Anna Wintour in The September Issue

Anna Wintour in The September Issue

Il numero di settembre di Vogue America, insieme a quello di gennaio sono i più importanti dell’anno.

Jennifer Lawrence sul numero di Settembre 2013 di Vogue US
Jennifer Lawrence sul numero di Settembre 2013 di Vogue US

Il regista e produttore di film documentari R.J. Cutler, prendendo come tema centrale la produzione dell’uscita autunnale della celebre rivista nel 2007, ci ha donato una piacevole lettura del lavoro redazionale necessario per creare uno degli strumenti regolativi di maggiore efficacia del mercato della moda.

In realtà Cutler, quando cominciò a pensare al progetto, desiderava produrre un lungometraggio centrato essenzialmente sulla celebre direttrice della testata.

Anna Wintour, soprattutto dopo l’uscita nel 2006 del film di David Frankel “Il diavolo veste Prada“, tratto dall’omonimo best seller scritto da Lauren Weisberger, aveva raggiunto una notorietà di gran lunga superiore alla soglia raggiunta da altre affermate protagoniste dell’editoria della sua generazione.

Alle giornaliste estranee al mondo Condé Nast non era apparso vero che la giovane scrittrice dopo la laurea avesse lavorato per un anno come assistente personale della direttrice di Vogue. Dal momento che il romanzo era centrato sul rapporto tra una apprendista redattrice e una direttrice dal comportamento perfido, velenoso, incline alla volubilità, la maggioranza di esse pensava che dietro al personaggio di Miranda Priestley si nascondesse la invidiatissima, chiacchieratissima, temutissima Anna Wintour.

Anne Wintour
Anna Wintour

Apparvero numerosi articoli che spettegolavano nei dintorni di presunti tratti caratteriali di Anna Wintour, dipingendola praticamente come una tiranna; articoli che ironizzavano sul suo modo bizzarro di apparire alle sfilate (sempre con occhiali da sole, nascosta dietro alla sua frangetta anni sessanta, scortata da un codazzo di redattrici in stile “fate largo…arrivano i Marines della moda“, in un contesto reso elettrico dai continui flash dei paparazzi che, come un’ombra si sposa con l’organismo verticale che la genera, la seguivano dappertutto). Come tutte le persone intelligenti e consapevoli degli effetti a medio termine dell’interessamento non voluto da parte di un giornalismo pettegolo, ma tutto sommato innocuo, Anna Wintour sapeva che non solo non valeva la pena di rispondere a tanto entusiasmo per delle sciocchezze, ma che i gossip le avrebbero fornito la maschera giusta per trasformare le sue abilità e competenze editoriali, in un’immagine del potere sempre più mitica e difficile da contrastare. Per esempio, la moda italiana per un po’ di anni pagherà dazio al presunto potere della direttrice… Tornerò su questo argomento più avanti.

Lauren Weisberger
Lauren Weisberger

Comunque, si può dire che dopo il romanzo e il film citati, il modesto film tratto dal romanzo di Lauren Weisberger per intenderci, la direttrice cominciò ad essere vissuta dall’opinione pubblica internazionale, come una icona della moda-mondo ovvero come un personaggio capace di influenzare i fatti di moda senza dover spiegare nulla, senza far capire niente di sostanziale se non il semplice mostrare quel paesaggio di abiti piuttosto che l’altro. Naturalmente la direttrice, come ho già fatto intendere sopra, oltre al surplus di notorietà, si beccava anche l’indigesta abbuffata di gossip che accompagnano le star ovunque vadano.

A questo punto, con l’arrivo di una proposta per collaborare ad un film-documentario dedicato a celebrarla, mi piace congetturare che Anna Wintour comprese al volo la straordinaria opportunità offertagli da R.J. Cutler. In un sol colpo poteva imporre il suo senso ai frattali di sciocchezze diffuse che ne avevano alimentato il mito e, nello stesso tempo, fondere la sua immagine alla struttura di potere, Vogue, senza la quale sarebbe rimasta una brillante, affascinante, competente giornalista, più ambiziosa che vera esperta di moda.

