La bicicletta verde

La bicicletta verde

Dovrei trovarmi di fronte a questo foglio elettronico ancora pressoché bianco per parlare di cinema attraverso l’analisi emotiva e – per quanto mi è possibile – tecnica di un film; potrei parlare, per esempio, de La bicicletta verde (di Haifaa Al-Mansour), importante film arabo girato da una donna e ambientato nella periferia di Ryiahd che mi è capitato di vedere al posto de Il sospetto (spettacolo già iniziato, devo rimediare).

Presentato così, non dice nulla ma se consideriamo il fatto che in Arabia Saudita alle donne non sarebbe permesso di fare un film e che lì nemmeno esistono le sale cinematografiche, già si può intravedere un chiaro segno della portata culturale di questa pellicola. Inoltre, le scene dipingono un donna araba diversa, divisa tra il rispetto dei dogmi culturali e religiosi (nel film le donne non possono nemmeno rischiare di entrare nel probabile campo visivo degli uomini se non indossano il velo, per esempio) e i piccoli angoli di ribellione quotidiana: adolescenti che si nascondono per mettere lo smalto sulle unghie, mogli che di nascosto dai loro mariti si scambiano conversazioni telefoniche, la protagonista che ascolta musica rock nella sua stanza e che indossa scarpe firmate ai piedi.

Tutto ciò è svelato – è proprio il caso di scriverlo – in maniera molto dolce e leggera, tanto che il simbolo di libertà e diritto è una semplice bicicletta verde che la protagonista (una bimba di nome Wadjda) cerca di acquistare con i risparmi derivati dalla vendita dei braccialetti che produce a mano e dai soldi che potrebbe ottenere vincendo una gara di recitazione del Corano. Con questa bicicletta, vuole dimostrare all’amichetto maschio di essere più abile di lui (il mondo fanciullesco rinchiude i cambiamenti culturali nella sua testa ma cosa potrà succedere quando tante piccole Wadjda s’affacceranno alla vita adulta con l’emancipazione tra le dita?).

Non voglio soffermarmi troppo sulla trama e il motivo è presto spiegato: la ragion d’essere di questo film è esattamente il suo esistere. Attenzione però: questo non venga considerato né un pregio né un difetto, tanto meno un elogio o una critica ma semplicemente un dato di fatto. E’ come la gara di uno sciatore africano in coppa del mondo, la partecipazione al mondiale di calcio della nazionale cingalese o Barbara D’Urso che elabora un concetto intelligente. Un evento in sé e per sé insomma e non oso spendere righe in più soprattutto perché la questione della condizione femminile nel mondo arabo è troppa cosa sia per poche migliaia di battute che per il punto di vista di un essere umano maschile medio assolutamente non incline al concetto di religione e a tutto ciò che ne consegue e che lo riguarda.

Ciò che posso aggiungere a titolo assolutamente personale, è che l’importanza del tema trattato da Haifaa Al-Mansour oscura forse un po’ la regia nascondendola tra le pieghe della vicenda oppure volutamente è stato dato al linguaggio cinematografico il semplice compito di documentare. Onestamente, dovrei vedere La bicicletta verde una seconda volta per essere più oggettivo.

E così, qui mi fermo.

Marco Leoni

Bergamsco di sangue e granadino per definizione. Di natura, indole e formazione bolognese ma con quartier generale nella Brianza periferica in attesa di accedere allo status di milanoide (ops! milanese) in seguito all’accorpamento delle province. Aspirante tecnico di professione, videomaker occasionale con un’infatuazione perenne per le parole ma innamorato perdutamente delle immagini. Sposo della fresca, frizzante e irriverente comunicazione, esplicitamente ammiccante verso il nonsense con una passione smisurata per il cinismo. Appassionato di cinema, musica, letteratura, fotografia, politica e della polemica cerca aderenze con sé stesso. Astenersi perditempo.
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