Breve indagine sulla creatività


La maggioranza delle persone che vivono di moda sono pronti a scommettere sull’importanza strategica della creatività per il loro futuro. Ma siamo sicuri di sapere cosa intendiamo dire quando usiamo questa parola?

creatività
Alessandro Michele per Gucci

 

1.

Attualmente, in quanto a diffusione e fiducia, poche parole possono reggere il confronto con il termine “creatività”. Praticamente tutte le aziende evolute scommettono sulla nebulosa di significati messi in moto dagli usi più disparati di questa parola. Creativo è soprattutto l’artista, il designer, lo stilista che in modo compulsivo è costretto a rincorrere nuovi modelli, nuove forme, nuovi oggetti.

Ma creativa è anche la finanza, con qualche problema mi pare di capire: qualcuno potrebbe sostenere con giuste ragioni che banchieri e broker, approfittando della deregulation si sono distinti soprattutto per la distruzione dell’economia reale. Comunque, visto che l’abbiamo evocata, creativa è l’economia, lo è ovviamente anche la tecnologia, da sempre proiettata verso l’innovazione. Di conseguenza, creativo è l’imprenditore. Creativo deve essere il manager, specialmente se lavora nella moda.

Solo un esempio, per ora: Alessandro Michele e Demna Gvasalia hanno cambiato i mondi di stile Gucci e Balenciaga, cancellando brutalmente il lavoro di Frida Giannini e Alexander Wang, considerati fino a pochi mesi prima del loro licenziamento, stilisti influenti e di successo. La loro distruzione creatrice ha convinto tutti gli addetti ai lavori, con una immediatezza stupefacente. Ora, mi chiedo, il soggetto manageriale che li ha scelti, non ha dato prova di essere creativo quanto lo stilista? Che cosa li unisce? Ci sembra di avere buone ragioni per poter sostenere che, il tratto che connette competenze apparentemente distanti, sia la capacità di generare nuove idee, nuove visioni della moda, in un momento in cui il Brand aveva esaurito la sua presa sul mercato.

Insomma, la parola creatività sembra essere a disposizione di tutti e avere il potere di farci sentire contemporanei, sembra la chiave di volta del successo, sembra la soluzione dei nostri problemi.

La creatività è un mito e un culto della post-modernità (da qualche anno non si celebra persino il festival della creatività?) che merita di essere indagato.

Intendiamoci, non intendo negare il fatto che vi siano un gruppo ristretto di persone capaci di sfornare idee fresche e brillanti, apparentemente senza nessun sforzo. Per questi soggetti la parola “creativi” sembrerebbe appropriata. Ma da cosa dipende la loro specificità? Da una diversa impostazione mentale? Oppure è un banale atteggiamento imposto dai vantaggi che discendono dalla mitizzazione della parola? Non c’è dubbio: apparire creativi paga e ci illude di essere sulla strada giusta. Ecco perché nelle conversazioni moda le sue occorrenze sono a dir poco esorbitanti.

Il nostro obiettivo è strapparla dalla paludosità creata da un evidente abuso linguistico, spesso fatto in buona fede, abuso che l’ha trasformata in una parola-feticcio, per delineare quei limiti che ci consentiranno di pensarla, nelle sedi opportune, alla stregua di un concetto operativo, senza toglierci il piacere di vivere l’emozionante immaginario al quale ci apre quando l’usiamo con più leggerezza.

Creatività
Demna Gvasalia per Balenciaga

2.

Creatività è il sostantivo del verbo creare. La sua genealogia è molto interessante. Sembrerebbe attendibile che il latino “creare” derivi dal sanscrito Kar e che quindi abbia somiglianza di famiglia con termini come kar-tr traducibile con “colui che fa”. La stessa radice la troviamo nel greco Kaino, “produco” e Kreion, “colui che fa”. Inoltre, anche la parola “crescere” ne porta traccia, probabilmente per marcare il processo che porta qualcuno o qualcosa a formarsi.

Il quadro concettuale è dunque abbastanza chiaro: si usava creatività per afferrare con il linguaggio qualcuno o qualcosa che si va formando. Creare evocava una crescita e soprattutto un fare generativo.

Creare nella cultura greca apparteneva all’attività della metis, la mente o l’intelligenza attiva, pragmatica, dell’uomo pratico che crea soluzioni; contrapposta al nous, la mente che può contemplare l’essenza delle cose.

