Buon compleanno, Universitas! La libreria più amata dai giovani compie 14 anni

FROSINONE – Tempo di compleanni e di candeline da spegnere per la libreria Universitas di Sora, che per festeggiare i suoi primi 14 anni dall’apertura ha regalato al pubblico, dal 6 all’11 novembre, la Celebration Week, settimana speciale di eventi, mostre e sconti fino al 50% su libri e musica.

Ha l’età di una teenager, ma possiede l’esperienza di centinaia di vite, di storie straordinarie e di studi profondissimi. Può raccontarci fatti, miti e tradizioni che vanno dalla Grecia omerica sino ad arrivare alle più moderne teorie scientifiche dei più svariati settori di studio, senza tralasciare le grandi narrazioni fiabesche con cui sono cresciute generazioni di ragazzi. Grazie al suo particolare carisma può anche radunare con estrema facilità un gran numero di persone, che magari a piccoli gruppi prendono a confrontarsi nello stesso momento sulle questioni più diverse, mentre sfiorano con gli occhi copertine di volumi colorati o di dischi musicali. Un elenco di virtù che difficilmente potrebbe descrivere una persona sola, specie se tanto giovane. Stiamo infatti parlando di un luogo, più precisamente di un luogo molto speciale, a cui abbiamo già dedicato la nostra attenzione in passato: la libreria Universitas di Sora

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Il programma della Celebration Week

(FR), per la quale è tempo di compleanni e festeggiamenti. Per celebrare i suoi primi 14 anni dall’apertura, i titolari Massimo Giovanni Di Vito e Patrizia Morano hanno deciso di realizzare, dal 6 all’11 novembre, una settimana speciale di eventi a ingresso libero intitolata Celebration Week. La kermesse è stata anche occasione utile per pensare ai primi regali di Natale, grazie a speciali sconti del 15% su tutti i prodotti e addirittura half price per alcuni testi classici, libri per ragazzi, libri fotografici e dischi musicali sino a esaurimento scorte. Gli eventi culturali e una moderna politica di pricing con una massima attenzione al cliente sono da sempre punti di forza di questa libreria che, insieme al calore delle persone che la vivono e la dirigono, possiede valori aggiunti non riproducibili attraverso alcuno strumento di marketing. Nuovi appuntamenti e incontri con l’autore continueranno a riempire il fitto calendario della libreria Universitas da qui a Natale, ma vogliamo nel frattempo parlarvi dei principali momenti della settimana speciale appena conclusasi e a cui abbiamo partecipato con piacere.
Ad inaugurare la Celebration Week, lunedì 6 novembre, è stato un vivace evento pomeridiano simbolicamente dedicato al futuro, che non può trovare miglior rappresentanza dei bambini. Il primo buon compleanno alla Libreria Universitas è arrivato con il travolgente duo de I Gatti Ostinati,

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Locandina dell’evento de I Gatti Ostinati

composto da Davide Fischanger e Cataldo Nalli, che dal 2012 portano avanti un progetto artistico fondato su tecniche di animazione, lettura condivisa e racconto orale per i più piccoli in tutta la Provincia di Frosinone.
Il giorno seguente è stata la volta delle mamme, con un incontro sul tema del confine tra coccole e vizi nell’età infantile, condotto dalla psicologa prenatale Dott.ssa Claudia Perruzza. Mercoledì 8 novembre abbiamo invece assistito a un interessantissimo viaggio nel teatro italiano del ‘600, con il Dott. Piergiorgio Sperduti, Direttore del Corso di Teatro d’Arte La Valigia di Prospero. Nel corso di una lezione divulgativa animata dalla consueta forza dialettica che caratterizza questo letterato-attore professionista, il pubblico ha potuto conoscere o riscoprire la figura di Flaminio Scala, grande comico dell’Arte che nel 1611 pubblicò la prima raccolta dei canovacci intitolata Teatro delle favole rappresentative. Scala, profumiere veneziano che morì in disgrazia nella vana speranza di tornare a fare il suo lavoro di un tempo alla corte del Duca di Mantova, ebbe fra la prima e l’ultima parte della sua vita un’esistenza intensa e di successo come attore e capocomico, lavorando anche al fianco di Isabella e Francesco Andreini, impresari e al tempo veri

