Doriano Fasoli racconta De André al Liri Music Expo

Presentata la nuova edizione del libro "Fabrizio De André. Passaggi di tempo", di Doriano Fasoli, in apertura della prima edizione del "Liri Music Expo", manifestazione culturale a tema musicale tenutasi ad Isola del Liri dal 22 al 25 Settembre

FROSINONE- «Non vedo nessun “percorso” dagli anni della contestazione sessantottina ad oggi, altrimenti oggi saremmo dovuti essere qui in quattrocento». Così lo scorso 22 Settembre si è espresso, senza girarci troppo intorno, il giornalista Doriano Fasoli davanti al microfono di Diego Protani, durante la presentazione del suo libro Fabrizio De André. Passaggi di tempo, riedito quest’anno da Alpes Italia dopo altre 5 edizioni tra il 1989 e il 2003 e il “Premio Lunezia ’97”.

L’incontro aperto al pubblico, svoltosi presso l’auditorium New Orleans di Isola del Liri, ha costituito il momento di apertura del Liri Music Expo, evento culturale alla sua prima edizione, patrocinato dal Comune della stessa città e fortemente voluto dall’assessore alla cultura Lucio Marziale, presente fra gli ospiti.

Copertina della più recente edizione del libro "Passaggi di tempo" di Doriano Fasoli
Copertina dell’ultima edizione del libro di Doriano Fasoli

Quattro giornate a tema musicale in cui una kermesse di concerti di qualità si è accompagnata a laboratori, conferenze e presentazioni di libri, con l’obiettivo strategico di creare un network tra musicisti italiani e stranieri che funga da arricchimento del loro bagaglio artistico e da chance per un’evoluzione della loro carriera. Al tempo stesso, la componente laboratoriale presente nell’evento è stata pensata per contribuire a un’ulteriore sviluppo del centro ciociaro, definito “città della musica” in virtù del gemellaggio che la lega a New Orleans dal 1997. È stato infatti un concerto, quello del cantautore Pino Marino, a concludere già la prima giornata di cui ci limitiamo a raccontarvi la fase pomeridiana.

Nonostante l’epoca di pseudo-rilancio culturale in cui viviamo sia ossessionata dalle celebrazioni, che si nutrono della spasmodica ricerca di date e ricorrenze da trasformare in esperienze di consumo in cui concupire epidermicamente più che contemplare l’arte, non si era scelta un’occasione particolare per discutere pubblicamente sul tormentato cantautore dall’ “occhio alla zuava”, il quale per temperamento ha sempre patito il “male oscuro” dell’impatto con il pubblico, cercando ove possibile di mantenersi avulso dagli aspetti divistici  che solitamente caratterizzano il mestiere del cantante.

Sono noti gli episodi in cui scrittori e giornalisti che lo conobbero, come la conterranea Fernanda Pivano, si videro costretti ad escogitare veri e propri espedienti per riuscire a intervistarlo. Non fa eccezione l’esperienza di Fasoli, scrittore, critico, giornalista e sceneggiatore la cui penna coltissima milita da decenni nelle pagine culturali delle maggiori testate nazionali fra cui Il Manifesto, e forse neppure la nostra, visto che dopo tutto una ricorrenza l’avevamo trovata ugualmente, con buona pace del buon De André: il ventennale dall’uscita di Anime salve (1996), disco “in direzione ostinata e contraria”, caduto come un macigno in un mondo ormai proiettato verso un livellamento culturale da cui si sarebbe fatto sempre più fatica ad uscire, sino a giungere ai giorni nostri in cui, a detta dello stesso Fasoli, a dominare la scena è una carenza di senso e di contenuti su cui si aggirano le ombre di vari finti contestatori armati di una meschina pretesa di acculturazione dagli inevitabili esiti autoreferenziali.

La testimonianza del giornalista ha gettato uno sguardo inedito sul lato intimo del cantautore e con esso su una tappa imprescindibile della storia musicale italiana del Novecento. Puntellandosi sulle accurate domande di Protani, Fasoli ha ripercorso le tappe fondamentali del percorso umano e artistico di De André, precisando come la passione adolescenziale per la sua musica e poi il lavoro documentale con analisi critica su di essa sia culminato, nel 1984, nell’incontro personale con il cantautore. Significativo è il fatto che la data coincida con l’uscita di Crêuza de mä, disco-spartiacque di tutta la produzione, inciso in genovese e considerato come pietra miliare della musica etnica, in relazione al quale lo stesso autore disse: «… Ho usato la lingua del mare, un esperanto dove le parole hanno il ritmo della voga, del marinaio che tira le reti e spinge sui remi. Mi piacerebbe che Crêuza fosse il veicolo per far penetrare agli occhi dei genovesi (e non solo nei loro) suoni etnici che appartengono alla loro cultura».

