Saul Steinberg (1914-1999)

Saul Steinberg (1914-1999)

ITALIA – Alla Triennale di Milano è stata aperta al pubblico (15 ottobre-13 marzo 2022) un’attesa mostra di Saul Steinberg, artista/grafico tra i più originali del Novecento.

0. Mi piace ricordare al lettore che Saul Steinberg, pur ammirato da innumerevoli entusiasti pubblici e da importanti intellettuali come Roland Barthes, Ernst Gombrich, Italo Calvino, Eugene Ionesco, Saul Bellow, Harold Rosemberg, fu in vita ampiamente sottovalutato dai critici specializzati in arte, specialmente da quelli innamorati di patacche colorate, di indisciplinati materiali per sculture e istallazioni, di performance spesso imbarazzanti per il largo pubblico.

Al loro cospetto, la grazia poetica e corrosiva della linea di inchiostro dell’artista di origine rumena sembrava troppo concettuale, troppo arguta, troppo intelligentemente contraddittoria nei contenuti, per poter esprimere il desiderio di novità, di ribellione, la follia dell’arte da ricordare del novecento; dimensioni considerate alla stregua di stigmate del vero artista.

Per non parlare della difficoltà di inserirlo in caselle preformate risultando evidente che non era solo un designer, un vignettista, un disegnatore, un illustratore…ma tante altre cose. Come se essere etichettabile fosse la conditio sine qua non per accedere al canone artistico. Tutte balle e sproloqui teorici che i grandi letterati e studiosi sopracitati hanno fatto a pezzi…Vi è rimasto qualche dubbio? Allora non perdetevi la mostra milanese di Saul Steinberg: non vi prometto che uscirete con in testa la definizione conclusiva di cos’è l’arte, ma di sicuro vi renderà più sensibili e reattivi contro le cazzate che la vorrebbero fissare in formule stereotipate ammantate di avant-garde.

1. Nel libro che Saul Steinberg pubblicò nel 1949, intitolato The Art of Living1 sono rappresentati svariati tipi femminili che alludono all’influsso delle mode sulla nostra vita. Una delle specificità dell’artista è che nelle sue opere, nessuna particolare forma della moda viene identificata descrivendo l’oggetto/abito o accessorio tanto da renderli riconoscibili e classificabili secondo il registro creativo di una marca o di un couturier piuttosto che altri.

Per esempio, guardate l’immagine delle due donne che conversano reggendosi ai mancorrenti del metro o di un bus (fig.1): Saul Steinberg la realizzò dopo la seconda metà degli anni Quaranta e non ho trovato nessun look del periodo seppur almeno vagamente citato dalle apparenze delle due morbide presenze femminili. Però se mettete in tensione questa immagine con quella di fianco, nella quale in una carrozza stipata da una moltitudine di tipi aggrappati alle maniglie di un mezzo pubblico sono configurati ironicamente nelle medesima postura, suscitando immediatamente oltre a un sorriso una significazione olistica che verbalmente potrebbe essere espressa con l’enunciato in metro o sul bus diventiamo tutti comicamente uguali, ebbene se ora guardate la pagina con le due donne abbigliate da un profluvio di segni dicevo, ci troviamo di fronte ad una diversa regolazione dell’economia della visione. Se nella pagina della moltitudine di tipi nella stessa postura i tratti configurativi non sono di più del necessario, le due donne sono invece sovraccariche di segni e in questo caso sembra plausibile generalizzare a livello di fruizione, un ingaggio percettivo che rende quasi simultanee una reazione ironica, la cattura di configurazioni caratterizzate da un “in più” di inchiostro o di tratti di disegno, e un contenuto concettuale fondamentalmente critico (“guarda come sono ridicole e altezzose le due elegantone”).

Fig. 1-Donne che conversano reggendosi ai mancorrenti del metro o di un bus

Le opere di Saul Steinberg configurano percezioni da cui discendono atti di pensiero dal sapore filosofico, evitando i rallentamenti imposti alla visione da disegni che contornano troppo realisticamente oggetti particolari, intrattenendo con essi, in qualche modo, una relazione mimetica, favorendo così l’idea che il messaggio del disegno abbia uno scopo ben determinato.
Non credo che Steinberg amasse finalizzare troppo le sue opere secondo significati prestabiliti. Avevano certo uno scopo, in qualche modo rappresentavamo l’impegno etico/politico dell’autore, tuttavia la loro interpretazione non voleva e nemmeno poteva essere rigida. Le sue opere potevano sembrare evidenti nei contenuti, ma più le osservavi e più ti apparivano elusive. In esse la percezione del contenuto decisivo doveva essere una epifania nel senso che James Joyce dava a questo concetto. Non disegnava guardando/imitando oggetti, cose e persone bensì grazie ad un ragguardevole talento osservativo, catturava in schemi visivi l’idea che essi facevano nascere nella sua mente.
Per dirla con il pensiero del filosofo Charles Sanders Pierce, l’ossatura schematica del disegno dell’autore sarebbe classificabile come type cioè come schemi astratti che idealizzano soggetti, oggetti e situazioni, contrapponendosi ai token, ovvero agli oggetti reali del mondo. L’autore evita accuratamente l’effetto mimetico con i token e stilizza il suoi type.

Cosa ci fa percepire dunque? Proviamo a dirlo con le parole di Saul Steinberg:

”Ciò che disegno è disegno, il disegno deriva dal disegno. La mia linea vuole far ricordare che è fatta di inchiostro”.

L’ingaggio percettivo che interessa all’autore mira a far affiorare il concetto che aggancia la configurazione o vignetta del momento ad un insight del pensiero. Economia della visione e immediatezza dei concetti espressi, ecco a cosa sembra puntare l’autore anche quando ciò che chiamo concetto si incarta su se stesso scomparendo come figura del pensiero razionale.

Per tornare all’esempio delle due donne in metro fastosamente rivestite, l’obiettivo di Saul Steinberg non è una critica locale a questa o quest’altra moda, bensì, attraverso l’ironia l’autore coinvolge il pensiero del fruitore a livello più generale suggerendogli che ogni ostentazione di moda è segnata dal ridicolo. Nel linguaggio della metafisica si potrebbe dire che Saul Steinberg punta a mostrare l’essenza di un atteggiamento, di una situazione, di uno stile di vita, facendoci sorridere. In tal modo ci attira in una vera e propria trappola percettiva: siamo attratti dalla grazia leggera del tocco d’inchiostro che, in aggiunta, ci dona il piacere che ascriviamo al comico, alle burle, all’arguzia ironica; ma poi senza poter farci nulla il concetto della situazione ci spinge ad una presa di posizione etica.

