ITALIA – I convitati di pietra di Michele Mari, candidato al Premio Strega, è un romanzo comico e spesso divertente, graffiante e macabro insieme, che svela aspetti crudi ma assolutamente realistici dell’essere umano.
Scritto con uno stile comico, in molti casi divertente ma con la presenza di elementi tragici, il romanzo di Michele Mari ci presenta uno spaccato di come possa essere inquietante il mondo. Un gioco di società, legato all’appartenenza puramente casuale alla stessa classe liceale tira fuori tutto ciò che trenta studenti sono davvero.
I Convitati di Pietra presenta il percorso psicologico che, a partire dal luglio 1975, per 78 lunghi anni lega i protagonisti di una classe che, appena superato l’esame di maturità, si lega in una riffa nata dalla proposta, creativa e sicuramente ingenua, di qualcuno. La scommessa diventa il trampolino di lancio verso la futura ricchezza di pochi fortunati vincitori: un diversivo stabilito con regole certe e unanimemente accettate!
E’ un rito la cena annuale che rende più elegante e conviviale il patto della riffa. Che il gioco sia cinico i ragazzi lo intuiscono da subito e si evidenza a partire dal fatto di non volersi assumere nemmeno nel ricordo l’origine di quella lotteria spietata. Nessuno rammenta chi ha proposto il gioco. Rimuovere il nome del proponente è il modo di alleggerire la vicenda. Implica l’ arrendersi alle logiche della non responsabilità personale, ai narcisismi del sentirsi possibile vincente e al “mostro” che dorme nell’interiorità.

L’amoralità del ceto borghese
Per quasi tutti i partecipanti la scommessa dà consistenza a un istinto di avidità che li accompagnerà fino alla vecchiaia. Col progredire della narrazione l’aspetto dominante de I Convitati di Pietra si realizza nell’aspettare anno dopo anno, nel fare pronostici e nell’investigare minuziosamente le altrui malattie. Nel contare la morte dei compagni in attesa della propria sperata ricchezza, per altro da molti già posseduta per discendenza familiare. Non basta però questa linea di interpretazione “pecuniaria” ad esaurire la brama psicologica che sta dietro i “protagonisti di pietra” di Michele Mari.
L’arido augurarsi che il compagno antipatico venga colpito dalla sorte e – per i più spietati- il favorire la scomparsa altrui con omicidi premeditati accompagnano il lettore in un progressivo spazio di insignificanza morale verso la vita. Diventando metafora della sua mancanza di senso. Il gruppo della III A rappresenta così l’amoralità del ceto borghese. Anche se ovviamente non assoluta perché in qualche soggetto permangono spiragli di solidarietà umana.
La sfida a chi vivrà di più
Tra i convitati di pietra Mari non delinea grandi personalità, non approfondisce i personaggi, il carattere è generalmente delineato in poche efficaci immagini. Talora con tratti fumettistici, senza scavi nella loro interiorità. Il personaggio che infatti sottende tutto è la relazione tra i 30 soggetti. Questi hanno unito il loro destino in base a una riffa in cui non conta principalmente il denaro (tutti sanno che erediteranno da vecchi) ma la sfida a chi vivrà di più.

Quello che davvero rappresenta il quid della narrazione non è la vincita in sé, ma l’ attestazione che si è sopravvissuti ai coetanei di classe. Il desiderio della propria “terrena” immortalità sostiene la storia. La scommessa rappresenta la possibilità mitica di conquistare la vittoria sul destino macabro degli altri. Si è vivi perché si sopravvive. La cinica riffa rappresenta l’esistenza come tensione tra la vita e la sua fine, una sfida collettiva per esorcizzare la paura della morte sperando che tocchi prima agli altri. Se tu muori e io lo so, io sono vivo. In tutto il romanzo dietro l’attesa della vincita in denaro compare il nulla che rappresenta il percorso della vita, la sua mancanza di senso.
Lo stile e la struttura narrativa di Michele Mari
Lo stile ripetitivo, ossessivo per certi versi, rende giustizia inevitabilmente ai profili esistenziali di questi ragazzi-adulti. La ripetitività del ritrovarsi senza mai incontrarsi davvero identifica l’identità di questo gruppo. Anche se può sembrare che il romanzo trascuri i grandi eventi sociali degli anni dal ’70 in poi, questa scelta rafforza la prospettiva dell’autore. Riferimenti “esterni” alla riffa non compaiono perché non rientrano nel quadro emotivo e culturale dei 30 compagni di classe. Questi accompagnano infatti il lettore in un progressivo spazio di insignificanza morale. La III A rappresenta infatti una “borghesia senza anima” che fa parte della storia, della grande storia collettiva, che la vive e la interpreta e questo giustifica lo “sfondamento” del tempo narrativo.

Per svelare aspetti crudi ma realistici di vite scialbe e dallo scarso profilo morale Mari crea una struttura narrativa complessa che dimostra le sue qualità di grande scrittore. Sceglie uno stile divertente e a tratti macchiettistico, che scherma in qualche modo dal dolore il lettore pur mantenendo sfumature malinconiche. La narrazione presenta rimandi letterari e cinematografici e i molti, curiosi e precisi, riferimenti topografici rendono vitalmente verosimili le trame narrative; la scrittura è lessicalmente ricca ed erudita e nello stesso tempo spazia dal comico all’ironico per affrontare temi profondi e molto attuali.
Michele Mari, I CONVITATI DI PIETRA, Einaudi, 2025
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