Stanley Kubrick fotografo

Stanley Kubrick fotografo

TRIESTE – Al Magazzino delle idee di Trieste, in Corso Cavour nr. 2, è in corso una mostra che esibisce 130 immagini fotografiche che un giovanissimo Kubrick scattò per la rivista Look, prima di diventare il geniale regista che tutti conosciamo.

Quando Stanley Kubrick aveva 13 anni, suo padre, Jaques Leonard Kubrick, medico newyorkese appassionato di fotografia, gli regalò una Graflex.

Si trattava di una macchina fotografica professionale molto apprezzata da grandi fotografi come Barbara Morgan, Weegee, Dorothea Lange, particolarmente adatta per reportage, dal momento che liberava il fotografo dalla necessità del cavalletto, permettendogli, inoltre, di vedere il soggetto fotografato direttamente dal pozzetto così come si presentava davanti all’obiettivo.

La Graflex divenne subito per il ragazzo una sorta di protesi del suoi occhi, con la quale allenarsi a osservare e riprendere soggetti, situazioni che lo incuriosivano, inquadrandoli in schemi visivi e punti di vista che denotavano un talento e un interesse per il linguaggio delle immagini fuori dall’ordinario.

Stanley divenne in poco tempo il fotografo ufficiale del magazine della Taft High School nel Bronx. Pare che il suo rendimento scolastico non fosse proprio esaltante e i suoi professori lo considerassero un assenteista cronico. Infatti, oltre alla passione per la fotografia, spesso Stanley preferiva alla scuola la sala cinematografica che si trovava poco distante da casa sua.

Secondo alcuni dei suoi biografi, furono queste mattinate in fuga da lezioni che lo annoiavano, passate a guardare film, a radicare in lui il desiderio e la volontà di diventare un regista.

Comunque, durante i suoi studi alla Taft tutti gli riconoscevano una intelligenza superiore alla media, che gli consentiva di barcamenarsi nelle varie materie anche se i suoi hobby lo assorbivano quasi in maniera esclusiva.

In realtà il suo approccio alla fotografia non era affatto paragonabile a un passatempo o a uno svago. C’era qualcosa di professionale nell’accanimento che Stanley profondeva nella sua attività di reporter.

Lo si può abdurre dalla prima foto che riuscì a farsi pagare e pubblicare sulla rivista Look nel 1945.

Se osservate la foto 1, che riprende un edicolante dall’atteggiamento melanconico circondato dai manifesti e dalle prime pagine dei giornali che annunciano la morte di F.D. Roosevelt, credo che sarete d’accordo sul fatto che non presenta alcuna incertezza.

È decisamente una coinvolgente foto di cronaca, la cui efficacia è fuori discussione. In essa scorgiamo sia la casualità del momento intercettato dal fotografo e sia l’ordine percettivo che il punto di ripresa impone al reale.

 

Stanley Kubrick, fig.1

 

Stanley aveva diciassette anni e già fotografava con l’occhio di un professionista affermato. Helen O’Brian, la responsabile del dipartimento fotografico della rivista bisettimanale Look, acquistò lo scatto e in seguito gli propose di divenire uno dei fotografi freelance del magazine.

Stanley collaborò con Look dal 1945 al 1950. Nel 1946, finita in modo poco esaltante la sua formazione alla Taft, non avendo raggiunto una valutazione sufficiente per essere accettato da un college di buon livello, grazie ad Helen ottenne un incarico full time come assistente fotografo per la rivista.

Cominciò quindi una vera e propria attività professionale che si concretizzò  con la pubblicazione di un numero notevole di servizi la cui qualità poteva tranquillamente rivaleggiare con quella dei quotatissimi fotografi della famosa e fin troppo celebrata Agenzia Magnum.

In cosa consistevano i suoi assignments per la rivista? Look veniva stampata in un formato inusuale, 28 cm x 36 cm, per valorizzare il più possibile le immagini che venivano pubblicate.

L’attività della redazione era focalizzata sulla documentazione dello stile di vita della gente e su tutto ciò che pulsava energia nelle città americane. I reportage a tema erano pensati come se fossero essenzialmente narrazioni per immagini. Quando Stanley cominciò il suo lavoro come fotografo, la rivista vendeva quasi 3 000 000 di copie ad ogni uscita.

Le pagine più apprezzate dai lettori erano quelle dei grandi servizi fotografici nei quali spesso si narravano aspetti e i luoghi animati da persone comuni di solito rimossi sulle altre riviste. Oltre allo scatto principale, pubblicato in grande formato, venivano impaginate in sequenza alcune altre immagini del soggetto del servizio, in modo tale da suggerire una narrazione visiva.