Vi faccio un’altro esempio. Guardare la figura 2 che ho tratto dal The Art of Living, in particolare la pagina con le due signore impellicciate. I tratti che ci fanno riconoscere la pelliccia colonizzano anche il volto dei soggetti. Le due donne risultano ridicole, quasi disumane…Non sembra anche a voi che Saul Steinberg faccia emergere un monito verso il lusso eccessivo?

Fig.2

Comunque, dal momento che interpretare le immagini embricandole nelle sequenze lineari del linguaggio naturale è una faccenda complicata, consentitemi una ritirata tattica che vi enuncio con le parole scritte da E.Gombrich pubblicate in origine sull’Art Journal nel 1983:

In realtà, una delle difficoltà che si incontrano scrivendo dell’arguzia di Steinberg è proprio che i suoi disegni si spiegano molto meglio da soli di quanto possano fare le parole”.2

È certamente vero che così come è difficile classificare una volta per tutte il lavoro di Saul Steinberg, risulta complicato descriverlo e spiegarlo a parole. Ma a me pare che la sua specificità sia caratterizzata non solo dallo stile grafico ma anche nella proattività interpretativa suscitata nel lettore.

Quando trovi una interpretazione sei già salvo – diceva Saul Streinberg ad un suo intervistatore – Può darsi che l’interpretazione non ci porti alla verità, ma è un esercizio che ci salva”.

Saul Steinberg ci diverte e al tempo stesso ci inquieta; semplificando il lavoro della percezione essenzializza situazioni costringendoci a darci una spazzolata al cervello per smuoverci dalle nostre pigrizie, abitudini: di fronte alle sue opere, guardare, osservare e pensare si alternano come il ritmo di una musica piena di contrappunti, sincopi ma anche improvvise schiarite. Bisogna incitare gli uomini a resistere al sonnambulismo indotto dalle abitudini di linguaggio, per arrivare a cogliere messaggi più profondi… Come farli deviare? “ Ci vogliono delle trappole seducenti” , diceva. Ecco perché le sue opere sembrano accessibili e al tempo stesso impenetrabili. La loro grazia esalta l’effetto superficie dei disegni, e come tutte le superfici sembra destinata a restituirci messaggi chiari e precisi, ma poi note emozionali un po’ tristi, come quando siamo amareggiati senza un perché, ci guidano in profondità sconosciute che quasi sempre resistono ai tentativi di spiegazione razionale.

 2. Saul Steinberg nacque in Romania nel 1914 in una famiglia della media borghesia ebraica. A Bucarest cominciò gli studi universitari iscrivendosi alla facoltà di Filosofia. Nel 1933 si trasferì in Italia molto giovane e si iscrisse alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano dove si laureò nel 1940.

Quando era ancora studente si mantenne gli studi cominciando a pubblicare vignette sulla testata umoristica Bertoldo. Il lavoro per la rivista fu importante anche per le conoscenze e le amicizie con personaggi come Cesare Zavattini e Giovannino Guareschi. Al Politecnico di Milano negli Anni Trenta i professori più seguiti, come Gio Ponti, trasmettevano agli studenti valori modernisti, ed è in questo contesto culturale che Saul Steinberg conobbe Aldo Buzzi e gli divenne amico fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1940 la sua vita fu sconvolta dalle leggi razziali dei fascisti. Dopo una breve prigionia riuscì a fuggire dal nostro Paese e raggiunse New York.

Trovò presto lavoro presso la rivista The New Yorker con la quale collaborò per oltre sessant’anni. Nel 1943 divenne cittadino statunitense e si arruolò nella Marina Militare, viaggiando fino alla fine del secondo conflitto mondiale in Medio Oriente, in Africa e in Italia. In realtà, anche nei decenni che seguirono, sfruttando la notorietà conquistata con le amatissime vignette pubblicate dal The New Yorker, Saul Steinberg continuò a viaggiare in tutto il mondo.

Questo nomadismo, impreziosito da una curiosità e da un talento osservativo fuori dal comune, secondo molti studiosi non è facilmente riscontrabile nei suoi lavori, nomadismo che in realtà sembra aver avuto l’unica funzione di rigenerare lo sguardo, affaticato da lunghi periodi intenso lavoro. Tuttavia nelle sue opere spesso lo spazio che accoglie la configurazione significante interagisce con essa donandogli un supplemento di senso che rinforza il concetto che l’autore sta indagando, ancorandolo in qualche modo alla rappresentazione di un mondo paradossale ma anche possibile da immaginare proprio perché fa emergere uno schema/pensiero pregnante. Può darsi che l’esperienza da immigrato dei suoi numerosissimi viaggi, abbia avuto un ruolo nell’emersione del concetto di spazio che segnalavo sopra.

Uno degli esempi dell’uso significante dello spazio, citato da una moltitudine di estimatori di Saul Steinberg, è la famosa copertina del The New Yorker del 29 marzo 1976, intitolata View of the World from 9th Avenue (fig.3): l’autore si/ci colloca in una posizione centrale leggermente più in alto della teoria di edifici che arriva fino al fiume Hudson. Al di là, troviamo territori disabitati. In lontananza, dopo l’oceano Pacifico, si vedono i profili di terre lontane che corrispondono alla Cina, al Giappone, alla Russia.

Fig.3-Saul Steinberg, 1976

Una soluzione grafica geniale per suggerire come vedono il mondo i newyorkesi, ovviamente ponendo se stessi su di un piedistallo come se al di là dei confini della città il resto dell’umanità avesse una importanza relativa.

Oltre a sollecitare la lettura di ambienti di grandi dimensioni, Saul Steinberg aveva una non comune curiosità per gli arredi interni. Un esempio di quanto fosse abile nel creare l’assetto ambiente conforme ai concetti che la vignetta doveva fare emergere, può essere un’altra copertina capolavoro citatissima dai cultori dell’artista.