Dopo un primo capitolo introduttivo contenente la lunga intervista rilasciata in esclusiva a Doriano Fasoli e una raccolta di testimonianze delle persone più vicine al cantante (che vanno dalla moglie Dori Ghezzi all’amico Paolo Villaggio, fino a Renzo Piano), i “passaggi di tempo”, scanditi nel libro secondo un’evoluzione cronologica, presentano i testi ragionati dell’opera completa di De André,  dai primi 45 giri, usciti a partire dal 1958 e dipendenti dai ritmi delle antiche ballate, ai grandi album studio della maturità, come i già citati Crêuza de mä e Anime salve.

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Doriano Fasoli con Diego Protani a destra e l’Assessore alla cultura Lucio Marziale

«Era fatale che non arrivasse al Duemila, tanto era carico di un bagaglio ottocentesco, come Carmelo Bene», ha affermato Fasoli sull’artista genovese, adducendo un paragone più che circostanziato tra due figure indubbiamente diverse, ma accomunate dalla fondamentale importanza rivestita per entrambi dalla voce. Nel caso del grande attore di prosa drammatica (benché egli rifuggisse tale definizione) essa sfociò infatti nel gravoso concetto di phonè e nelle tecniche dell’assenza, mentre in quello di De André si è espressa nella profonda potenza evocativa di un canto “sciamanico” capace di fungere da collante tra sonorità largamente distanti, specie negli ultimi album in cui viene abbandonata l’essenzialità musicale dell’accompagnamento quasi esclusivo della chitarra acustica.

La forza narrativa dei testi, molti dei quali di chiara influenza letteraria e musicale francese (Villon, Brassens), oltre che di autori italiani come Cecco Angiolieri, ha indagato praticamente tutte le tematiche possibili, non ultime quella amorosa e quella religiosa, benché nel caso de La Buona Novella (1970) sia più opportuno parlare di una più ampia “religiosità”.

Il cantastorie degli ultimi, degli emarginati e dei diversi, animato da un afflato libertario che si nutriva di rabbia e malinconia, sino ad evidenziarsi in atteggiamenti e scelte di look come la scriminatura dei capelli portata su un lato, da lui considerata un segno di solidarietà nei confronti degli omosessuali. Questo modo di pensare, oltre al lascito artistico, è probabilmente la principale eredità che ci dona Fabrizio De André dalla peculiare prospettiva di un anarchismo ateo che fu motivo di non pochi fastidi nella sua vita. Tale pensiero critico sul tema dei rapporti di forza che regolano la società emerge distintamente anche nell’album appena citato, in cui, per ammissione dello stesso De André durante una delle ultime esibizioni live, i personaggi biblici sono spogliati dalla componente sacrale per essere tratteggiati secondo un’umanizzazione più complessa: «…Il potere vestito d’umana sembianza ormai ti considera morto abbastanza», si dice del Redentore in Via della Croce. Icastiche sono anche le parole, improbabili per un vangelo canonico, pronunciate da Maria sotto la croce in Tre Madri: «Non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio».

Spunti di pregnante attualità possono essere rintracciati inoltre nei versi di Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, dai quali sembrerebbe che dal Medioevo che fa da sfondo alla ballata non sia trascorso così tanto tempo, dato il grande scontro tra Oriente e Occidente, mascherato da scontro di civiltà, a cui assistiamo nostro malgrado: «Il sangue del Principe del Moro arrossano il sangue d’identico color».

Le riflessioni sul potere non possono trascurare di affrontare poi quelle di stampo foucaultiano sul carcere e sulle strutture di controllo in generale, nei confronti delle quali il cantautore genovese, che pure provò sulla sua pelle l’esperienza della cattività durante il periodo di rapimento ad opera dell’anonima sarda negli anni ’80, fu sempre contrario.

Per tutta la durata dell’evento è stato inoltre possibile visitare, negli spazi che attualmente ospitano il Teatro Comunale, la pregevole mostra documentaria dedicata al passato industriale di Isola del Liri, rappresentato, sino al termine della Seconda Guerra Mondiale, dalla fiorente attività di lanifici, feltrifici, cartiere, fonderie, falegnamerie e tipografie.

Auspichiamo dunque che iniziative come Liri Music Expo riscuotano nel tempo sempre maggior successo, incrementando al contempo quella rinascita che da lungo tempo ci si aspetta per il frusinate ma per la cui realizzazione la strada sembra ancora in salita.

Mostra Liri Music Expo

Stefano Maria Pantano

Et unum facere et aliud non omittere! Ricordo con affetto queste parole, che uno dei miei più cari maestri di prima gioventù amava ripetermi. Non sempre però riesco a mettere in pratica il prezioso precetto dei padri latini, essendo io alla perenne ricerca di un equilibrio e di una pace mai trovata. Mi dibatto tra vari interessi che vanno dallo studio al teatro (visto e recitato), dallo sport alla scrittura cercando la mia stella. Fisicamente a metà fra l’atleta e il topo da biblioteca, ma sempre più tendente verso il secondo, la mia eterna preoccupazione è che quello che faccio sia fatto degnamente, secondo un’espressione orientale che mi sta molto a cuore: kung fu (“lavoro molto duro praticato con abilità e sacrificio”).
Stefano Maria Pantano

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