Ulisse, personaggio mitico che incarna le astuzie della metis, coglie il kairos (il tempo opportuno) delle situazioni ed è creativo nel senso del saperci fare con i problemi della vita.

Secondo Aristotele, il poeta crea in un senso profondamente diverso, e in questo caso usa un’altra parola, poiesis, atto creativo originario, che Platone immaginava essere di ispirazione divina e per certi versi irrazionale.

La natura divina della creatività diviene quasi un dogma nella cultura cristiana. E’ Dio che crea le cose. Gli uomini possono essere solo degli umili artigiani. Leonardo, Michelangelo, Raffaello non si sarebbero mai definiti dei creativi bensì degli abili pittori, scultori, inventori capaci di interpretare in modo magistrale le tecniche del proprio mestiere.

Con il romanticismo qualcosa della divinità torna ad umanizzarsi attraverso la teoria del genio e dell’intuizione estetica. Secondo questa visione è a livello degli affetti e dei sentimenti dell’artista che si nasconde il segreto della creatività, la cui emersione avviene solo nel corso di una furibonda lotta contro la Ragione.

Ma, con il successo della società industriale, la creatività torna a sdoppiarsi. Da un lato si interiorizza sempre più nelle passioni del soggetto, che comincia ad essere definito “creativo” (per esempio: verso la fine del XIX sec., sull’atto di fondazione della Chambra Syndacal de la Mode, i couturier francesi si definiranno creatori di mode per differenziarsi dai sarti semplici artigiani), dall’altro lato emergono in modo prepotente programmi di ricerca che ribaltano le visioni romantiche: la creatività come fenomeno reclamerebbe una spiegazione scientifica e quindi non dipenderebbe più dagli affetti bensì dalla razionalità. A partire dai primi decenni del novecento le teorie della Gestalt, prima; l’ondata cognitivista, poi e le neuroscienze, oggi, produrranno una contrapposizione netta con i cultori post-romantici del primato degli affetti, sempre più irritati dallo sconfinamento della scienza hard su un terreno nel quale il troppo sapere comprometterebbe la libera espressività dei creativi. Anche la psicoanalisi, pur mantenendosi con i concetti di inconscio e di pulsione, sul terreno delle passioni del soggetto, per via della ferma intenzione del suo fondatore di fissare le categorie di analisi all’interno di cornici razionali, configurerà teorie sulla creatività basate su categorie tratte dalla clinica, che avranno un largo seguito e faranno accanitamente discutere filosofi e scienziati: la creatività avrebbe a che fare con i processi primari, rimossi a scopo difensivo dalla coscienza del soggetti. La creatività dunque avrebbe la valenza di un sintomo e i creativi sarebbero tutti un po’ perversi.

Per quanto riguarda la cultura aziendale, a partire dagli anni quaranta del novecento, si registra la rapida diffusione di una attenzione crescente per il pensiero creativo. Per esempio, la tecnica del brain-storming, che proprio in quell’anni comincia ad espandersi, ci suggerisce che la ricerca di metodologie per stimolare la circolazione di nuove idee o soluzioni di problemi cominciava ad essere percepita come un pratica creativa collettiva, sempre più rilevante. Si può tranquillamente aggiungere che da quei giorni, non si contano i tentativi di inquadrare la creatività all’interno di concetti e metodi utili per sburocratizzare le mentalità dei manager. Solo per citare alcuni: Mappe mentali di Buzan (1991); i “sei cappelli per pensare” e gli esercizi per stimolare il pensiero laterale, proposti da De Bono (1970); le tecniche di previsione di scenari futuri (futuring o visioning); le teorie Inventive Problem Solving.

Ma è il successo dell’arte delle avanguardie storiche, soprattutto per merito di personaggi come Man Ray e Duchamp, a far decollare presso l’opinione pubblica l’idea di un primato del colpo creativo sul canone artistico. Liberarsi della maestria tecnica, dei codici estetici consolidati, dei valori tradizionali, sperimentare, farla finita con il buon gusto, con la bellezza soporifera, divenne pratica comune tra la maggioranza degli artisti. In dosi diverse, una visione di questo negativo della creatività, debordò velocemente dai confini dell’arte, invadendo territori limitrofi: design, moda, architettura, musica; creando gli stimoli per cambiamenti di stile sempre più radicali.

creatività
Look di Prada

3.