Mi riferisco al The New Yorker uscito il 23 Novembre 1968, intitolato The Family (fig.4 ). Naturalmente il nostro sguardo rimane colpito innanzitutto dalla particolare tecnica grafica utilizzata dall’artista, basata sulla diversa consistenza del tratto e del colore, diversi per ogni personaggio: dal più vitale e naïf, il bambino sulle ginocchia del nonno, a quello più evanescente e tremolante, probabilmente la nonna la cui presenza sembra forse più un’assenza. Il concetto emergente a me pare essere uniti nella diversità, ovvero ciascuno degli appartenenti alla famiglia ha i propri tratti individuali che distillano reazioni, caratteri assolutamente personali.

Fig.4-Saul Steinberg, 1968

The New Yorker fu certamente il settimanale che contribuì a far conoscere Saul Steinberg ad un pubblico internazionale. Pur essendo un periodico newyorkese, aveva una vocazione cosmopolita, come la stessa città, ma ben presto la sua divertente e penetrante arguzia fu richiesta da numerose quanto importanti testate come Life, Time, Harper’s Bazaar, Vogue

Perché era così amato dai lettori? Probabilmente l’apparente semplicità delle sue configurazioni disseminava a livello di fruizione un ragguardevole piacere visivo. Non a caso in molte interviste l’autore ricordava di essere fondamentalmente un orchestratore di linee d’inchiostro o “una mano che disegna e basta”. Ma mentiva, divertendosi a spiazzare i tentativi di comprensione o di spiegazione che da un certo punto in poi seguivano come un’ombra la sua crescente notorietà.

Le sue vignette non erano solo linee inchiostrate, messe in forma da una mano che non aveva perso le facilitazioni per il disegno che hanno i bambini (facilitazioni o abilità che in quasi tutti gli adulti scompaiono). Le sue illustrazioni attivavano pensieri. Guardate la vignetta intitolata Come vanno gli affari? (1948).

Fig.5-Saul Steinberg, “Come vanno gli affari?”

Voi riuscite a vedere solo inchiostro? Scommetto di no! L’inchiostro, per magia diviene scrittura, significato, senso. Come scrive benissimo E.Gombrich:

“Per quanto ci sforziamo, non riusciamo a vedere solo inchiostro…La linea che parte come un grafico si trasforma in una forza reale che sfonda il pavimento…siamo vicini alle metafore del linguaggio, che non prendiamo mai alla lettera, per esempio quando diciamo che < i prezzi salgono alle stelle > o <crollano>” .3

La trasformazione del percetto visivo in qualcosa che abbia la qualità di essere significante aggiunge al piacere del tratto leggero, semplice, aggraziato di Saul Steinberg, la responsabilità della comprensione anche quando le sue configurazioni visive passano dalle metafore a veri e propri paradossi, a palesi contraddizioni.

Ma come si può parlare di comprensione di fronte alla evidente impossibilità del senso che caratterizza moltissime vignette di Saul Steinberg? Io la metterei giù così: l’autore ci vuole allertare sui limiti della linearità della verbalizzazione del senso. Le immagini hanno un loro significato che eccede le ordinarie procedure linguistiche; mostrare paradossi visivi oltre a scatenare un movimento mentale ludico rappresenta anche un monito etico nei confronti dell’ossessione del senso a una dimensione (quella del linguaggio naturale).

La ricerca della massima semplicità delle forme e dei tratti minimi invarianti, che consentono al fruitore di indovinare una possibile/impossibile significanza (le vignette nella loro essenzialità rappresentano pur sempre qualcosa che assapora di reale) non sono solo evidenti tratti di stile di Saul Steinberg, ma mostrano la sua filosofia portatile fondata su una penetrante capacità di osservare i processi percettivi e le estensioni di significato che manifestano i fruitori delle sue immagini.

3. Nel 1959 la fotografa Inge Morath, una delle poche donne che era riuscita ad entrare nella prestigiosa Agenzia Magnum, suonò alla porta della casa di Saul Steinberg. Probabilmente aveva concordato un servizio fotografico o la possibilità di fargli un ritratto. Il famoso designer si presentò all’ingresso con il volto ricoperto da una maschera ricavata da sacchetti di carta commerciale (fig.6/7). Al di là della sorpresa, immagino che l’effetto fosse esilarante e Inge, completamente affascinata, elaborò insieme al designer un appassionante reportage nel quale le maschere di Saul Steinberg venivano messe in scena come se facessero parte della cassetta degli strumenti, per risultare umani in contesti relazionali.

Il fatto che le persone nella vita sociale indossino continuamente maschere, reali o metaforiche, cioè dissimulino le proprie reazioni, era ben conosciuto da chi aveva frequentazioni di cultura classica. D’altra parte, persona non significa in latino maschera? L’interpretazione che ne dava Saul Steinberger era però più radicale e naturalmente più divertente. Le persone indossano continuamente maschere per proteggersi dagli altri. Questi travestimenti permettono di fondersi con i personaggi che troviamo conveniente recitare e spesso finiscono con assorbire completamente i caratteri originari dell’interiorità della gente. Ecco perché secondo Saul Steinberger bisognava indovinare e disegnare la maschera che gli individui indossano. È la maschera che classifica il soggetto nei giochi sociali e non la romantica naturalezza dei caratteri e della personalità.

La collaborazione tra Saul Steinberg e Inge Morath durò per qualche anno, fino al 1963. Con le maschere dell’autore la fotografa mise in scena un defilè di soggetti che se da un lato appartenevano al loro tempo, come abiti, pose, contesti, dall’altro lato apparivano caricature di un’umanità condannata all’ipocrisia, al ridicolo, alla recita.4

A tal riguardo, Saul Steinberg in una intervista rilasciata a Sergio Zavoli 5 disse:

È l’ultimo paradosso di un moralista, la maschera non come fuga ma come emblema di ipocrisia e forse strumento di salvezza. Nella società della solitudine a chi serve nascondersi? Forse agli unici testimoni della nostra ambiguità cioè a noi stessi”.

 

4. Esiste uno stile Saul Steinberg? Indubbiamente le sue opere sono facilmente riconoscibili. Potremmo dire che l’autore, per abitudine o altro, ha spiccate preferenze per un certo modo di operare con i mezzi prescelti. In questi casi ci sembrano spese bene parole/etichetta come: l’autore ha un suo ben definito stile.