È stato lo stesso Cutler a rivelarci che l’idea di focalizzare il film sul lavoro redazionale necessario a produrre il numero di Vogue più importante dell’anno fu di Anna Wintour.

In tal modo, la direttrice poteva raccontare del suo passato l’essenziale, senza fastidiosi approfondimenti, e mostrare al pubblico le peculiarità professionali che la distinguevano, distribuendo ad arte le incursioni delle riprese nel suo privato, diffondendo in tal modo tra il pubblico, il racconto di una carriera esemplare fatta da una donna dinamica, autorevole, carismatica capace di dare un suo stile alla rivista di moda più importante al mondo e di essere madre di una splendida ragazza, intelligente, libera di esprimere il suo dissenso nei confronti degli aspetti gioiosamente folli del fashion system.

Il film presenta la futura direttrice come una predestinata. Il padre era un giornalista importante, e fin dalla sua adolescenza le pronosticò un destino in Vogue. I suoi fratelli svolgono lavori interessanti, dedicano ammirevoli attenzioni al sociale e trovano divertente l’attività della più celebre rappresentante della famiglia.

La sua vita, dice il film, è interamente dedicata al lavoro. La vediamo, infatti, nella sua casa circolare come se fosse nel suo ufficio, accompagnata dall’onnipresente paccone di fotocopie della rivista work in progress. Una vita privata di una madre/lavoratrice, single, riservata, decorosa. Potrebbe sembrare una ovvia reazione all’eccessiva esposizione ai lussi della moda, ovvero ai viaggi, agli hotel di lusso, alle feste più ambite del circuito. Di certo, le sequenze dedicate al passato, alla famiglia e all’intimità, imbricate nel racconto del film, demoliscono il mito emerso dai pettegolezzi e dai gossip, ricostruendolo ad un livello diverso. Anna Wintour, sembra dirci il testo, è quella che è, per il suo rigore, per la dedizione al lavoro, per l’incredibile competenza con cui controlla tutte le fasi del processo della moda: dai problemi degli inserzionisti della rivista alle esigenze delle lettrici americane di avere un arbitrato sulla moda conforme ai valori del loro grande Paese; dagli stilisti, incapaci di andare oltre alle proprie sensazioni (vedi il caso di Stefano Pilati, affossato con una smorfia e una frase sibillina, colpevole di un abuso del colore nero) ai propri redattori o redattrici poco attenti nel seguire il vangelo del momento, proposto dalla direttrice con un linguaggio anoressico; dai fotografi troppo auto referenziali (Mario Testino) alle fashion editor troppo fantasiose.

R.J. Cutler e Anne Wintour a New York durante l'anteprima del film The September Issue a The Museum of Modern Art di New York - 19 August 2009
R.J. Cutler e Anna Wintour a New York durante l’anteprima del film The September Issue a The Museum of Modern Art di New York – 19 August 2009

Cos’altro mi ha detto il film?

Il lungometraggio comincia e finisce con Anna che trasmette in forma conversazionale le sue riflessioni sulla moda e il senso del suo lavoro.

La gente è spaventata dalla moda – ci dice, nelle prime sequenze – c’è qualcosa nella moda che la fa sentire insicura… Quando la gente dice cose degradanti sul nostro mondo, penso sia perché si sentono in qualche modo esclusi. Non si sentono parte della gente giusta. E di conseguenza ci prendono in giro“.

Chi consuma abiti di lusso, precisa la direttrice, invece che indossare indumenti popolari, non é detto che sia stupido, ma indubbiamente “c’è qualcosa nella moda che fa innervosire le persone”.

Da questo inizio, mi sembra di poter abdurre che per Anna esiste la Moda, e ovviamente per lei non può che avere come culmine la forma delle enunciazioni visive di Vogue, ed esiste un fuori-dalla-moda rappresentato praticamente da tutto il resto, dominato da soggetti animati da un desiderio di partecipazione inibito, che prende la via reattiva del dileggio, della chiacchiera gratuita, del pettegolezzo.

