Shining: 40 anni del capolavoro horror di Kubrick

Shining: 40 anni del capolavoro horror di Kubrick

MONDO – “Tesoro? Sono a casa!” : ecco una delle più innocenti, banali e ripetute frasi di una vita intera, che in un attimo si decontestualizza in un incubo di orrore senza fine (e in una fonte di citazione tra le più note) nelle sapienti mani di Stanley Kubrick, il regista cult di Shining, capolavoro datato 1980, che proprio in questi giorni compie 40 anni.

Usciva il 23 maggio 1980 negli Stati Uniti uno dei film horror più belli di sempre (che in Italia arrivò però quasi sette mesi dopo):  The Shining, diretto da Stanley Kubrick e co-scritto con Diane Johnson, e tratto dallo splendido romanzo omonimo scritto da Stephen King nel 1977, che si discosta per molti versi dal suo alter ego cinematografico, incluso il finale.

Il film nasce a causa dell’insuccesso commerciale e critico di Barry Lyndon: Stanley Kubrick si rese conto che doveva realizzare un film sia artisticamente soddisfacente sia sufficientemente fruibile dal grande pubblico. Come fu poi riferito a Stephen King, Kubrick ordinò al suo staff di portargli pile di libri horror e si rinchiuse nel suo ufficio per leggerli in blocco. La sua segretaria lo udiva lanciare i libri contro il muro e gettarli nell’immondizia, dopo averne letto le prime pagine, finché un giorno, s’accorse di un “innaturale” silenzio. Entrata per controllare il suo capo, lo trovò immerso nella lettura di Shining.

Locandina originale del film

Parlando del tema del film, Kubrick affermò che «c’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella personalità umana. C’è una parte malvagia. Una delle cose che le storie horror possono fare è mostrare gli archetipi dell’inconscio; possiamo vedere la parte malvagia senza doverci confrontare con essa in modo diretto».

La sinossi in breve di Shining tratta di un piccolo dramma famigliare: uno scrittore in crisi, per recuperare fondi ed ispirazione, accetta un lavoro come custode invernale insieme alla famiglia (la moglie Wendy e il figlio piccolo Danny), presso uno splendido hotel di lusso in alta montagna, in procinto di chiudere per l’inverno. E sarebbe tutto qui, ne più ne meno. Ma il genio di Stephen King, trasforma una banale storia famigliare in una agghiacciante discesa negli inferi, dove il totale isolamento nelle gelide tormente di neve è la situazione più rassicurante.

Niente è infatti come sembra: lo splendido Overlook Hotel è un ricettacolo di turpi azioni compiute nel corso degli anni, che hanno lasciato un pesante tributo in inquietanti e letali presenze tra le la varie ali dell’hotel. Ma solo per chi può vederle. E il piccolo Danny, dotato del potere della “luccicanza” (shining), una sorta di potere telepatico e di preveggenza, vede, sente e tocca la follia del posto. Che non vuole limitarsi a mostrarsi, ma pretende nuove vittime sacrificali: e Danny con il suo potere è la preda più ambita. A poco a poco la mente del protagonista Jack Torrance (un Jack Nicholson nella sua prova forse magistrale) comincia a vacillare, incontrando presenze e partecipando ad eventi avvenuti negli anni venti: non è più in grado di distinguere le visioni dal reale e si convince di essere bersaglio della sua famiglia, ritenendola causa dei suoi fallimenti. Ritornando nel bar dell’albergo assiste a un party e vi incontra il fantasma di Delbert Grady, il suo predecessore come custode dell’hotel che sterminò la sua famiglia, che gli “conferma” i suoi sospetti e gli consiglia di eliminare i suoi familiari. La moglie Wendy nel frattempo non ha più dubbi sulla follia di Jack quando scopre che i dattiloscritti del romanzo, per cui Jack si rinchiude in totale solitudine negli stanzoni dell’hotel, non sono altro che pagine e pagine di una frase ripetuta all’infinito: «Il mattino ha l’oro in bocca» (nell’originale inglese All work and no play makes Jack a dull boy).