Chiaramente in queste occorrenze il concetto di stile non rimanda ad astrazioni collettive come quando definiamo determinate opere “surrealiste”, “cubiste”, “impressioniste”. E nemmeno a periodizzazioni inventate per mettere ordine all’eterogeneo flusso di produzioni estetiche (periodo manierista, classico, romantico etc.). Attribuire ad un artista un suo stile, significherebbe dunque operare una concettualizzazione debole degli effetti di un particolare ingaggio percettivo tra opere e fruizione, immaginando che induca nel destinatario, l’emersione di qualità visive originali e specifiche di una serie di atti creativi, legati tra loro da somiglianze di famiglia (Wittgenstein). Studiosi di Psicologia della forma di ascendenza gestaltica, come Rudolph Arnheim, vi vedrebbero una struttura nascosta sotto la superficie dei segni, segnata dalla ripetizione, nei confronti della quale a livello di ricezione l’atto percettivo del destinatario si attiverebbe con immediatezza (6).

Per quanto mi riguarda non sono sicuro che quando guardo le opere di Saul Steinberg gli effetti percettivi presentino, aldilà dei contenuti di primo contatto, un defilè di gestalt invisibili catturate dall’’occhio senza interferenze da parte della coscienza. Se riconosco qualcosa che si ripete dovrà pur esserci una memoria che organizza e mette ordine al flusso di informazioni. La presenza di una memoria porta a concepire la percezione di qualcosa che in una serie si ripete, come se fosse pensiero.

Nella serie temporale di un autore  noi osserviamo opere che si differenziano per contenuti e tratti formali. Ma al tempo stesso rileviamo assetti, preferenze, tic creativi che si ripetono. Quando grazie all’attenzione e ad un minimo di studium abbiamo la percezione di vedere la struttura che connette tutte o parte delle opere, ebbene, in quel preciso momento troviamo difficile fare a meno di un riferimento al concetto di stile individuale (anche se conosciamo benissimo i grattacapi che produce).

Ritorniamo alla domanda iniziale: dal momento che le opere di Saul Streinberg si fanno percepire come una serie distribuita nel tempo dotata di una certa coerenza ovvero tenuta assieme da qualcosa che connette le svariate occorrenza, come potremmo specificare il loro stile?

Esistono delle invarianti che consentono di schematizzare il modus operandi dell’autore? Queste invarianti possono essere considerate alla stregua di una struttura generativa dalla quale discendono opere esperite come differenti e al tempo stesso omogenee o coerenti?

Come ho scritto all’inizio di questo script, dal punto di vista percettivo le prime note che emergono dalle configurazioni create da Saul Steinberg sono la leggerezza del tratto strettamente unita all’essenzialità della composizione. Non credo di sprofondare nel soggettivismo se faccio confluire la finezza delle sue linee, in una qualità della bellezza che approccerei nei termini di grazia.
Per quanto riguarda l’essenzialità delle situazioni grafiche create da Saul Steinberg posso congetturare che essa dipenda dalla sua abilità e/o maestria nel ridurre al minimo il lavoro configurativo, portandolo sino al limite del realismo. In altre parole, sono affascinato dalla capacità dell’autore di sottrarre segni senza che l’estrema semplificazione della situazione grafica  comprometta l’emersione di qualcosa che mi rimanda a oggetti, soggetti e situazioni reali.  Il paradossale realismo dell’autore, ottenuto essenzializzando il disegno essendo onnipresente nelle sue opere, può essere percepito come un suo stilema.

Leggerezza, essenzialità, maestria nel semplificare favoriscono la percezione di chiarezza della rappresentazione anche là dove il messaggio finale è un non-senso, una contraddizione, un paradosso.

Disegni, illustrazioni, vignette di Saul Steinberg hanno la carica vitale dei disegni infantili e la forza corrosiva delle caricature. Più guardo i disegni dell’autore e più mi convinco che anche queste due dimensioni, per così dire, premono per farsi riconoscere.

Consentitemi a questo punto di spiegarmi grazie a una breve digressione rispetto al problema della specificazione dello  stile individuale di Saul Steinberg.

Mi sono fatto l’idea che l’autore in questione oltre ad un approccio filosofico ai contenuti delle sue opere manifesti una facilità del tratto che avvicino al piacere di disegnare del bambino sapiente di Ferenczi (psicoanalista freudiano di seconda generazione). Si tratta di un piacere che quasi tutti noi perdiamo in modo catastrofico diventando adulti ma che in soggetti come Saul Steinberg non solo viene mantenuto ma si perfeziona al punto da farci credere che disegnare sia come pensare o parlare, ovvero non ci sia differenza tra figure e parole. Devo dire che se rifletto sulla precisione di ciò che vuole comunicarci e della ricchezza informativa veicolata dalle sue opere, sono spinto a credergli anche se so che l’equivalenza tra immagini e parole non è vera: le immagini certamente attivano il pensiero ma non pensano come le parole, ecco perché l’ipotesi di un linguaggio delle immagini (strutturato come quello fatto di parole) rimane per ora un cantiere aperto.

Ritornando alla descrizione dei tratti invarianti dello stile di Saul Steinberg terminerei il loro provvisorio elenco con l’aspettualità arguta, spesso comica e ironica delle sue illustrazioni. A mio avviso nelle opere dell’autore queste qualità espressive rappresentano la nota di fondo della sua piccola filosofia portatile. Esse hanno la valenza di allertarci sulla fragilità degli esseri umani, mettono in evidenza ipocrisie, velleità e frustrazioni. Non sono sicuro che la parola stile sia adeguata a classificare tutto ciò, ma probabilmente aver unito grazia, essenzialità e arguzia nelle riflessioni grafiche su ciò che significa essere umani, è il dono più grande che Saul Steinberg ha fatto ai suoi lettori passati, presenti e futuri.

Note:

 

1) Saul Steinberg, L’arte di vivere, Arnoldo Mondadori editore, 1954;

2) Ernst Gombrich, L’arguzia di Saul Steinberg, in Argomenti del nostro tempo, Einaudi, 1991, pag.219;

3) Ibid, pag.219;

4) Inge Morath, Saul Steinberg, Masquerade, New York, Viking Studio, 2000;

5) La citatissima intervista rilasciata a Sergio Zavoli per la Rai fu effettuata a New York nel 1967.

6) Rudolph Arheim,  Intuizione e intelletto, Feltrinelli

Triennale di Milano. Saul Steinberg

La mostra alla Triennale di Milano: Saul Strinberg Milano New York. Le opere esposte sono oltre 300 ed è visitabile fino al 13 marzo 2022. Ingresso consentito solo con Green Pass.