Le parole finali invece si concentrano sul rapporto tra la direttrice e Grace Coddington, personaggio emergente del film, con la quale durante la gestazione del numero sembrava avere relazioni molto tese, sorprendentemente risolte in un finale che vede la creative editor, assoluta protagonista dei servizi effettivamente pubblicati.

“Grace, è un genio nell’indovinare le tendenze, dice Anna, ma non sempre ci troviamo d’accordo, anche se con il passare degli anni abbiamo imparato a convivere”.

Grace Coddington
Grace Coddington

Il montaggio del film mostra chiaramente le difficoltà di Grace durante il lavoro redazionale. Alcuni splendidi suoi sevizi sembrerebbero andare contro l’estetica della direttrice. Il reportage a Parigi, per esempio, ispirato dalle immagini famose di Brassaï, volutamente riprese in stile vagamente pittorialista, viene commentato da Anna in termini sconcertanti: “sembra che ci sia una foschia”, dice.

Scopriamo quindi da un lato, la raffinata cultura visiva di Grace, il suo lavoro di preparazione dei reportage è minuzioso, la sua esperienza sul campo, prima da modella, poi assistente di grandi fotografi, infine da redattrice e creativa, ha fatto maturare in lei un approccio empatico con modelle e fotografi modulato dalla cordialità, dal rispetto e dalla fiducia. Sul set delle riprese Grace é sempre “presente” in ogni fase dei lavori. Le sequenze che alludono al lavoro sul campo ci fanno percepire l’utilità operativa di una competenza generosa. Grace ha lo studium per essere autorevole e guidare grandi fotografi alla ricerca del colpo fotografico magistrale. Al tempo stesso ha sensibilità per ciò che Barthes definiva l’effetto punctum nella fotografia, ovvero ha idee creative sorprendenti (per esempio il cameraman che salta insieme alla modella, nel rifacimento del servizio documentato nelle sequenze finali del lungometraggio).

Osserviamo, dall’altro lato, il lavoro di Anna Wintour: zero empatia, pochissime parole, nessuna spiegazione fatta come dio-comanda. La vediamo aggirarsi pensierosa di fronte agli scatti dei fotografi (ma sta veramente pensando a qualcosa?), scompiglia le sequenze delle immagini (perché? Con quale finalità?); poi osserva le sequenze dei servizi da impaginare con le stesse modalità di un guru ispirato dal Dio della moda: questo sì, quello no; lo voglio prima, nel mezzo, dopo. La sua visione geometrica e sequenziale della rivista appare arbitraria e al tempo stesso geniale (come altrimenti spiegare il suo successo).

Guardando il film, ho pensato ad alcune lettere scritte da Sigmund Freud da giovane a Marta, la fidanzata, nelle quali descriveva le spettacolari visite del celebre Charcot alle internate isteriche nella Salpêtrière. Al celeberrimo psichiatra bastava un’occhiata per stabilire il sintomo in atto. Anna Wintour sembra possedere l’occhio clinico che stabilisce la giustezza delle immagini, la loro esatta sequenza, la pertinenza dei reportage con lo stile Vogue.

Il film ci parla della solitudine della direttrice. Silenziosa ascolta i collaboratori. Quando apre bocca i giudizi sono precisi, non confutabili. La reverenza delle redattrici spesso sembra entrare in dissolvenza incrociata con le timidezze, le insicurezze che discendono da uno stile di relazione vicino all’autoritarismo. Stupisce la mancanza di dialogo, di critica (Grace Coddington a parte). Il lavoro di squadra é nettamente sovrastato dall’attesa del giudizio della direttrice. Non vediamo mai Anna Wintour scrivere, leggere, preoccuparsi dei contenuti. Vogue sembra una rivista da guardare e sfogliare, creata per intrattenere una decina di milioni di donne americane che reagiscono al dissolvimento dei criteri di giudizio obiettivi per valutare o svalutare le mode, appellandosi al giudizio della papessa della moda e della sua Bibbia.