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Grafica dell’evento Coccole e Vizi, con la Dott.sa Claudia Perruzza

divi di livello europeo. Oltre alla battaglia letteraria che Scala condusse insieme a Francesco Andreini per affrancare il teatro dalla condizione di subordine in cui era relegato dai pedanti e dagli ecclesiastici nel XVII secolo, sono emersi nel pomeriggio dettagli avvincenti, come il ruolo che nel terreno di scontro europeo tra sacro Romano Impero, Francia e Stato Pontificio ebbero i Comici dell’Arte, utilizzati in più occasioni come strumento di spionaggio internazionale. Al termine della lezione-spettacolo, Sperduti ha voluto motivare la sua scelta di omaggiare la libreria attraverso l’opera di Flaminio Scala. È proprio reperendo su richiesta questo raro libro, che alcuni anni fa Massimo Di Vito diede inconsapevolmente il via a tutta la fucina di attività a cui lo stesso artista avrebbe dato seguito sino ad oggi dopo la creazione de La valigia di Prospero. Il Corso di Teatro d’Arte non si occupa infatti soltanto di formare attori amatoriali e professionisti attraverso lo studio e la conservazione del sistema di recitazione tradizionale all’italiana, di cui è pressoché unico alfiere su tutto il territorio frusinate, ma costituisce un vero e proprio centro studi dotato di una vasta biblioteca fisica e digitale, che si arricchisce costantemente e annovera al suo interno anche edizioni molto rare del XVII e XVIII secolo, rese in formato elettronico per la prima volta.

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L’evento sulle favole rappresentative di Flaminio Scala, a cura di Piergiorgio Sperduti

Dopo due giorni di pausa, la libreria Universitas si è avviata verso la conclusione della sua settimana di festa con altri eventi altrettanto partecipati. Il pomeriggio di venerdì 10 siamo stati condotti nel terreno della musica con That’s all Folk, grazie alla voce e alla chitarra di Francesco Mora, che si è esibito in un omaggio a Leonard Cohen e Bob Dylan. Gran finale con un approfondimento su una delle tradizioni più caratteristiche di Sora: gle Faon, il grande falò che viene allestito sul fiume Liri la sera del 23 giugno, festa di San Giovanni, e a cui la Prof.ssa Serena Incani, valente studiosa e docente di latino e greco, ha dedicato il suo ultimo libro La notte, il sangue, la festa. Con un impianto a metà tra lo studio saggistico frutto di lunga documentazione e la forza della narrazione romanzesca, il testo racconta una festa popolare che, oltre a richiamare annualmente migliaia di persone, è carica di simbolismi rituali cristiani e pagani legati ai cicli di rinnovamento naturale e spirituale. La presentazione, è stata animata dalle letture dell’attore e regista Vincenzo d’Alfonso ed ha visto la partecipazione dell’ex assessore alla cultura Bruno La Pietra, a sua volta autore del recentissimo e accurato studio intitolato Sora e l’Ottocento.
Non solo di eventi e libri è stata però composta questa Celebration Week ad Universitas, perché tra i colori accesi delle copertine di libri e dischi, richiamava prepotentemente la sua attenzione, poco oltre il bancone della libreria, un’installazione fotografica dalla patina austera e vagamente melanconica. Avvicinandoci notavamo che le immagini, via via più nitide per una vista che non fu mai da grande rapace, lasciavano emergere dal loro bianco e nero affascinanti quanto inedite prospettive panoramiche dall’interno di ariose finestre domestiche, rese idealmente comunicanti dal percorso

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Locandina della mostra “Una Valle”, di Silvia Capoccia

circolare cui era obbligato il visitatore. L’esposizione, come suggerito dal titolo Una Valle, era composta da scatti dedicati all’intero territorio della Val di Comino, che tradivano forse volutamente un forte legame sentimentale con l’obiettivo da cui erano nati.
Dieci visuali su dieci paesi, dieci finestre che raccontano gli sguardi di altrettante famiglie, tante diversità per un’unica Valle, di cui abbiamo appreso essere effettivamente originaria la stessa autrice. Silvia Capoccia, giovane artista emergente che abbiamo incontrato, proviene infatti da Alvito, comune sito nel cuore della Val di Comino e facente parte del Parco nazionale d’Abruzzo, del Lazio e del Molise. Spinti dalla curiosità di conoscerla, abbiamo chiesto a Silvia di parlarci del suo rapporto con la fotografia e del suo modo di descrivere la realtà attraverso di essa. Ecco cosa ci ha raccontato…

L’esposizione poggia su alcuni chiari punti fondamentali, che sono la casa e un territorio: la Val di Comino. Come mai questa attenzione particolare nei confronti di questi luoghi e quali novità pensi si possano rintracciare rispetto ad essi da queste immagini?

Ho scelto come tema la Valle di Comino poiché è il luogo che mi ha visto nascere, crescere, al quale sono molto legata e dove continuo a lavorare. Ho cercato di descriverla da un mio punto di vista soggettivo veicolando al contempo la prospettiva degli abitanti del luogo, rappresentata dalla veduta che verso l’esterno si può avere dalle loro stesse abitazioni. 