Per ulteriori informazioni, visitare il sito.

 I curatori della mostra sono Italo Lupi, Marco Belpoliti, Francesca Pellicciari.

 Il Catalogo è edito da Electa.

Lamberto Cantoni
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29 Responses to "Saul Steinberg (1914-1999)"

  1. luc97   21 Ottobre 2021 at 04:16

    Ho visto a Palazzo Reale la mostra su Tullio Pericoli, un grande artista che come ho letto sopra per Steinberg molti considerano solo un caricaturista, illustratore. Non sono un critico ma ho avuto la sensazione che ci fosse nelle sue opere qualcosa di Steinberg.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   21 Ottobre 2021 at 22:28

      Si credo che Pericoli conoscesse benissimo il lavoro di Steinberg e ne sia rimasto influenzato. Come tanti altri del resto.

      Rispondi
  2. Antonio Bramclet
    antonio   21 Ottobre 2021 at 22:58

    Un vignettista o illustratore può essere molto divertente, ma capisco chi pensa che l’arte sia un’altra cosa. Per me Steinberg è più un creativo che un artista.

    Rispondi
    • luc97   22 Ottobre 2021 at 08:03

      Mi spiace Antonio ma non vedo la differenza tra artista e creativo. E’ solo una questione di preferenze di parole che non toccano le opere.

      Rispondi
      • Lamberto   23 Ottobre 2021 at 00:57

        La parola “creativo” potrebbe andare bene anche per il pasticciere sotto casa mia o il barista nelle giornate in cui è ispirato. Cioè si è creativi soprattutto quando si inventa. L’artista il più delle volte non inventa nulla, ma con questo non cessa di essere un artista.

        Rispondi
        • james   23 Ottobre 2021 at 17:26

          Per me si può essere creativi e artisti nello stesso tempo. Steinberg ne è la prova.

          Rispondi
          • mauri   24 Ottobre 2021 at 09:12

            Un artista per forza deve essere creativo altrimenti cosa propone? delle copie? Steinberg è un grande. Lo conoscevo perchè ha ispirato Quino il mio vignettista preferito.

          • Lamberto Cantoni
            Lamberto Cantoni   24 Ottobre 2021 at 10:48

            Beh! Oggi chiamiamo artisti o creativi gli chef, i dj, i parrucchieri…è chiaro che dobbiamo separare l’uso comune di queste parole e la loro significazione conversazionale da occorrenze più sofisticate come quando costruiamo una teoria per analizzare situazioni o fatti estetici. In questo caso le parole diventano concetti e come tali devono passare dalla porta stretta della critica e dell’efficacia cognitiva.

  3. ann   29 Ottobre 2021 at 08:53

    Per me Steinberg lavora sull’intuizione. I suoi messaggi visivi non hanno bisogno di troppi pensieri.

    Rispondi
  4. Antonio Bramclet
    antonio bramclet   9 Novembre 2021 at 18:55

    io la penso diversamente da Ann. I messaggi visivi di Steinberg sono la continuazione dei suoi pensieri, sono una riflessione sul mondo, sulle persone, sulle città.

    Rispondi
  5. luciano   10 Novembre 2021 at 18:01

    Anche le sue pitture sono notevoli. Come mai non ne parla nessuno?

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   11 Novembre 2021 at 10:46

      È stato Steinberg all’inizio a mostrare con reticenza le sue pitture. Forse il fatto che fossero più parodie della pittura che opere in senso stretto, lo frenavano.

      Rispondi
  6. Annalisa Branchetti   11 Novembre 2021 at 19:10

    “I disegni di Steinberg si spiegano molto meglio da soli di quanto si possano fare a parole” cita appunto E.Gombrich, le sue raffigurazioni, i suoi soggetti non ci trasmettono di per se nulla è essenzialmente l’uso che lui fa della linee che ci trasmette un messaggio, l’immagine delle due signore con la pelliccia rappresenta molto bene questo concetto, la figura nel suo complesso non racconta niente di significativo, non è neanche troppo interessante se si va ad analizzarla, se ci focalizziamo invece sulla moltitudine di segni che la vanno a comporre allora solo in quel momento riusciamo ad avvicinarci ad una lettura dell’opera che a mio parere può essere molto soggettiva. Inoltre trovo che in aggiunta al lavoro svolto sulle maschere con la fotografa Inge Morath, tutte le opere di Steinberg vogliano in un certo qual modo sottolineare questa messa in scena che le persone portano avanti nella loro vita quotidiana cercando di apparire diversamente da ciò che sono nella realtà. Per quanto riguarda lo stile dell’artista sono d’accordo che abbia delle sue particolari caratteristiche che lo contraddistinguono e ci portano a riconoscere le sue opere, ritengo in oltre che nelle sue opere ci sia come un richiamo alle opere di Ernst Ludwig Kirchner dove anche in esso ritrovo un richiamo a forme semplici,basilari che Steinberg ci ripropone in chiave vignettistica.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   12 Novembre 2021 at 17:07

      Più che all’espressionista Kirchner penso che Steinberg guardasse al cubismo (decostruzione della figura con geometrie semplici) e a Klee.

      Rispondi
  7. Gaia Candeli   11 Novembre 2021 at 19:12

    Saul Steinberg è un artista visionario che lavora sulla materialità dell’inchiostro attraverso un insieme di linee di diverso spessore, che creano un forte contrasto con il vuoto, come se la mente si svuotasse dai pensieri una volta trovata la fine del segno. Più che creativo appunto, lo definirei visionario per il semplice fatto che riproduce scene quotidiane, quindi non vi è nulla di innovativo, anche scene con apparente disinteresse come vediamo ne ‘Donne che conversano reggendosi ai mancorrenti del metro o di un bus’, dove chi osserva tende maggiormente a perdersi nei labirinti che l’inchiostro crea, in questo caso con la volontà di rappresentare le fantasie degli abiti; con questo stratagemma tende a non far soffermare chi osserva sulla rappresentazione di una banale scena ma piuttosto come viene rappresentata, come se la linea diventasse la base di tutto. La gente tende anche, a mio parere, affibbiargli significati in più, rispetto a quella che manifesta la semplice scena; ma forse è anche questo ciò che attrae le persone, la libera possibilità di dargli la propria interpretazione personale. La linea si trasferisce da un mondo bidimensionale a quello tridimensionale attraverso le maschere, che segnano un pò la giocosità e la voglia di rimanere bambino che contraddistingue il nomade artista, forse anche per questo riesce a mantenere le qualità creative e sognanti che un adulto con forti radici avrebbe facilmente perso con l’avanzare dell’età.