Pare che Kubrick abbia fatto battere alla sua segretaria, Margaret Adams, con la propria macchina da scrivere, tutte le 500 pagine di “All work and no play makes Jack a dull boy”. Inoltre, per adattarsi ai modi di dire della lingua in cui sarebbe stata tradotta, la frase si è trasformata. In tedesco è diventata “Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”. Mentre in spagnolo è qualcosa come “L’alba non arriverà prima, per quanto uno si svegli presto”.

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E da qui in poi, la razionalità viene messa da parte, per una discesa negli abissi della mente e della più torbida malvagità: le presenze si palesano a poco a poco in un crescendo di terrore, per cui anche Wendy riesce ad entrarvi in contatto, il sangue versato nelle splendide hall dell’albergo si riversa fuori a fiumi dagli ascensori, in sequenze flashback, diventate visivamente iconiche nella cultura cinematografica, e non solo. Il finale, come detto differente dal libro, seppur nella sua apparente sistemazione delle cose in modo quasi tranquillizzante, lascia un amaro in bocca, un brivido sottile, un non detto che non regala di sicuro, l’esperienza del lieto fine.

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Ma Shining non è solo questo: come di consueto per Kubrick, per la pellicola vennero studiate e impiegate notevoli innovazioni tecnologiche, a partire dalla macchina da presa: la steadicam a mano, che permette movimenti veloci senza vibrazioni, né sobbalzi imprevisti e qui adoperata al massimo della sua potenzialità dal suo stesso inventore, Garrett Brown. Per la maggior parte del film la macchina da presa segue gli spostamenti degli attori precedendoli o seguendoli a breve distanza, accentuando il carattere labirintico degli ambienti chiusi e dei lunghi corridoi dell’albergo come durante le lunghe pedalate di Danny con il suo triciclo. Ogni volta che Kubrick intende creare un particolare stato di attesa o di suspense la macchina da presa si avvicina progressivamente e lentamente verso il soggetto che rimane fermo.

Inoltre fu utilizzata una tecnica di montaggio molto particolare per rappresentare le visioni di Danny. In genere, dopo un primo piano di Danny, appare la visione vera e propria, che è realizzata interrompendo bruscamente un’immagine di fondo con un’altra che in genere è di fortissimo impatto emotivo, come, ad esempio, le scene di sangue.

La lavorazione del film cominciò nel maggio 1978 e terminò nell’aprile del 1979. Il periodo di produzione, più di un anno, fu arduo e lungo, spesso con giornate molto stressanti, vista la natura altamente meticolosa di Kubrick: numerosi i litigi che si ricordano, in particolare quello con Shelley Duvall (Wendy) , i cui alterchi con Kubrick erano all’ordine del giorno riguardo alle battute e   al suo modo di recitare  L’attrice subì un tale stress al punto da ammalarsi ed iniziò a perdere i capelli. Il copione subiva continui cambiamenti, anche nella stessa giornata, aumentando così la pressione sugli attori. Jack Nicholson ad un certo punto, sarebbe diventato così frustrato da gettarne le copie fornitegli dalla troupe, sapendo che in ogni caso sarebbe stato modificato. L’attore, infatti, imparava gran parte delle battute all’impronta, pochi minuti prima dell’inizio delle riprese.

Ciliegina sulla torta della precisione maniacale di Kubrick:  per la scena finale nella Gold Room, il regista ordinò alle comparse di non parlare bensì mimare delle conversazioni. Consapevole, per esperienza, che le comparse spesso mimano le proprie attività in modo grossolano, chiese loro di recitare in modo naturale, per dare alla scena il realismo di un salto temporale negli anni venti.