Qualche critico definisce Street Photography questo modo di narrare gli avvenimenti e i protagonisti che il fotoreporter sembrava trovare più che cercarli, bazzicando come un flaneur nei luoghi o eventi che promettevano scatti interessanti. Vincent LoBrutto, un suo biografo, ha sostenuto che queste sequenze assomigliavano tantissimo al montaggio di un film.

Ora, dal momento che Kubrick di lì a pochi anni sarebbe divenuto un apprezzato regista, Vincent congetturava che la sua esperienza fotografica in Look potesse essere stata un fondamentale allenamento per familiarizzarsi con la sintassi delle immagini, grazie alla quale emerge una coerente storia o come si preferisca dire oggi, una narrazione. Da parte mia aggiungerei che questi scatti giovanili affinarono anche la sua visione estetica, proseguita poi, con esiti sublimi, con i film che lo resero famoso in tutto il mondo.

Comunque, non c’è dubbio che il giovane Stanley fosse particolarmente abile nell’infilarsi in situazioni pregnanti senza compromettere l’aura di spontaneità, d’autenticità dello scatto.

Un esempio potrebbe essere la foto 2, effettuata sul metro della città.

 

Stanley Kubrick, fig.2

 

Stanley Kubrick, fig.3

Direi che questo scatto è un’eccellente rappresentazione del tipo di ripresa che Look auspicava dalla collaborazione con Kubrick: oltre a fotografare celebrità come, per esempio, farà più tardi nel 1950, con il pugile Rocky Marciano e il direttore d’orchestra Leonard Bernstein, Kubrick doveva mettere in primo piano le vicissitudini esistenziali dell’ordinary people, valorizzando l’idea che l’istantanea o la casualità dello scatto potesse essere percepita dal lettore come un sincero appello all’autenticità, alla spontaneità, alla verità dell’immagine.

Il reportage è del 1947 e uscì con il titolo Life and Love on the New York Subaway.  L’impressione del lettore è di tante piccole storie legate a frammenti di tempo catturati dall’autore, collegate tra loro dall’esperienza del viaggiare in Metropolitana. Ma oltre alle tracce di una forse fortunata casualità, penso alla foto dei due ragazzi che si stringono tra le braccia (vedi fig.3), io vedo nella foto citata in precedenza la co-presenza di una ragionata scelta del punto di vista dal quale riprendere la scena, che schematizza in modo sorprendente la geometria dello spazio, garantendo profondità, equilibrio, ordine e bellezza all’immagine.

Secondo determinati rispetti Stanley sembrava abile e fortunato a cogliere, nel contesto della realtà così come si presentava davanti ai suoi occhi, un’inaspettata, spontanea finestra sul mondo, con inquadrature e situazioni che percepiamo interessanti, spesso sorprendenti e quasi sempre belle. Mi chiedo tuttavia quali sono i limiti di questa supposta casualità o spontaneità.

Mi spiego meglio. Guardate la fig. 4. Si tratta di una delle immagini di un servizio inteso a documentare le relazioni tra adolescenti realizzato nel 1950. È notte, due ragazzi flirtano uno nelle braccia dell’altro, scomodissimi, sdraiati su un terrazzino o sulle scale di sicurezza di un tipico edificio della periferia di New York. Entrambi sembrano sorpresi dalla presenza del fotografo ma continuano ad abbracciarsi.

Stanley Kubrick, fig.4

Qual’è la possibile storia implicita nell’immagine? Forse lui ha raggiunto lei da una scala di servizio. Perchè? Prima ipotesi: è notte e i genitori non vogliono che la figlia esca. Seconda ipotesi: i genitori pensano che lui sia un poco di buono e non vogliono che la figlia lo frequenti. Terza ipotesi: i due ragazzi hanno scoperto che flirtare in situazioni di leggero disagio rende più piacevole il petting.

Lascio a voi il piacere di immaginare altre possibili storie. A me interessa come arriva il fotografo street a coglierli sul fatto. Prima ipotesi: l’atteggiamento furtivo del giovane (perché quel tipo usa scale di sicurezza invece che entrare dall’ingresso principale?) lo allerta e quindi lo segue assistendo all’incontro e facendosi scoprire proprio mentre scatta.