    Rispondi
  8. Anna Mei   13 Novembre 2021 at 16:31

    Non mi sento in grado di dire molto, la mia formazione mi porta a pensare che un artista, se definito tale, dovrebbe possedere altre caratteristiche rispetto a quelle che indichiamo per raccontare Saul Steinberg. Il suo tratto minimale ricorda quello di un bambino. Credo anche si possa pensare al suo poco successo in Italia dovuto al fatto che la nostra formazione artistica italiana è molto articolata e complessa rispetto al suo segno. Non sottovalutiamo che ha conseguito una laurea in architettura e per questo, la sua è una linea perfetta e pulita.
    Gli si deve certamente riconoscere la capacità di tradurre in linee ciò che l’occhio coglie e che il pensiero a volte non esprime a parole. Anche per questo vedo nelle sue illustrazioni un’evidente forma ironica di esprimersi.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   13 Novembre 2021 at 17:57

      Potresti allora chiarirci quali sarebbero le caratteristiche che ci permetterebbero di attribuire qualità artistiche a qualcuno o a qualcosa. Sulla tua affermazione relativa al presunto scarso successo in Italia di Steinberg avrei dei dubbi. Ma dipende dai parametri che hai deciso di usare per definire il “successo”.

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  9. Michele Malerba   14 Novembre 2021 at 10:53

    Sebbene Steinberg non si esprima attraverso le parole, che sono lo strumento principale di comunicazione alla base delle interazioni umane, utilizza la linea per rappresentare la realtà.
    Parlando di rappresentazione intendiamo una raffigurazione di figure, entità, e concetti che rimandano alla “realtà” ma che non sono oggetti veritieri del reale.
    Infatti compreso ciò nelle sue vignette non ricerca la verosimiglianza delle figure proposte, ma ne rappresenta dei tratti caratterizzanti che la nostra esperienza riconosce.

    Nelle vignette che propone come “donne che conversano reggendosi ai mancorrenti del metro o di un bus” sintetizza le figure delle donne attraverso la linea fornendo cosi degli schemi visivi di quest’ultime. Esse rappresentano uno stereotipo sulla quale l’autore fa della satira, diventando delle caricature del modo in cui si vive la moda.

    La satira nasce nell’antica Grecia e critica i vari aspetti della società mostrandone le contraddizioni e promuovendo cosi il cambiamento. L’autore rappresenta la “realtà” da cui trae comicità con una sorta di atteggiamento di costante superiorità e distacco per il proprio e per il divertimento del pubblico che osserva.
    Se le vignette hanno un fine moralistico l’autore non lo comunica e lascia libero i fruitore di interpretarle e fare cosi “esercizio”.

    Una caratteristica che a mio parere è un filo conduttore delle opere di Steinberg è la brevitas, che non è altro che la concentrazione espressiva, ovvero l’utilizzare la linea come sintesi di qualcosa di molto più complesso “stilizzando” un concetto che oltre tutto è difficile esprimere anche a parole. Questa sintesi dei concetti si trova nella copertina del New Yorker, dove tutto ciò che non riguarda la città di New York è rappresentato in sintesi con macchie o forme. Questo modo di rappresentare non elimina una parte del racconto, infatti la espone, ma senza tanti virtuosismi nella sua essenzialità.

    Le maschere rappresentano la libertà di potersi lasciare andare alla festa, alla trasgressione, indossando i panni di qualcun altro, annullando cosi la propria identità.
    Per Steinberg la maschera non copre l’identità, ma classifica il soggetto.
    Non manca allo stesso tempo la dimensione ludica nell’indossare le maschere e soprattutto la critica alla società che è condannata ad una recita, la vita.

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  10. Corinne Balelli   14 Novembre 2021 at 21:51

    L’identità è uno dei territori principali su cui l’artista ha indagato nel corso della sua vita, attraverso il tema della rappresentazione e del travestimento, sia del singolo sia della società. Tra i suoi disegni non mancano così le immagini di vita sociale, intese come una messa in scena. Ne è un esempio la raffigurazione delle donne esageratamente truccate e agghindate, che tanto lo avevano colpito al suo arrivo in America.
    I suoi segni erano puro pensiero e, come ogni pensiero, da analizzare e decifrare in modo soggettivo. La capacità di Steinberg è stata quella di riuscire a trasmettere un’idea utilizzando forme semplici e pulite, tracciate a pennino, talvolta grazie ad un tratteggio in bianco e nero.
    Le sue linee pulite riescono a comunicare i messaggi in modo semplice e diretto come solo un bambino, privo di una visione artistica incontaminata, riesce a fare.
    Nei suoi segni vedo un richiamo alle linee di Kandiskij, Klee, Mirò e Picasso.

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  11. mau   15 Novembre 2021 at 08:34

    Ho letto da qualche parte che in una lettera, esposta nella mostra della Triennale, Steinberg avrebbe chiamato i galleristi gay di New York “finocchi morali e fisici” da combattere. Come mai che la sinistra della cancel culture non dice nulla? Forse perché l’artista é una icona progressista?

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   15 Novembre 2021 at 11:43

      La cancel culture è il classico esempio di come le idiozie e gli idioti dei quali esse si servono come grilli parlanti, siano fenomeni trasversali alle ideologie. Comunque i discorsi dominanti, in qualsiasi tempo, hanno sempre cercato di circoscrivere e trattenere il mondo simbolico all’interno dei propri segni o valori, marcando negativamente tutto ciò che era esterno. Certo che fa pensare il fatto che la forma censura che oggi definiamo cancel cultur provenga da un contesto progressista.
      Devo dire che non trovo affatto incoerente l’espressione che hai citato di Steinberg: in definitiva è un artista che ha sempre usato effetti caricaturali e l’uso della parola finocchio è una caricatura. Oggi è certamente una offesa, ma quando Steinberg la scrisse in una lettera ad un amico, voleva probabilmente significare in modo espressivo l’inaffidabilità o la doppiezza di certi mercanti d’arte. Era anche allora una offesa ma se ben ricordo a quei tempi i gay rischiavano di andare in prigione cioè l’omosessualità era un reato penale. Oggi giustamente abbiamo rimosso leggi ingiuste, difendiamo i diversi, lottiamo contro le discriminazioni. Ma lo facciamo credendoci proprio perché abbiamo memoria di quanto fosse ingiusto il passato. Cancellare questa memoria può portare solo ad un risveglio drammatico delle pulsioni negative rispetto al diverso. Ecco perché il progressismo nel tempo in cui crede di avere il dominio sulla valenza dei valori rischia di diventare un ricettacolo di idioti che ne minano il consenso e le conquiste.