La creatività è dunque divenuto nel corso del novecento un argomento di grande interesse dal momento che tutti o quasi, concordano nel ritenerlo fondamentale per il futuro del nostro benessere.

Dobbiamo altresì aggiungere che solo recentemente la parola creatività ha assunto un posizionamento strategico nei discorsi socialmente rilevanti.

Probabilmente è tra la fine degli anni cinquanta e i sessanta del novecento che la parola comincia a diventare una sorta di feticcio culturale da spalmare su tutto ciò che odora di novità, innovazione, mutamento.

Da quei giorni, il vocabolo allarga sempre di più la sua sfera di influenza, perdendo velocemente le cornici semantiche che lo stabilizzavano, caricandosi di significati via via sempre più difficili da ridurre in una semplice definizione.

In un libro apparso di recente, Stefano Bartezzaghi, dimostra quanto allusivo sia il senso che attribuiamo a questo vocabolo. E’ come se proferendolo ci sentissimo rassicurati, gratificati, attratti dai significati ineffabili che con l’uso disinvolto del termine, direzioniamo verso processi, oggetti, persone.

Il carattere enigmatico che attraversa i discorsi nei quali la creatività fa la parte del leone (non sappiamo definirla), stranamente diviene il suo punto di forza; l’inconsistenza, l’imprecisione invece che dubbi produce fascino.

In, “Il falò delle novità” (Utet), l’autore si diverte a far emergere i nonsensi, le contraddizioni, l’arbitrarietà di circa 200 tentativi di definizione della creatività raccolti attraverso Twitter.

Bartezzaghi sottovaluta il fatto che forse non è soltanto l’uso disinvolto della parola creatività a generare aporie ma è anche il tentativo di comprimerla in una sorta di definizione a trasformarla in un concetto dal senso mutante.

In altre parole, parte del problema nasce proprio quando pensiamo che l’essenziale nei concetti sia la loro definizione rigida.

Quindi l’idea dell’autore di indagare su ciò che pensiamo sulla creatività attraverso twitter, avvero in poche frasi, è parte del problema. Non esiste qualcosa come l’essenza della creatività della quale fare definizione. Non possiamo fare ricerca su parole-narrazione a colpi di tweet. Punto.

Se prendiamo invece come punto di riferimento il mondo dei fatti ai quali le parole si riferiscono, allora, anche le molteplici significazioni della creatività possono avere una superficie di appoggio (per i pensieri) tale da farne uno strumento per agire nella realtà condivisa. Anche se non riusciamo a definirla in termini sintetici e lineari.

Comunque, penso abbia ragione l’autore, nel considerare l’abuso del concetto astratto “creatività” come un sintomo della sua mitizzazione. E, lo sappiamo tutti, un mito non ha bisogno della logica per funzionare. Gli occorre invece un sovrainvestimento simbolico e una passione particolare che potremmo definire credulità.

4.

Dopo la frettolosa e provvisoria narrazione di alcune fasi storiche che culminano nella diffusione endemica dei discorsi sulla creatività, ora vorrei proporvi un vertiginoso ritorno alle origini.

Le innumerevoli pratiche che qualifichiamo come “creative”, ci insegnano che non dobbiamo indagare il senso dei concetti solo riferendoci al campo astratto delle parole (consultando dizionari o enciclopedie). Esistono anche altri modi di indagine. Per esempio, la creatività è divenuta un oggetto di ricerca scientifica perché da tanto tempo sembra far parte dei meccanismi che ci fanno essere umani. La nostra abilità nel creare cose nuove e desiderabili non ha paragoni con quella di altre specie viventi (definirei questa affermazione “un fatto”).

Ma non siamo stati sempre dei grandi inventori (attenzione al piccolo salto: ho posto in correlazione la creatività con l’invenzione e/o innovazione, divenuta comune nella lingua inglese). Molti scienziati si sono chiesti quando ci è arrivata questa capacità generativa di nuove soluzioni, oggetti, forme e processi.