Seconda ipotesi: durante una cena da un amico, affacciandosi alla finestra vede i due giovani flirtare sul terrazzino. Corre a prendere la sua Graflex per fotografarli, eccitato incespica e si fa scoprire. Anche partendo dal punto di vista del fotografo le storie possibili possono essere molteplici, ma le numerose narrazioni che discendono a cascata da questa immagine esemplare non cancellano il sospetto che tra lui e la coppia di giovani ci sia complicità e che dunque la spontaneità e il caso siano una costruzione retorica per evitare lo scatto banale e scontato.

Prendiamo un’altra foto che mi ha intrigato, la fig.5. La persona ubriaca sdraiata su pavimento è l’attore Montgomery Clift. Quando Kubrick gli fece la foto che state guardando, Clift era già stato co-protagonista nel film Il fiume rosso, accanto a John Wayne con la regia di Howard Hawks e protagonista assoluto di Odissea Tragica diretto da Fred Zinnemann, grazie al quale aveva ottenuto una candidatura agli Oscar.

Anche se fu solo con una superba interpretazione nel film Un posto al sole del 1951 (quindi dopo lo scatto che sto commentando) che Clift convinse pienamente la critica divenendo di colpo una star conosciuta da tutti, quando conobbe Kubrick e accettò di farsi fotografare era già un attore abbastanza noto. Bene, guardate la foto, non vi pare una specie di suicidio professionale?

C’è qualcuno che crede sia stata realizzata casualmente? Tipo, il giovane Stanley si reca all’appuntamento concordato, entra nella camera, si trova davanti Clift scivolato dal letto, completamente ubriaco e mentre il divo beve il fondo della bottiglia, lo fotografa, per correre poi in redazione e pubblicare lo scoop.

 

Stanley Kubrick, fig.5

 

No! Non credo sia la verità. Anche in questo caso l’ipotesi di un gioco a due tra attore e fotografo mi pare più plausibile. Effettivamente Montgomery Clift maturò negli anni una forte dipendenza dall’alcol ma nel periodo dello scatto di Kubrick probabilmente si divertiva con sublime ironia a ritagliarsi addosso l’immagine stereotipata di giovane introverso, problematico, ribelle, melanconico, solitario, psicologicamente complesso, molto in voga a Hollywood: pensate al successo che avrà di lì a pochi anni James Dean con le caratteristiche psicologiche e caratteriali che ho elencato.

Sono quasi sicuro della mia interpretazione dal momento che di quel servizio sul noto attore furono pubblicati altri scatti dei quali ho il piacere di presentarvene due: nel primo Clift mentre fuma sta guardando dalla finestra qualcosa che ha attirato la sua attenzione (fig.6); nel secondo è in piedi (fig.7), ha un look decontratto e un atteggiamento di sfida. Insomma, il giovane attore, grazie a servizi e reportage pubblicati sui magazine, sembra volesse suggerire al pubblico un parallelismo tra i personaggi che come attore interpretava con il suo carattere e stile di vita.

Stanley Kubrick, fig.6
Stanley Kubrick, fig.7

Il giovane Stanley lo aveva capito e aveva collaborato attivamente a trasformare ciò che Clift esasperava in forma di recita, dissimulata posa o quant’altro, in rappresentazioni con note drammatiche che il lettore di Look avrebbe percepito come vere, reali, sincere come, ad esempio, quella che aveva come protagonisti alcuni giovanissimi lustrascarpe (fig.8).

In questa immagine a mio avviso sono riscontrabili tutti i determinanti che la Straigh Photography teorizzata da Stiglitz, Adams, Strand aveva imposto come Vangelo fotografico nei primi decenni del Novecento, ovvero l’esito estetico dell’immagine è il risultato della previsione del fotografo, con una composizione dell’occhio che grazie al perfetto controllo del mezzo fotografico estrae dal continuum del tempo, un frammento caratterizzato da una certa purezza, verità e bellezza.

Stanley Kubrick, fig. 8

Non sono sicuro che Stanley conoscesse le sopracitate teorie. La sua avversione agli indottrinamenti era evidente osservando le difficoltà che incontrava ad adattarsi all’apprendimento scolastico. Tuttavia molte sue foto convergono verso il paradigma della Straight Photography, anche se quando risultava possibile o necessario interveniva manipolando la messa in scena per dare all’immagine il tono drammatico, emotivo, che la rendevano percettivamente più pregnante.

In questo modo le sue foto potevano planare su di un fascio di qualità riconosciute come segni che certificavano il realismo necessario alla cronaca per essere credibili in un contesto giornalistico, e nello stesso tempo potevano essere percepite come interessanti e belle. Inoltre, e forse questo è l’aspetto determinante, grazie agli adattamenti portati alla situazioni inquadrata, Kubrick poteva via via affinare una sua costruttiva visione estetica.