Grace Coddington, Anna Wintour e André Leon Talley - Parigi 7 ottobre 2005
Grace Coddington, Anna Wintour e André Leon Talley – Parigi 7 ottobre 2005

Cosa il film mi ha suggerito

In un contesto socio-economico dove tutto può essere moda e nulla lo é veramente, non desta alcuna sorpresa se la capricciosità del pubblico diviene l’unico, incontrastato punto fermo per gli strateghi del mercato. septissueIn queste situazioni, l’autorevolezza e l’asimmetria comunicazionale può rivelarsi efficace. Non vince chi semina dubbi, ma chi ha la forza per imporre certezze, dogmi, assoluti. Non importa se la loro durata é pari all’uscita di un numero della rivista. È la forza illocutoria del messaggio di Vogue e non la sua semantica, a fare la differenza. Questo effetto performativo, nel senso dato a questi concetti da J.Austin, viene creato da Anna Wintour con un esorbitante uso di celebrità. Le attrici più importanti, le modelle più ricercate, i fotografi famosi come star trasformano il messaggio Vogue in una assiomatica della moda e al tempo stesso obbligano il lettore a confrontarsi con una messa in ordine delle mode possibili estremamente rassicurante.

Anche le dimensioni della rivista contribuiscono a dare ulteriore forza alla rivista. Il numero di Vogue raccontato dal film di Cutler aveva 840 pagine e, presuppongo, contenesse la pubblicità di tutti i brand di un certo livello del pianeta.

Non ci vuole molta fantasia per trasformare questi numeri in indicatori di forza illocutoria. Stare con Vogue significa dunque essere nel luogo in cui l’atto di moda diviene un emergente ordine di bellezza e di stile ai margini del caos.

Alla luce di queste considerazioni, il ruolo di Anna Wintour assume una dimensione diversa rispetto quella trasmessa da una “lettura” impressionista del film.

Il suo occhio clinico non sta guardando solo il contenuto di una fotografia, bensì ne sta valutando il tipo di azione che la sua eventuale pubblicazione sembrerebbe presupporre.

Per fare un esempio: Grace, di cui ho già parlato, ha uno sguardo estremamente efficiente per quanto riguarda il campo estetico della fotografia in connessione con il problema della costruzione di una tendenza estetica; Anna Wintour sembra non perdere mai vista ciò che potremmo definire le “cornici” dell’immagine o del reportage. Grace, dovendo produrre delle immagini significanti, finisce con l’esserne assorbita; il ruolo direzionale di Anna, la costringe a calcolare foto per foto, sequenza dopo sequenza, il tipo di relazione che esse intrattengono con le cornici necessarie per operativizzare lo stile Vogue.

In questo contesto, la parola stile, sarebbe la derivata di un calcolo relativo a tre dimensioni eterogenee: le ragioni degli inserzionisti, il profitto degli editori, le attese del pubblico ( di passaggio, ricordo al lettore, che il film presenta subito dopo l’inizio che ho descritto sopra, le riprese di una riunione commerciale e nella penultima scena la presentazione del numero al comitato editoriale prima del “si stampi”).

Nel 2007 Vogue aveva dedicato la copertina a Sienna Miller, la bella attrice e modella, considerata tra l’altro un’icona di stile, ma la Wintour l’aveva duramente criticata per i suoi “dentoni” e i capelli in disordine.
Nel 2007 Vogue aveva dedicato la copertina a Sienna Miller, la bella attrice e modella, considerata tra l’altro un’icona di stile, ma la Wintour l’aveva duramente criticata per i suoi “dentoni” e i capelli in disordine.

