un sistema coerente, danno forma a una particolare e specifica “atmosfera”. Parlo dell’immaginario, che è qualcosa di molto più concreto di quello che un abuso del termine potrebbe far pensare: l’immaginario non può esistere al di fuori di ciò che per noi è conosciuto, proprio perché sfrutta segni e simboli provenienti da contesti specifici. Facciamo un esempio: se prendessimo una spada, un cavaliere ed un drago, chiunque avesse dimestichezza con la cultura popolare occidentale non faticherebbe a identificare questi tre segni come appartenenti ad una particolare dimensione. L’intera cultura popolare è incentrata su questo meccanismo mentale. La tesi della nostra ricerca si basa su quest’idea, proiettata nel contesto urbano. La domanda a cui volevamo rispondere è: qual è la forma che assume oggi la città?

LIBRO_Emmanuele Jonathan Pilia

È un mondo immaginario o un futuro ambito?

È la nostra unica realtà: senza l’immaginario non riusciremo a interpretare la realtà che ci circonda, e al contempo le nostre aspirazioni ci fanno propendere verso la lettura di alcuni segni a svantaggio di altri che vengono invece ignorati. Come dicevo prima, i segni devono essere conosciuti, altrimenti li ignoriamo. Questo è un po’ il motivo per cui, nelle città di molte civiltà antiche, esistono dei segni ricorrenti che si prestano alla medesima lettura: serviva un lessico condiviso per far sì che la città potesse comunicare anche al forestiero. Per quanto l’immaginario tecnologico sia l’elemento che caratterizza il nostro tempo, questo si va solo a sovrapporre agli altri, non è il solo protagonista. Questo spiega in parte il successo di alcuni aneddoti linguistici legati alla commistione di architettura vittoriana ed elementi tecnologici, che ha dato vita all’immaginario steampunk. Ma è un gioco che può essere ripetuto con elementi tra i più disparati, e di questo ne sono pienamente coscienti tutti i professionisti che si occupano di storytelling. Credo che la città sia uno dei più potenti elementi di narrazione che l’umanità sia riuscito ad elaborare: le città hanno la capacità di supportare una quantità di livelli narrativi, tra protagonismo e scenografia, che è difficile rendersi conto di quanto sia potente come media. Non è un caso che la città rinascimentale era pensata anche come teatro, e viceversa, che la rinascita del teatro durante il rinascimento, avesse come scenografia ideale, proprio la città. La postmodernità ha riportato in forte auge questa realtà. Basti pensare alla potenza e alla fascinazione che le città dei film di fantascienza hanno su molte realtà urbane che oggi sono realmente costruite un po’ in tutto il mondo.

Lezioni dalla fine del Mondo
Lezioni dalla fine del Mondo

Cosa e dove sono le città aliene?

Mi viene da dire che “non lo so”: l’alieno, per definizione, è lo sconosciuto, l’estraneo, il non riconducibile a nessuna dicotomia, l'”altro” per eccellenza. Forse questo spiega perché esistono così poche rappresentazioni convincenti dell’alienità. La ricerca dell'”alieno” è uno degli escamotage del romanticismo. Basti pensare all’aneddoto letterario del “viaggio straordinario”, in cui civiltà “aliene” venivano in contatto con dei civili occidentali, i quali vivevano la propria “alienazione” in negativo. Saranno poi gli “ismi” astratto-figurativi del primo novecento a dare “forma” all’alieno. Flatland, di Edwin Abbott, diede un forte impulso all’elaborazione visiva di questa sensibilità: in Flatland, non vi sono uomini o macchine a dominare la narrazione, ma figure geometriche che si muovono in uno spazio bidimensionale. Questo è il motivo per cui Sant’Elia è stato spesso considerato come un autore sopravvalutato: la sua Città Nuova non è realmente “futurista”, o, per restare in tema “aliena”.

Chi sono, o chi siamo, gli abitanti delle città aliene?

Anche questa volta, il nostro occhio mira alle narrazioni che hanno cercato di definire ciò che può essere definito come alieno. Narrazioni che avevano come oggetto la parodia della realtà: Jonathan Swift, Ètienne Cabet, Herbert George Wells, avevano nel vetrino dei loro microscopi la società a loro contemporanea, che allora era protagonista di una trasformazione cruciale che finirà per segnare il mondo in maniera indelebile.

Qual’è il messaggio che vuoi lanciare attraverso la tua scrittura?