Ora, secondo i paleontologi, la linea di discendenza umana sarebbe emersa in Africa circa 6 milioni di anni or sono. I referti attualmente a nostra disposizione ci dicono che per 3,4 milioni di anni i primi lontanissimi esponenti della nostra famiglia non hanno lasciato segni visibili di innovazioni. Probabilmente si procuravano cibo e vegetali con le mani, usando per colpire, snidare o scavare, bastoni e stecchi, fatalmente disintegrati dalle ere geologiche. A un certo punto, quegli ominidi, cominciarono a scheggiare ciottoli con altri ciottoli per ottenere utensili da taglio. Non offendetevi se vi dico che occorre molta più ingegnosità per dotarsi di uno strumento da taglio partendo da ciottoli, di quella che ostentate ogni momento digitando sms insensati sul vostro cellulare. I nostri antenati continuarono a scheggiare pietre levigate dall’acqua per 1,6 milioni di anni. Pochissimi squilli di creatività, costellati da modeste variazioni, in un mondo umano caratterizzato da ripetizioni e soluzioni stereotipate.

Ma allora quando la creatività è divenuta un fuoco capace di incidere sui ritmi di cambiamento della nostra specie?

A tal riguardo, fin verso la fine del novecento, gli studiosi più accreditati focalizzavano il Paleolitico superiore (40 000 anni fa) e in particolare l’Europa di allora, come il territorio nel quale si assiste ad un improvviso balzo delle capacità cognitive umane. Le narrazioni scientifiche ci presentavano lo stupore dei ricercatori posti di fronte alle meravigliose invenzioni di Homo sapiens: collane di perle ricavate da conchiglie, grotte affrescate con rappresentazioni di animali, nuovi strumenti di pietra e di osso. Alcuni ricercatori avanzarono la congettura che il big bang creativo fosse causato da una improvvisa mutazione genetica casuale.

Tra la fine del novecento e il nuovo millennio però, nuovi dati, hanno messo in discussione la teoria della mutazione. In breve, nuovi referti databili a circa 200 000 anni fa, suggeriscono la presenza della creatività umana, molto prima cioè della comparsa di Homo sapiens.

Heather Pringle, sulle pagine della prestigiosa rivista “Le Scienze”, commenta con queste parole, l’ennesima svolta dell’affascinate indagine sulle origini della creatività: “I dati disponibili fino ad oggi sembrano indicare che le nostre capacità innovative non sono emerse di colpo, già pienamente formate, nelle ultime fasi della nostra storia evolutiva, ma si sono rafforzate pian piano nel corso di centinaia di migliaia di anni, sotto la spinta di una complessa miscela di fattori biologici e sociali”.

Se non ci concentriamo solo sull’emersione di simboli, indubbiamente straordinari indicatori della mente umana moderna dal momento che testimoniano la presenza di linguaggi, pensate alle spettacolari icone animalesche di Lascaux, ma ci soffermiamo su altri tipi di comportamento moderno e dei suoi antecedenti – dice Heather Pringle – possiamo azzardare congetture molto interessanti.

Come esempio l’autrice cita il lavoro dell’archeologa Lyn Wadley: in una grotta di Sibudu (Sudafrica) il suo team scoprì uno strato di strano materiale, bianco e fibroso. Si trattava di un giaciglio fatto di foglie di una sola pianta legnosa, la Cryptocarya Woodii, un albero che contiene tracce di insetticidi e larvicidi naturali, efficaci contro le zanzare che oggi veicolano malattie mortali. Provate a pensarci, per umani che 70 000 anni fa vivevano vicino ad un fiume, un letto fatto di materiale che li proteggeva dagli insetti non era certo una cattiva idea.

Altre nuove scoperte portano le tracce dell’ingegnosità tecnica (e quindi della creatività) ancora più lontano. Il gruppo di ricercatori del prof. Paul Peter Antony Mazza, dell’università di Firenze, ha scoperto in un sito dell’Italia settentrionale, che i Neanderthal circa 200 000 anni or sono, inventarono una colla a base di corteccia di betulla, con cui fissavano schegge litiche a impugnature di legno.

L’Homo heidelbergensis, l’ultimo antenato comune ai Neanderlthal e a Homo sapiens, fabbricava 500 000 anni fa punte di lancia letali.

Se dalle scintille creative passiamo al problema della complessità dell’invenzione, emerge una correlazione tra la documentazione archeologica e l’evoluzione del cervello. Più sostanza grigia nella calotta cranica più articolati e vari risultano i colpi di creatività.

I nostri parenti Australopitechi si stima avessero una capacità cranica di 450 cm cubi (più o meno quella di uno scimpanzé oggi), Homo erectus, 1,6 milioni di anni fa, aveva il doppio di materia grigia. Homo sapiens raggiungeva i 1330 cm cubi, quasi quanto noi.