È evidente, in tutte le fotografie, la presenza del luogo domestico da cui si apre lo sguardo che arriva all’esterno spalancando finestre e sfiorando morbidi tendaggi mossi da brezze leggere. L’occhio del fotografo in questo caso è una presenza estranea ma discreta, che richiama idealmente il protagonista del film Ferro 3, di Kim Ki Duk, il quale vive per un istante lo spirito dei luoghi che occupa e li reinterpreta aggiustando oggetti di qualcun altro e compiendo azioni quotidiane come cucinare, mangiare o fare una doccia. Ci auguriamo che per realizzare questa operazione tu non abbia subito conseguenze con la giustizia analoghe a quelle del giovane Tae-Suk, ma è interessante come una composizione sola possa racchiudere tre sguardi prospettici, in cui la dimensione pubblica è inquadrata da una doppia cornice data dalle finestre e dall’interno delle case. Potremmo aggiungere anzi che la presenza invisibile della macchina fotografica sia identificabile con le prime, elemento mediano e di passaggio fra dimensione pubblica e privata, come se lo sguardo estraneo dell’obiettivo fosse un tramite necessario a dare consistenza tangibile all’immagine vista dall’occhio umano dei padroni di casa.

C’è intenzionalmente uno sguardo duplice su uno spaccato di vita intima degli abitanti della Val Comino da una parte e sulla dimensione pubblica data dalla realtà borghigiana tipica delle nostre zone dall’altra. In alcuni casi, però, come nello scatto dedicato a Posta Fibreno, l’interno dell’abitazione da cui scattavamo non incornicia la veduta su un centro cittadino, ma sullo scenario della riserva naturale, così come in quello intitolato “Vicalvi” troviamo un panorama. Per quanto riguarda la necessità di entrare materialmente nelle case che mi hanno ospitata per la realizzazione del progetto, in qualche circostanza sono stata agevolata dal rapporto di conoscenza personale con i padroni, mentre in altri mi è occorso un pizzico di fortuna in più e ho semplicemente bussato… Probabilmente la volontà di accostare l’aspetto privato di un’abitazione a un contesto esterno con cui non vi è sempre un legame strettissimo può nascondere aspetti un po’ voyeristici, ma credo che ci sia un’ulteriore chiave di lettura, più malinconica: quella che riguarda la difficoltà delle persone che abitano nella Val di Comino di viverla appieno. È come se si avvertisse uno scollamento tra l’individuo e una reale partecipazione al contesto urbano e sociale del territorio; in altre parole una vita limitata da filtri e barriere invisibili, che diventano fisicamente rappresentati ad esempio nel mio scatto “S. Donato”, in cui la veduta sull’esterno è parzialmente impedita. Questo atteggiamento di chiusura che si riscontra talvolta nella comunità della Valle, come in altri luoghi
della Provincia di Frosinone e in tutti i piccoli centri in genere, tende a tradursi in un rapporto di scarsa comunicazione con l’esterno, in una mancanza di desiderio da parte del singolo di esporsi in prima persona e di entrare in relazione con l’altro guardando verso una prospettiva di crescita comune. 

Non a caso, nonostante alcune delle foto del progetto siano scattate da finestre che accedono ad un balcone, non vi sono immagini in cui la visione dell’esterno non sia limitata dalla cornice di un interno. C’è però un dettaglio che ricorre in almeno tre scatti ed è quello dell’orologio. C’è una ragione particolare, magari legata al rapporto con lo scorrere del tempo, per cui questo elemento è presente?

In realtà questo è determinato dal fatto che cercavo anche degli elementi distintivi dei singoli Comuni a cui è dedicata la mia esposizione e uno di questi è senz’altro il campanile, come ci insegna il sostantivo derivato che indica gli aspetti deteriori legati all’attaccamento col proprio territorio. Volevo che guardando questa mostra, prima di tutto gli abitanti della Val Comino riconoscessero immediatamente i propri luoghi e, attraverso questi, ritrovassero qualcosa di immateriale e meno rappresentabile che riguardava la loro identità. È possibile per il resto vedere nelle immagini qui proposte altre suggestioni legate al tempo e ad argomenti più filosofici, ma non si tratta del tipo di messaggio che risponde alle mie iniziali intenzioni. Questo dimostra evidentemente che come ogni genere di testo, anche quello fotografico una volta realizzato non appartiene più soltanto all’autore, ma instaura un dialogo con qualcun altro che lo carica di nuovi significati. Uno dei più immediati può essere il rapporto tra il tempo lineare e quello psicologico, laddove a fronte dello scorrere dei giorni e degli anni si può avere la sensazione che le cose non cambino mai realmente.

Tutte le immagini del progetto sono in un bianco e nero che suggerisce, insieme al tema e a una presenza umana avvertibile ma mai realmente rappresentata, un’impronta meditativa e rètro. Puoi dirci qualcosa in più sulla tecnica fotografica e sulla eventuale presenza di post-produzione?