Più che da scuole di pensiero, credo che si facesse guidare dai fotografi che avevano colpito la sua immaginazione. Uno di questi era senz’altro Weegee, pseudonimo di Arthur Felling, specializzato in foto di omicidi, risse notturne, incidenti letali. La sua abilità nel raggiungere il luogo del crimine contemporaneamente alla polizia gli consentiva di produrre scoop subito pubblicati dalle maggiori testate newyorkesi. Quando Stanley cominciò a fotografare, Weegee era probabilmente uno dei fotografi più famosi degli Stati Uniti.

Le sue foto scattate quasi sempre di notte con il flash e gli infrarossi drammatizzavano la scena, calando sull’immagine poi pubblicata una forte impressione del momento. La luce violenta, diretta, contribuiva a rafforzare il contrasto tra bianco e nero, esaltando la coordinata primaria della foto di cronaca giornalistica cioè la visione/rivelazione della cruda realtà, la quale trasformava il fotografo in un testimone oculare per il pubblico dei magazines, molti dei quali sfruttavano la crescente disponibilità dei lettori ad accettare un voyeurismo diffuso.

Stanley ammirava la luce diretta ed energica utilizzata da Weegee e imparò ad utilizzarla per le sue foto dalla tonalità molto contrastata. Le foto 9/10, sono un buon esempio di quanto vado ipotizzando: la prima è una foto a rischio di banalità, presa nel camerino di una ballerina; a me pare evidente che l’idea di fotografarla, utilizzando lo specchio con la scena dominata da una forte luce laterale, tale da drammatizzare la presenza del fotografo, trasformi un contenuto troppo scontato in qualcosa di perturbante. Nella seconda foto scattata nel 1947 con Peter Arno ripreso mentre suona il pianoforte, l’effetto di intensa partecipazione emotiva del soggetto è ancora più evidente.

 

Stanley Kubrick, fig.9

 

Stanley Kubrick, fig.10

 

Quanto sono state importanti le esperienze come fotografo per la carriera di regista di Kubrick? Lo stesso regista a più riprese raccontò che fu nel periodo in cui lavorava per Look che emerse in modo perentorio il desiderio di diventare un regista. C’è da aggiungere che, come ho già scritto, molti dei suoi servizi sulla rivista si presentavano come una sorta di documentario fotografico su svariati temi.

Guardando l’impaginazione e la sequenza degli scatti, la prima impressione è di un sorprendente controllo della situazione da riprendere: non si deve mai dimenticare che Stanley aveva 17/18 anni ed era praticamente un autodidatta. Probabilmente, una parte del merito spetta al photo editor della rivista. Ma con il senno di poi, sapendo quanto fosse maniacale Kubrick quando girava le scene dei suoi film, ritengo che il fotografo fosse consapevole del fatto che le sue immagini avevano come obiettivo il raccontare una storia e che la loro valenza sarebbe aumentata in relazione alla connettività di ogni singolo scatto con la serie pubblicata.

In un certo senso Stanley preparava le sue foto come un regista allestisce una scena, seguendo all’inizio un copione ma per punteggiarlo e quindi adattarlo, con intuizioni nate dalla situazione del momento.

Quindi, l’esperienza come fotografo di cronaca, così come Stanley l’interpretava, fu importante per la sua decisione di divenire regista, ma forse fu ancora più decisiva per la maturazione della sua visione sul come raccontare delle storie attraverso delle immagini esemplari.

Mi spiego con un esempio. Osservate la fig.11 con attenzione. Il soggetto sembra tutto sommato banale: un’elegante ragazza sta camminando sul largo marciapiedi che costeggia la strada. Stanley sceglie di fotografarla da tergo. Forse voleva preservare la bellezza dinamica creata da una spontanea e decontratta andatura, che sarebbero state interrotte da una foto frontale. Ma non sono queste presupposizioni ad essere veramente interessanti.

Infatti, la foto in oggetto mi trasmette un sentimento di equilibrio, di ordine che a mio avviso nasce dalla percezione della struttura prospettica che emerge dall’articolazione delle forze visive della foto: partendo dalla figura della ragazza posta al centro dell’immagine, è immediata la percezione di due linee laterali che convergono in un punto di fuga, tali da farci sentire la profondità e la direzionata dinamica dell’incedere dell’andatura.

Ebbene, questa costruzione di equilibrio prospettico dona chiarezza, ordine, bellezza all’immagine e diverrà una delle tante invarianti nel montaggio dei film che renderanno famoso Kubrick. Un suo film che espone con stupefacente chiarezza il sentimento di bellezza, creato a partire da un centro che stabilizza forze visive dinamiche e divergenti è Barry Lyndom.