Appellandosi alle neuroscienze, e in particolare agli studi di Liane Gabora, l’autrice citata conclude: “Individuare con precisione il modo in cui un cervello più grande e riorganizzato abbia spronato la creatività è tutt’altro che facile. Ma Gabora ritiene che lo studio delle persone creative di oggi ci dia un indizio essenziale. Il pregio di queste persone, spiega, è avere la testa tra le nuvole. Quando affrontano un problema, lasciano vagare la mente, in modo che pensieri o ricordi ne evochino spontaneamente altri. Queste libere associazioni facilitano lo stabilirsi di analogie e producono pensieri originali e innovativi. Poi quando arrivano a una vaga idea che potrebbe portare ad una soluzione, questi individui passano a una modalità di pensiero più analitica. Si concentrano solo sugli aspetti più rilevanti, dice la Gabora, e cominciano a elaborare l’idea per renderla praticabile”.

Ma la massa di sostanza grigia e i collegamenti più complessi tra i neuroni di Homo sapiens non sono gli unici fattori decisivi.

I vertici creativi della nostra specie dipenderebbero anche dal maggior numero di individui che formano un gruppo di umani. Più numerosi sono i membri di una collettività maggiori sono i contatti con altri gruppi vicini; aumentano le relazioni e di conseguenza si moltiplicano le probabilità di apprendere novità. In altre parole, la creatività non è solo questione di intelligenza, ma anche di ricchezza di rapporti. Secondo archeologi e antropologi, sembra provato che l’innovazione ha bisogno di vaste popolazioni in grado di contagiarsi l’una con l’altra.

Se pensiamo all’impatto e all’enfasi sulla creatività dei nostri giorni, le teorie che Heather Pringle ha documentato nel suo bel articolo, risultano convincenti. “Mai prima d’ora – scrive l’autrice – il passo dell’innovazione ha accelerato in modo così spettacolare, riempendo la nostra vita di nuove mode, nuova elettronica, nuove auto, nuova musica, nuova architettura”.

Che cosa possiamo imparare dalle divagazioni paleotologiche/archeologiche che vi ho brevemente illustrato? Mi piace l’idea di una creatività che misura la propria efficienza risolvendo problemi; considero importante separarla da quel momento di auto-espressività del soggetto che la rende troppo solitaria, incapace delle connessioni o dei contagi che permettono di migliorarne le prestazioni grazie ad un lavoro a più mani.

Probabilmente, come ho già scritto sopra, le persone geniali esistono veramente. Ma considero sbagliato immaginare che la creatività dipenda da una interiorità (anima) leibniziana, ovvero, per citare una metafora del grande filosofo, sia una stanza senza porte né finestre, dalla quale la maggioranza della gente sarebbe esclusa.

5.

Ma perché chi lavora nella moda è attratto da questa parola, tanto da farne l’ossatura semantica di gran parte della comunicazione di settore e addirittura una sorta di unità di misura delle competenze professionali più preziose?

E’ forse plausibile uno stilista non-creativo?

E’ sostenibile una azienda che eviti di proporsi sul mercato sotto l’egida della creatività? No! Non è plausibile e nemmeno sostenibile. Così la pensano la maggioranza delle marche della moda.

Quindi, è vero che l’indagine nei dintorni della parola che stiamo indagando ci fa scoprire il buco nero che la contraddistingue; cosa sia esattamente la creatività e come funzioni, in buona parte sfugge alla razionalità. Ma, è altrettanto vero che nonostante la vaghezza delle idee che i parlanti hanno su di essa, sembra divenuta un mito necessario al processo di modazione attuale. Perché? Molto banalmente, le condizioni di riproducibilità dell’economia della nostra forma di vita sono state per lungo tempo legate alle idee di innovazione, crescita e progresso. Nella moda, al posto dell’innovazione (non così frequente come si vorrebbe e per giunta costosa) è calata la novità. Il ritmo accelerato delle novità ha sdoganato presso un largo pubblico l’idea di una creatività diffusa, leggera e ineffabile, potenzialmente distribuibile a tutti e per tutti. Al tempo stesso ha mitizzato il concetto ancorandolo ai residui romantici della teoria del genio: creativo è chi possiede il dono del colpo spiazzante, contrario al buon senso ma ma di irresistibile contagio.