Ma perché Anna Wintour nel film non spiega con chiarezza le sue ragioni? Diciamo subito che quando si lavora insieme a colleghi per anni e anni, succede che ci si intenda senza il bisogno di grandi discorsi. I personaggi che nel film ruotano intorno alla direttrice, interagiscono con lei da parecchio tempo. Sembra corretto postulare che tra di loro a volte sia sufficiente uno sguardo per far passare l’essenziale. Un film non può trasformare direttamente in azione questo aspetto della cognizione, senza ambiguità. Possiamo però presupporla.

A ciò dobbiamo aggiungere il tipo di lavoro cognitivo che entra in gioco nella costruzione dell’estetica della rappresentazione della moda. Nel film noi vediamo la direttrice alle sfilate, nelle riunioni con i collaboratori ma soprattutto la vediamo valutare immagini.

Sembra che la decisione su cosa pubblicare non dipenda affatto da ciò che definirei una “discussione critica”.

Nell’unico momento del film in cui Anna Wintour ci fa capire qualcosa del suo “metodo”,si lascia sfuggire una frase sibillina che io traduco così: in realtà all’inizio non so mai cosa realmente scegliere, succede tutto alla fine.

Io penso che dobbiamo leggere in questo stenografico rendiconto di una pratica, una doppia azione cognitiva: un lavoro sulle immagini ancorato a procedure al di sotto della soglia della coscienza e un lavoro di razionalizzazione che grazie alle cornici citate direzionalizza le immagini.

Ora, le informazioni che scaturiscono sotto la soglia della coscienza, passatemi la metafora, hanno una consistenza liquida e non solida. È molto difficile verbalizzarle, producono rapide generalizzazioni e proiettano stereotipi.

Sienna Miller e Anna Wintour di nuovo insieme alla prima del film - 19 agosto 2010 - Photo by Andrew H. Walker/Getty Images for Vogue Magazine
Sienna Miller e Anna Wintour di nuovo insieme alla prima del film – 19 agosto 2009 – Photo by Andrew H. Walker/Getty Images for Vogue Magazine

Come si impara il saperci fare con le informazioni liquide o, se volete, chiamatele pure intuizioni? Bella domanda! Io la metterei giù così: è difficilissimo farne un oggetto didattico; l’applicazione di metodi lineari (logici) non funziona; di certo l’esperienza aiuta.

Guardando le sequenze di Anna Wintour al lavoro, mi sono fatto l’idea che la sua peculiarità nasce dal suo modo di mettere in relazione la sostanza liquida delle informazioni con le cornici o modelli distillati soprattutto grazie all’esperienza offertagli dalla posizione privilegiata che ricopre.

Ma che natura hanno queste cornici? La moda, così come viene interpretata da Vogue e dal senso comune, non si basa su principi dati una volta per tutte. Hanno a che fare con una forma del sapere, ma è difficile stabilizzarla e condividerla.

Se ci pensate bene, una delle conseguenze della mancanza di logica nelle scelte estetiche ella moda è la necessità di un “principium auctoritatis”, del quale la direttrice di Vogue è indubbiamente una magistrale interprete.

D’altra parte lo sappiamo tutti: i grandi interpreti della moda non amano la discussione critica, e la moda non è una scienza, e un’estetica che di sei mesi in sei mesi si contraddice non può funzionare come la logica classica.

A tal riguardo il film di Cutler può risultare ambiguo. Alla fine potremmo pensare Anna Wintour abbia a che fare più con tattiche e strategie di potere piuttosto che con l’autorevolezza. Ma questo forse dipende dal fatto che in un lungometraggio è più facile mostrare manifestazioni del potere rispetto alla visualizzazione di dimensioni astratte legate al sapere autorevole.

Per concludere

L’evocazione del potere di Anna Wintour mi permette di riprendere un tema che avevo lasciato in sospeso.

Non mi ha affatto sorpreso la clamorosa rimozione nel film delle sfilate di Milano. Si vedono New York, Londra, Parigi e nemmeno una immagine del sistema moda più importante del pianeta. Non è un caso, credo. A partire dal 2005 Anna Wintour ha cercato in ogni modo di utilizzare il suo potere per destabilizzare Milano. La scusa ufficiale era legata a questioni come: le sfilate portano via troppo tempo, bisogna ridurre il programma, i costi sono eccessivi eccetera, eccetera. Non credo ad una sola parola che con perfidia, la direttrice distribuiva ad arte seminando caos tra gli stilisti italiani.