Io credo che la critica abbia un ruolo di primaria importanza, e questo soprattutto in un’epoca, come quella contemporanea, dove la comunicazione sopravanza la realtà e la mistificazione accieca anche il più attento. Quando si parla di critica, si parla di qualcosa di ben preciso, molto lontano dal luogo comune fatto penetrare anche nella comunità dei creativi dopo decenni di ironie. Il critico non è un arbitro, ma un “lettore attento”, non deve cedere alla soggettività, ma cercare di stendere su tela un ritratto delle cose. Se, semplificando la formulazione kantiana, il compito della critica è quello di fare chiarezza, condannando all’oblio certi fenomeni affinché altri vengano portati alla luce, oggi questo compito è gravemente ostacolato proprio dal vanesio tentativo di chicchessia a dire la propria. Il critico deve assumersi la responsabilità di giocare un ruolo sociale, di prendere posizione, e questo soprattutto in un campo, come quello dell’architettura, dove la posta in gioco è importante. Spesso mi viene detto che non dilettandomi in un’attività velleitaria come quella recensistica, più che un critico, dovrei considerarmi un teorico. Io, davvero, non riesco a cogliere la differenza: ciò che mi interessa è la lettura della contemporaneità, e se per far questo occorre elaborare delle nuove strategie, ben venga questo!

Chi è il tuo lettore ideale?

Chiunque sia interessato al mondo che stiamo vivendo, capace di leggere le provocazioni e gli eccessi che si stanno oggi sperimentando in ogni angolo del mondo: ogni eccesso progressista potrebbe contenere in sé il seme di ciò che in futuro sarà la quotidianità.

FOTO_Emmanuele Jonathan Pilia_2

Perché al Salone del libro di Torino?

Be’, il Salone Internazionale del Libro è una delle fiere a sfondo culturali più ambiziose tenute sul suolo italico, ed esserci è un modo per confrontarci con le realtà che stanno ora emergendo al nostro fianco!

Ora stai concorrendo al  Premio Italia?

Sì,  tutti gli anni viene eletto per la letteratura di genere al World Science Fiction, nella sezione saggistica, il Premio Italia con il quale stiamo concorrendo come autori, io Francesco Verso e Fabio Fornasari. Il vincitori delle diverse categorie verrà proclamato  il 24 Maggio… Siamo in attesa.

Dove possiamo seguirti?

C’è il sito della mia casa Editrice, Deleyva Editore, e poi c’è un mio sito dove dialogo con tutti gli amatori del genere.

Bene allora ti facciamo i migliori auguri per i prossimi eventi, per il Salone del libro a Torino e per il Premio!

Bio in pillole di Emmanuele Jonathan Pilia:
Nato a Civitavecchia nel 1985, si forma nella Facoltà di Architettura Valle Giulia. Interessato alle contaminazioni tra cybercultura, epistemologia ed estetica, è particolarmente attento alle espressioni
architettoniche ed artistiche che raccolgono l’eredità situazionista e la sfida neo-utopista della corrente di pensiero transumanista. Dal 2008 è Art Director della rivista di epistemologia Divenire, rassegna
interdisciplinare di studi sulla tecnica ed il postumano, curata da Riccardo Campa, per la quale cura il progetto grafico e scrive diversi saggi. Dal 2009, collabora con la cattedra di disegno dell’architettura tenuta dal prof. Fabio Quici, e nel 2010 fonda l’Associazione-Laboratorio di TransArchitettura ALTA, con la quale
progetterà ed elaborerà diversi progetti artistici. Nel 2012, è tra i fondatori della Deleyva Editore, per la quale curerà la collana Libreria di TransArchitettura.

Fabiola Cinque

Napoletana fino alla milionesima generazione (dal 1.400), nobile d’animo ma non più per albero genealogico, viaggiatrice e curiosa delle bellezze e delle stranezze del mondo riporto tutte le mie impressioni attraverso tutti i sensi che abbiamo e che vogliamo usare. Di estrazione e definizione “fondista”. Azzurra di nuoto per tutte le distanze più lunghe e massacranti che vi possono venire in mente. La fatica è il mio karma. Mai nulla regalato, tutto conquistato. La comunicazione e la pubblicità sono la mia anima, la moda la mia vita presente e futura. Vivo in un paese bellissimo dal quale desidero sempre di allontanarmi, per tornare e riassaporare i profumi ed i sapori. La mentalità e l’amore sono anglosassoni, ma d’altronde si sa, i Borboni sono stati dominati dai francesi come gli inglesi e gli spagnoli, quindi le mie origini ed il mio essere è globale, sono bastarda dentro.
Fabiola Cinque

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