L’indagine sulla creatività ci porta ad interrogarci sul come funzionano le significazioni della moda. Possiamo innanzitutto notare che la moda mette in moto la macchina del senso attraverso la costruzione di antinomie o polarità preliminari del tipo: vecchio/nuovo; oggetto standard/oggetto originale; accadimento/evento.

La creatività sarebbe la capacitazione di un soggetto o di un team di saper agire in modo tale da passare dal polo di sinistra (disvalori) a quello di destra (valori).

In questa prospettiva la creatività è dunque efficace nel senso che trasforma le cose, direzionandole verso un-in-più di valore.

Ho usato il termine capacitazione per prendere le distanze dai dizionari che definiscono la creatività perlopiù attraverso l’alleanza con la parola “capacità” (di innovare).

Se usiamo il termine incoativo “capacità” in connessione con creatività spingiamo la mente ad immaginare la seconda come qualcosa che appartiene alle fasi iniziali di un processo. Insomma la creatività verrebbe prima dell’azione. La creatività sta all’inizio, dopo intervengono solo controlli, aggiustamenti, adeguamenti etc.

Quando invece parlo di creatività come capacitazione, voglio concentrami sull’azione in progress che induce la percezione di un cambiamento e non su presunte facoltà soggettive che la polarizzano su immagini professionali privilegiate (per esempio, è diffusissima l’idea che gli stilisti siano essenzialmente dei creativi mentre i manager darebbero solo degli organizzatori, mercificatori, volgarizzatori, etc.).

Infatti, perché non possiamo pensare che la creatività si trovi nel mezzo (di un processo)? Perché non dovrebbe arrivare alla fine?

Dobbiamo distinguere dunque tra essere (dei) creativi e imparare a diventare creativi (quando occorre). E’ una distinzione fondamentale per evitare di uccidere l’efficacia del concetto. Porre la creatività come una qualità o un talento di esclusiva proprietà dell’Essere, significa legittimare una casta di privilegiati ai quali spetterebbe la prima e l’ultima parola su di essa. Ma dal momento che la creatività non possiamo definirla, anche se Bartezzaghi sostiene risulti facile riconoscerla (ma a quali condizioni?), le pratiche che la sostengono possono facilmente debordare nell’auto-referenzialità: è creatività (solo) ciò che fa o dice un creativo (conclamato); da cui, applicando il principio di stupidità del prof. Cipolla, discende: è creativo solo quello che faccio io.

L’auto-referenzialità induce alcuni problemi seri:

  1. l’estasi del creativo come garanzia della cosa nuova
  2. la riluttanza o peggio l’impossibilità di accettare la creatività proveniente da altre competenze se si intromettono nella configurazione della cosa nuova
  3. la difficoltà di accettare modalità che ambirebbero a dare una misura alla creatività (parametrandola a dimensioni aziendali che i creativi auto referenziali di solito disprezzano).

6.

Molte marche della moda come espressione della cultura di massa sono tra le più accanite promotrici di una creatività diffusa, potenzialmente rivolta a tutti. In un certo senso, anche il consumatore deve essere creativo (se non comprende o non crede alla promessa di novità come può partecipare attivamente alla sua circolazione?).

Domanda: se togliamo alla creatività la sua autonomia e differenza (cioè se immaginiamo che sia qualcosa che appartiene anche al fruitore)  come può un atto creativo rispondere all’ingiunzione permanente del nuovo, del sorprendente?

Sono problemi che investono non solo lo stilista ma anche chi opera nella comunicazione.

A tal riguardo, vale la pena di notare che spesso l’aura della creatività è il risultato della messa in atto di un livello fondamentale della comunicazione della moda che chiamiamo evento.. Nella moda la trasformazione dell’azione-avvenimento in evento ha la funzione di far emergere la distintività di una sfilata, di una campagna pubblicitaria, di un prodotto (pensate al lancio di un profumo).

Scrive, esagerando un po’, Bartezzaghi: “Le merci non sono più cose da possedere per sanzionare il proprio status ma oggetti-evento che interferiscono con le traiettorie esistenziali dei loro consumatori, programmi di azione che vogliono migliorare la qualità della loro vita, promettendo di fornire nuove potenzialità comunicative, procurare benessere fisico, migliorare l’efficienza professionale…Non ci vengono venduti nuovi oggetti, ma nuovi modi. Sempre più, sempre meglio, a patto di accettare la logica della novità”.