Il FlashMob silvia®anzi, in concomitanza con il FashionCamp, come risposta alla questione sollevata da Anna Wintour sul concentrare le sfilate in tre giorni. All'ingresso della sfilata di John Richmond un gruppo di ragazze si sono presentate con parrucche dal taglio bob, indossavano una t-shirt con scritto “I will only stay 3 days”.
Il FlashMob di silvia®anzi, in concomitanza con il FashionCamp, come risposta alla questione sollevata da Anna Wintour sul concentrare le sfilate in tre giorni.
All’ingresso della sfilata di John Richmond un gruppo di ragazze si sono presentate con parrucche dal taglio bob, indossando una t-shirt con scritto “I will only stay 3 days”.

In realtà la questione era molto più seria. Ma perché l’asse della moda che conta deve essere Parigi-Milano? Quanto costa a New York la sudditanza rispetto a Parigi e Milano? Se non si rompe questa egemonia – immagino pensasse Anna Wintour – la moda americana sarà sempre il primo mercato al mondo come fatturato, ma al tempo stesso si rivelerà ininfluente nella guerra d’immagine che scriverà il futuro assetto della moda-mondo.

Da queste considerazioni discende la strategia di smantellamento del prestigio delle sfilate milanesi che per anni la direttrice di Vogue ha praticato con attenzione e determinazione. Una prudenza resa necessaria per il ruolo certamente non secondario dei brand italiani come inserzionisti di Vogue. Un accanimento giustificato dall’alta posta in gioco: la moda non la controllano i produttori ma chi domina la comunicazione; e cosa sono le settimane della moda di altro che potentissimi dispositivi di comunicazione? Potenti quasi come Vogue.

Cosa c’entra tutto questo con il film di Cutler? Praticamente niente. Scegliendo una musichetta cretina a commento di immagini carine carine, e accettando tutto ciò che sicuramente andava a genio ad Anna Wintour, il regista ci ha presentato Vogue e la moda secondo un concetto molto radicato tra il senso comune. Oggi, si dice, la moda è spettacolo e i suoi esecutori principali sono le grandi riviste, i grandi eventi e i personaggi oracolari che la comunicano.

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Se la moda è spettacolo e intrattenimento allora il modo migliore di raccontarla sarà un film che, dalle immagini alla sua sintassi, la presenterà come una favola. Onore quindi alla coerenza di Cutler. Tuttavia un film è importante non solo per quello che sembra dirci, ma anche per ciò che non dice o non può rivelarci, ma che possiamo presupporre. Devo ammettere che su questo aspetto il film di Cutler non mi ha deluso.

Esasperando la leggerezza e l’imbarazzo della moda per la profondità al punto da rafforzare la portata mitica di Vogue e della sua direttrice,depurata dai gossip ovviamente, il regista e’ riuscito ad indurre un supplemento di pensiero reattivo/critico che spero di avere in parte documentato al lettore. E chissà, forse questa e’ stata la sottile vendetta del “testo” del film, nei confronti delle prevedibili difese innalzate da chi della mitizzazione del reale ha fatto un potente mezzo di regolazione delle pulsioni della moda. Impossibile infatti immaginare che Anne Wintour abbia accettato di recitare in un lungometraggio senza un suo controllo; difficile immaginare che Vogue non abbia posto dei limiti a ciò che si poteva raccontare. Ma non possiamo nasconderci che sono questi limiti a permettere alla moda/mito di funzionare. Cosa rimarrebbe della moda se le togliessimo questi abiti incorporei fatti di sogni, credenze, passioni?

Feltrinelli Real Cinema
The September Issue
Film di R. J. Cutler
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Lamberto Cantoni
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