Si è trattato semplicemente di uno sviluppo dell’immagine digitale con Camera Raw, per cui se una post-produzione vi è stata essa ha riguardato solamente l’ottimizzazione delle luci, delle ombre e dei contrasti, dati anche i tempi condizionati in cui si è dovuto svolgere il lavoro. La scelta del bianco e nero è motivata in parte da una mia passione per questo tipo di colore, in parte da necessità dettate dal risultato che desideravo per questa serie fotografica.

Il progetto “Una Valle” è stato già esposto lo scorso 28 ottobre in occasione della manifestazione culturale ed enogastronomica “Il gusto dell’autunno”, che si è tenuta nel centro storico di San Donato Val di Comino. Quali sono le principali differenze tra quel contesto e la mostra in corso in questi giorni alla Libreria Universitas?

Il contesto della mostra di San Donato era del tutto differente, poiché il luogo ospitante rappresentava il contenitore ideale dell’esposizione, avendone visto tutto il ciclo di lavorazione che mi ha dato modo di entrare in diretto contatto con gli abitanti del luogo, diffidenti inizialmente ad offrirmi gli scorci e le prospettive di cui si può godere dalle loro case, ma dimostratisi via via più disponibili nei miei confronti man mano che il progetto prendeva forma. Ricordo anzi con piacere che alcune persone avrebbero avuto contribuire attivamente dandomi la possibilità di scattare immagini dalle proprie mura domestiche. Ogni angolo, ogni finestra e ogni casa rappresenta un mondo a sé e dà luogo a un pezzo unico del mosaico, per questo è stata sofferta la scelta di dover operare una dura selezione tra le immagini di un’esposizione potenzialmente infinita. Altra differenza tra l’esperienza sandonatese e quella di Sora è che nella precedente la mia esposizione pur essendo ospitata in uno spazio deputato, si inseriva in un evento prettamente enogastronomico, con una percentuale di rischio più alta rispetto a quella che avremmo in una kermesse strettamente culturale come quella in corso in questi giorni alla libreria Universitas. In quest’esposizione, con la disponibilità di Massimo Di Vito, che ringrazio, le fotografie sono circondate da una muraglia fisica e simbolica di libri, ritagliandosi allo stesso tempo uno spazio autonomo e separato quanto basta dai colori accesi e accattivanti dei volumi sulle scaffalature. 

Puoi raccontarci qualcosa sulle tappe fondamentali che ti hanno portato a maturare la tua passione per la fotografia tanto da volerla trasformare in una professione?

Come tutti coloro che decidono di intraprendere la via rischiosa di un lavoro artistico, la motivazione principale da cui si è spinti è sempre la necessità di fare i conti con i nostri nodi interiori, che cerchiamo di elaborare attraverso vari canali espressivi: io ho scelto di farlo attraverso la fotografia. Posso dire di aver avuto la fortuna di crescere in un clima familiare favorevole da questo punto di vista, in quanto mio padre è un appassionato di arte e mia sorella è attualmente un architetto. Ho quindi cominciato a formarmi in un’accademia di grafica pubblicitaria, proseguendo poi la mia specializzazione in ambito fotografico nella Scuola Romana di Fotografia. Come artista sono abbastanza pigra e insicura, ma considero la mia ricerca in costante sviluppo.

Ci sono state altre esposizioni prima de “Una Valle”?

Sì, ho realizzato altre due esposizioni dedicate a temi diversi, in special modo in occasione della collaborazione con musicisti per i quali ho realizzato alcuni scatti poi inseriti nei loro dischi. Il primo progetto espositivo che realizzo da autrice e curatrice è in effetti quello che stiamo vedendo in questi giorni.

Stai già pensando a qualcosa di nuovo nel prossimo futuro?

C’è una data imminente. Conto infatti di allestire una nuova esposizione al Centro di Cultura di San Donato Val di Comino per il prossimo 26 novembre. Si tratterà di qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto ho prodotto sinora.

Tra i prossimi appuntamenti culturali in programma alla libreria Universitas, vi invitiamo a non perdere quello del prossimo 2 dicembre. Alle 18.30 sarà infatti illustre ospite la filosofia, con Salvatore Massimo Fazio e il suo innovativo saggio Regressione suicida. Dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro. Il testo è edito dalla casa editrice Bonfirraro, con cui noi di MyWhere siamo stati lieti di collaborare durante l’ultimo Salone Internazionale del Libro di Torino e che continua a pubblicare piccoli tesori, come il recentissimo Verginità rapite, di Ismete Selmaj. Dopo il Salone Off, avrò nuovamente l’onore, questa volta doppio perché sarà nella mia città, di presentare al pubblico un lavoro che insieme al suo autore continua a riscuotere riconoscimenti e successo di pubblico in tutta Italia.

Universitas Celebration Week

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Stefano Maria Pantano

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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