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  12. gasponi matilde   15 Novembre 2021 at 11:54

    Soul Steinberg a mio parere ha inventato un linguaggio che prima non esisteva, con il disegno è riuscito ad esprimere idee politiche e filosofiche attraverso disegni e simboli semplici che talvolta le parole non riescono a descrivere.
    Credo che possa essere definito un grande artista perché proprio attraverso i suoi disegni semplici e intelligenti, esprime idee e concetti che ad uno scrittore impegnerebbero pagine e pagine di libri.
    Definiscono Steinberg un artista umorista e magari non compreso da tutti però credo che sia più difficile riuscire a far ridere che a far piangere, perciò penso sia una qualità che pochi possiedono e che lo rende un buon artista.
    Negli ultimi tempi siamo sommersi di immagini ricchissime di informazioni, e il nostro immaginario ha continuato ad accumulare e accumulare, prediligendo queste a immagini minimali, simboliche come quelle di Steinberg. Forse è per questo che viene apprezzato meno rispetto ad artisti che riempiono le loro opere di colori, segni e la rendono piena.
    Si è creata una paura del vuoto che ha portato ovviamente a riempire ogni angolo del nostro spazio visivo e mentale, con il risultato che questo accumulo di immagini non ci trasmette niente.

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  13. Margherita Scialla   15 Novembre 2021 at 18:30

    Saul Steinberg è più di un semplice artista. Riprende momenti di vita quotidiana e di argomenti comuni e li trasforma in qualcosa che è più di solo inchiostro, che ti spinge a pensare e ad indagare i messaggi nascosti. Usufruisce delle sue conoscenze filosofiche e artistiche per creare opere che hanno uno scopo senza avere significati rigidi. Riesce ad esprimere le sue idee usando forme semplici e chiare.
    Vorrei riprendere la domanda “esiste uno stile Steinberg?”. Io mi sento sicura di dire di si, perché per quanto un artista possa cambiare modo di esprimersi e oggetti fisici con cui disegna o crea, ci sarà sempre qualcosa nelle opere che è parte dell’artista, che riporta ad un suo pensiero o ad un suo tratto distintivo e unico. Per me quello è lo stile che raggruppa le opere di un artista. Se poi l’artista ha l’abitudine di usare lo stesso tratto o lo stesso metodo di creazione, allora in quel caso lo stile diventa ancora più evidente nelle somiglianze dei lavori.

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  14. Alice Montanari   15 Novembre 2021 at 20:24

    Ritengo che le opere di Steinberg siano particolari e riconoscibili e credo si rifaccia molto in generale al dadismo e all’Art Decò, ma anche al cuibismo; ciò nonostante credo sia un grande artista poiché nonostante le sue opere siano apparentemente semplici riesce comunque a comunicare in modo lieve ma spietato idee e concetti che a parole non sarebbero così facili e veloci da spiegare; come ci dice anche Gombrich “In realtà, una delle difficoltà che si incontrano scrivendo dell’arguzia di Steinberg è proprio che i suoi disegni si spiegano molto meglio da soli di quanto possano fare le parole”.
    Inoltre credo sia strategico da parte dell’artista lasciare libera interpretazione al fruitore sulle opere poiché così chiunque può dire la sua, ma senza sapere se ciò che pensa sia ‘giusto’ o ‘sbagliato’, però secondo me, così facendo, si tende ad attribuire troppi significati alle scene, semplici, che l’autore rappresenta, come poi accade nelle vignette sopra descritte.
    Per quanto riguarda le maschere invece credo sia una rappresentazione personale della visione che ha del mondo e io concordo con l’artista in quanto credo che chiunque indossi delle maschere, magari non tutti i giorni, ma capita a tutti di volersi nascondere dai giudizi altrui oppure cambiare la propria persona per essere più adatti alla situazione.

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  15. luca dellapasqua   15 Novembre 2021 at 22:27

    1. Trovo molto interessante il discorso che le opere appaiono molto chiare all’inizio ma più le si guardano più appaiono difficili da cogliere. La citazione penso favorisca il mio pensiero: non ha senso cercare di decodificare le sue opere cercando di trovare un significato “giusto” perché egli stesso dice di “voler ricordare il disegno”, quindi cercando di dare un significato troppo dogmatico si va contro alle parole dello stesso autore. Dire che ogni ostentazione di moda è segnata dal ridicolo lo trovo inesatto: nell’opera che è nella pagina accanto, nessuno dei tipi è agghindato in modo particolare, tuttavia la satira nei loro confronti non manca affatto; trovo più giusto dire che nella sua opera Steinberg voglia parlare più che altro dell’esagerata ostentazione della moda e della ricchezza. Trovo inoltre che il fatto che Steinberg abbia ritratto le due donne sulla metro sia un altro fattore da tenere in considerazione: magari ha scelto quell’ambientazione proprio rifacendosi all’opera affianco, suggerendo così che nonostante le ostentazioni dei capi più stravaganti, in fin dei conti siamo tutti uguali. A mio avviso anche il concetto espresso da Gombrich corrobora la mia idea (anche se non so se la traduzione gli renda giustizia) in quanto quando le idee riguardanti il significato delle opere di Steinberg finiscono nero su bianco, sono soggette al confronto con le diverse interpretazioni che ogni persona da all’opera.