 

Stanley Kubrick, fig.11

 

Un’altra caratteristica nella configurazione della scena in Kubrick è l’introduzione di un punto di osservazione o di ripresa del soggetto, fuori dagli schemi, presentato come punteggiatura drammatica al continuum ordinato delle immagini. Anche questo aspetto del suo modo di articolare il linguaggio del cinema, lo vedo anticipato nella sua esperienza di giovane reporter.

Guardate la fig.12: la ragazza, in precario equilibrio, sta trasportando libri lungo uno scalone; l’intuizione di Stanley di scegliere un punto di vista anomalo per creare incertezza nella scena, (riuscirà la ragazza ad arrivare in fondo allo scalone senza far cadere i libri?) crea, a livello di fruizione, una tensione tra l’ordine prospettico e il sentimento di precarietà, dalla quale discende una nota di bellezza inquieta, ironica, a volte persino cinica, che troveremo embricata in sequenze memorabili di molti suoi film.

 

Stanley Kubrick, fig.12

 

La mostra

Trieste, Magazzino delle idee, Stanley Kubrick Photographs throught a different lens, dal 01-10-2021 al 30-01-2022.

 La mostra è organizzata da ERPAC in collaborazione con il Museo della città di New York e l’Archivio Stanley Kubrick. Le 130 immagini provengono dall’Archivio Look.

Info: Magazzino delle Idee di Trieste.

Lamberto Cantoni
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5 Responses to "Stanley Kubrick fotografo"

  1. luciano   4 Novembre 2021 at 17:42

    Kubrick è stato un regista importante per la mia generazione. Non sono sorpreso che fin da giovanissimo fosse un mago con la macchina fotografica. Però paragonarlo ai fotografo della Magnum è troppo.

    Rispondi
  2. Lamberto Cantoni
    Lamb   5 Novembre 2021 at 04:59

    Oggi guardiamo le immagini fotografiche di Kubrick giovane sapendo che sarebbe diventato uno dei più famosi registi del ‘900. Ma senza queste conoscenze come giudicheremmo le immagini? Daremmo ad esse la stessa enfasi? È difficile rispondere. Anche se ci proviamo non possiamo rimuovere completamente ciò che sappiamo. Lo sguardo innocente, puro, dal momento che ci viene detta la paternità delle immagini, evapora. Nella percezione della foto entrano tracce iscritte nella memoria, che deviano il nostro giudizio. Ma funziona così per tutti. Per esempio quanto conta per il giudizio critico su (x), sapere che era un fotografo Magnum ovvero della agenzia di reporter divenuta un vero e proprio mito culturale? Certo facciamo ogni sforzo per tentare di essere obiettivi, ma dubito che riusciremo a cancellare totalmente ciò che sappiamo di rilevante sull’’autore. Ma poi mi chiedo: non è proprio questa interferenza del sapere a dare spessore al giudizio critico? Quando tentiamo di mettere ordine ad una molteplicità di proposte estetiche, non ci appelliamo forse a dei modelli o criteri di giudizio? Questi parametri non sono eterni; dipendono da nostre scelte o preferenze. Quindi se l’occhio oggettivo o innocente non esiste, l’unico modo per spiegare un interesse per questa immagine e non quest’altra o di classificarla come rilevante oppure no, è accettare che la valenza dei valori (estetici) dipenda dal coinvolgimento in parallelo di numerose agenzie della mente. Il giudizio perde ogni certezza eterna, ma guadagna la possibilità di focalizzare il nostro punto di vista, la nostra scelta, i nostri valori.

    Rispondi
  3. annalisa   6 Novembre 2021 at 09:21

    Se ben ricordo la Magnum è stata fondata da Cartier Bresson, Mi sembra un pochino più bravo di Kubrick-

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    • luc97   6 Novembre 2021 at 10:00

      C’era anche Capa tra i fondatori. Volevano difendere il diritto di autore per i fotografi e il valore culturale del reportage. Annalisa ha ragione, non si può paragonare Kubrick con gente del calibro di Capa e Cartier Bresson.

      Rispondi
  4. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   7 Novembre 2021 at 08:35

    Bisogna tenere presente che Stanley quando nel 1947 fu fondata l’Agenzia Magnum era poco più che adolescente. Cartier Bresson e Capa erano per contro all’apice della loro carriera. Io credo che se Kubrick non avesse scelto il cinema, oggi sarebbe valutato da chi ama la fotografia alla stregua dei grandi fotografi citati.

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