Di spettacolare impatto anche gli esterni (gli interni furono girati agli  EMI Elstree Studios di Borehamwood, in Inghilterra):  per modellare l’esterno dell’Overlook Hotel furono effettuate riprese  presso il Timberline Lodge, che si trova sul monte Hood in Oregon. Queste inquadrature sono riconoscibili dall’assenza del labirinto di siepi, che è presente invece nella location ricostruita. Per la ripresa aerea all’inizio del film venne filmato il Saint Mary Lake e la Wild Goose Island del Glacier National Park, mentre per le riprese del viaggio in macchina della famiglia Torrance venne usata la Going-to-the-Sun Road. E come curiosità finale: alcune inquadrature aeree scartate della scena di apertura sono state introdotte nell’epilogo della prima versione del film Blade Runner di Ridley Scott, con il lieto fine imposto dalla produzione.

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La colonna sonora e il sound design di Shining sono il frutto di un variegato mosaico: da Wendy (Walter) Carlos a Rachel Elkind – già collaboratrici di Kubrick per Arancia meccanica – a Béla Bartók (Musica per archi, percussioni e celesta), György Ligeti, Krzysztof Penderecki, insieme a vari motivi ballabili degli anni venti e trenta. Indimenticabile (e non incluso nella colonna sonora originale!) il pezzo Midnight, with the Stars and You di Jimmy Campbell, Reginald Connelly e Harry Woods cantata da Ray Noble Band con Al Bowlly, una vera chicca per gli appassionati.

Ma anche i capolavori di Kubrick non sono esenti da critiche: chi più criticò  il film fu lo stesso Stephen King. Che definì la pellicola “fredda e distaccata”, diametralmente opposta all’opera originale. Disse poi che aveva trovato il personaggio di Jack “completamente pazzo fin dalla prima scena”. Inoltre non apprezzò l’interpretazione della Duvall, dicendo che “si trova lì solo per strillare ed essere stupida”.

Alla sua uscita il film Shining ricevette inoltre, recensioni miste. Janet Masli, del The New York Times, lodò l’interpretazioni di Nicholson ed apprezzò l’Overlook Hotel in quanto efficace location per l’horror, ma scrisse che “perfino le immagini più sorprendentemente terrificanti del film sembrano imperiose e persino irrilevanti”. Variety fu molto critico, dicendo che “Con tutto il possibile per lavorare, […] Kubrick ha lavorato coll’agitato Nicholson alla distruzione di tutto ciò che era così terrificante nel bestseller di Stephen King”. Una critica comune riguardava la lentezza della pellicola, atipica degli horror del periodo. Il film, nel 1981, ebbe due candidature ai Razzie Awards per peggior regia (Stanley Kubrick) e peggior attrice non protagonista (Shelley Duvall).

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Avendo l’occasione di leggere anche il romanzo, The Shining, si nota quanto effettivamente le due opere differiscano, pur partendo parallele, non sull’idea della follia in se, quanto sulla visione della stessa, sulla possibilità di rendere tramite mezzi reali e non tramite la scrittura, un crescendo di orrori che la cinematografia non poteva sopperire. Una gamma di emozioni e situazioni che trovano un perfetto Jack Nicholson nella sua discesa agli inferi, assecondando tutta la sua gamma espressiva, e un ottimo giovanissimo Danny Lloyd (a cui fu taciuta la natura del film e che poté vederlo solo a 17 anni), ma che non possono rendere appieno la complessità di un romanzo, nelle sue numerose sfaccettature.

Shining è un capolavoro, insomma, ma altro dal suo alter ego letterario. Due perfette macchine per esplorare gli abissi della mente e della morte, ma, se anche in alcuni punti si sono toccate, ognuno di loro mantiene la sua grandezza nel proprio genere.

Foto © 2001-2020 ArchivioKubrick

Immagine di copertina Di Marcel Oosterwijk from Amsterdam, The Netherlands – All work and no play makes Jack a dull boy (The Shining)

Marianne Bargiotti

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