    2. Nella copertina del New Yorker del 29 Marzo 1976, Steinberg ritrae parti del mondo a lui conosciute (o così presumo) a causa nel suo nomadismo discusso precedentemente, ma le ritrae dal punto di vista del Newyorkese medio, ovvero colui che pensa a New York come la capitale del mondo, oltre la quale non c’è vita. Io trovo questa interpretazione un po’ troppo rigida, poiché essendo il New Yorker una rivista dal costo così basso, è molto probabile che fosse letta da centinaia di migliaia di persone che si sarebbero potute sentite prese in giro. Io personalmente trovo che questa lettura sia molto interessante, ma essendo il New Yorker una rivista che fondamentalmente punta a vendere delle copie, è possibile che i redattori vi abbiano visto qualcosa di diverso, o non avrebbero permesso ad una presa in giro così plateale di essere pubblicata; anche perché come dice nelle righe seguenti è stata proprio la rivista ad essere uno dei contribuenti alla fama di Steinberg non viceversa. Chiaramente la mia idea potrebbe essere totalmente diversa da quella dell’autore mentre disegnava la copertina, ma trovo che il fatto che egli non abbia mai dato una lettura ufficiale non solo la renda altrettanto valida, ma anche che fosse proprio un mezzo per creare diverse letture e creare confusione ogni volta che le sue opere fossero discusse da persone con visioni diverse.

    3. Trovo che il discorso delle maschere di Steinberg sia una lettura ineccepibile (se si può dire di una lettura di questo artista) e sono completamente d’accordo. Il disegnare la maschera delle persone che ci troviamo accanto penso sia un modo ottimo di inquadrare le persone, questo perché, a mio avviso, quando una persona la conosciamo bene o quando stringiamo un legame importante la maschera cade da sola, mentre quando abbiamo a che fare con una persona solo per obblighi sociali possiamo tranquillamente solo far caso a come vogliono apparire senza aver bisogno di interessarci più di tanto delle loro personalità.

    4. Personalmente penso che uno “stile Steinberg” sia ben definibile, ma non nel senso letterale della parola: finché ci riferiamo solo ed esclusivamente al tratto, Steinberg porta poco di nuovo in tavola, penso infatti che se avessi visto i suoi disegni sul giornale senza conoscere l’artista avrei fatto molta fatica a distinguerli, tuttavia credo che il suo stile stia proprio in questo: il suo tratto è poco personale, ma l’unione del suo tratto così equivocabile ad un pensiero così intricato dietro ad esso credo sia ciò che lo rende unico e se stesso. Detto ciò, non sono assolutamente un critico d’arte, ne tantomeno sono abbastanza istruito sull’artista e sulle sue opere da notare effettivamente una particolare unicità nei suoi tratti, ma penso che probabilmente con più conoscenza su questo argomento si possa essere in grado di notare differenze sostanziali da altri vignettisti a livello stilistico.

    La lettura di questo testo è stata molto stimolante e mi ha non solo fatto conoscere un artista “nuovo”, ma mi ha portato anche a fare dele ricerche che sicuramente non avrei mai fatto altrimenti.
    Spero che nonostante la mia opinione sia diversa dalla sua trovi questo commento interessante.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   16 Novembre 2021 at 00:05

      Eccellente intervento. Ovviamente non siamo d’accordo su tutto, ma hai espresso la tua interpretazione in modo chiaro, articolato con un tono critico ben calibrato.
      Mi permetto di farti osservare che per quanto riguarda la copertina del New Yorker, devi considerare che la rivista circola non solo a New York, ma viene venduta in tutte le grandi città americane. Steinberg propone una raffinata e divertente parodia visiva del newyorkese medio. Non credo che sia stata interpretata dai redattori troppo diversamente da come l’ho messa giù io. In definitiva con una ironia molto arguta, l’artista fa emergere sia la comica presunzione degli abitanti della città di essere la parte più civile e strutturata di un mondo senza di essa devitalizzato, e al tempo stesso li gratifica suggerendo la loro diversità radicale rispetto a tutto il resto. Non credo proprio che questo messaggio dalla doppia valenza preoccupasse i newyorkesi e di conseguenza i redattori della rivista. Quel numero ebbe un grande successo. Quella copertina è ora in uno dei più importanti musei della città.

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  16. Diego Cavalier   16 Novembre 2021 at 00:16

    La grande capacità di Saul Steinberg è stata quella di riuscire a trasmettere un’idea ricorrendo a forme semplici, addirittura escludendo i colori. Le sue linee erano puro pensiero e, come ogni pensiero, assolutamente soggettive e originali. Originale era anche come si rapportava all’arte, infatti mi ha colpito particolarmente la sua citazione “Sono una mano che disegna e basta”. Negli ultimi decenni l’immaginario visivo ha continuato ad arricchirsi, ad accumularsi, preferendo immagini ricchissime, piene rispetto ad immagini essenziali, con il risultato che spesso tutto questo accumulo di immagini non ci trasmette niente, nessuna emozione, se non un’ansia e un desiderio di ulteriore accumulo. Diventiamo dipendenti della ricerca, sperando che la prossima immagine sarà sempre più bella e significativa. Eppure basta alle volte molto meno per comunicare con un’immagine: questo è quello che secondo Saul Steinberg voleva trasmetterci.

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  17. Melisa Sarajlic   16 Novembre 2021 at 09:02

    Saul Steinberg porta l’attenzione sulla quotidianità, spesso in modo quasi caricaturale, come nel caso delle signore impellicciate o delle donne in metropolitana.
    Vuole porre maggiore attenzione su dettagli di essa ai quali solitamente non faremmo attenzione perché contornati da molte altre distrazioni. Questo è evidente nelle sue vignette in quanto libera del superfluo, per indirizzare verso specifici ragionamenti, permettendo comunque al fruitore di effettuare un’analisi e attribuire significati personali ad esse. Utilizza questa essenzialità, perché altrimenti si limiterebbe a rappresentare la realtà nella sua totalità, senza permetterci di focalizzarci su ciò che è in realtà il suo pensiero. Un pensiero che diventa segno.
    Credo che si racchiuda in questo la sua idea, il suo stile, dettato da una volontà di smuovere le menti, possibile grazie ai suoi tratti chiari e semplici, facilmente comprensibili ai più. Le sue illustrazioni suscitano in noi emozioni che ci portano inconsciamente ad attivare dei pensieri, spingendoci a prendere posizione riguardo a temi apparentemente semplicistici che racchiudono in realtà un significato ben più profondo.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   17 Novembre 2021 at 08:14

      Io sintetizzerei il modo di progettare dell’artista con questa formula (che completa quella che hai proposto): pensieri che diventano segni; segni dai quali discendono concetti.

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