La comunicazione/promozione delle mode cerca sempre un contatto con l’evenemenziale, dal momento che per essa il cambiamento è una necessità continua. I professionisti o costruttori di eventi si sentono dei creativi quanto gli stilisti. Anch’essi quindi sono attratti da un’idea di creatività auto-referenziale. Anch’essi tendono a riconoscere soprattutto ciò che fanno (o ciò che li eccita).

Come uscire dalle reti insidiose di una creatività auto-referenziale?

La soluzione praticata dalla maggioranza delle aziende, consiste nel separare la creatività come scintilla capace di attivare nuove traiettorie, dal concetto di creatività possibile.

Possiamo provvisoriamente accettare che la creatività scintilla sia l’onere o il privilegio di chi possiede una sorta di talento, di genio che funziona come l’interruttore della luce: o c’è o non c’è (i famosi e nevrastenici voleurs de feu di Rimbaud). A patto di corroborare il fuoco iniziale con modalità adattatrici.

La creatività possibile implica una visione diversa, caratterizzata da forme e caratteristiche mutanti, in costante trasformazione, dal momento che trascende dal mondo interiore dei creatori di scintille e si configura nel mondo delle cose fatte dall’uomo fuori dall’uomo ovvero diviene qualcosa di “oggettivo”, criticabile, migliorabile, adattabile.

Con estrema prudenza potremmo aggiungere che la creatività possibile è sempre in qualche modo misurabile. Ovviamente non sto postulando calcoli numerici o algoritmi complessi. Mi riferisco piuttosto ad un atteggiamento critico capace di valutare, di graduare, di cogliere le conseguenze indirette delle scelte che effettuiamo. Ancora, pensate all’abilità pratica centrata su stratagemmi, fondamentale per “regolare” processi fatalmente dinamici: se concepiamo la creatività come parte integrante di un processo e non come una “cosa” i significati della parola cambiano sostanzialmente.

La moda, oggi, ha a che fare con entrambi i modi della creatività che vi ho brevemente descritto. Ma nelle aziende più strutturate di solito è il secondo che classifica il primo pur conferendo a quest’ultimo l’onore pubblico di essere un mito. Si celebra lo stilista come un genio creativo a patto che accetti i limiti condivisi con altre menti (anch’esse impegnate, tra l’altro, ad agire creativamente su altre dimensioni del business).

creatività
Vivienne Westwood style

7.

Siamo dunque arrivati ad un punto fermo nella nostra indagine sulla creatività? Non è così semplice, purtroppo.

Mi chiedo: la creatività possibile, dunque in qualche modo misurabile, presuppone anche il fatto che si possa prevederla? Immaginiamo di dare una risposta affermativa. Ma a questo punto possiamo definirla ancora creatività? Insomma, ci troviamo di fronte al paradosso di una creatività che già c’è prima di essere scoperta o inventata.

D’altra parte la creatività impossibile, sembra dover implicare una sua sostanziale e problematica estraneità dai parametri aziendali.

Il paradosso si risolve se assumiamo il fatto che i contesti mutano e quindi cambiano i parametri di valutazione annichilendo ciò che poco prima avevamo etichettato con la parola novità.

Possiamo però aggiungere una ulteriore riflessione. Io credo che esista una interessante differenza tra la creatività impossibile e l’impossibile della creatività..

L’impossibile nella creatività potremmo considerarlo nelle fasi inaugurali di un cambiamento, una sorta di Giano Bifronte (il Dio romano protettore degli inizi e del mutamento); oppure un White/Black Swan estetico. Il cigno nero (e bianco) particolare di cui parlo, si ispira ai lavori di Nassim Nicholas Taleb, autore, a mio avviso, di uno dei libri più importanti apparsi negli ultimi anni. Cos’è un cigno nero? E’ un evento altamente improbabile caratterizzato da tre dimensioni fondamentali: primo, è isolato e imprevedibile; secondo, ha un impatto deflagrante; terzo, il nostro modo tipico di linearizzare i fatti storici, ci porta ad architettare giustificazioni a posteriori sulle ragioni della sua comparsa, per renderlo meno casuale di quanto non sia in realtà. Il cigno bianco è l’evento improbabile che ci premia ( pensate a una clamorosa, inspiegabile botta di culo).

La verità è che di solito ci accorgiamo dei cigni neri ( e bianchi) della creatività solo a posteriori.

Allora, se l’impossibile nella creatività ovvero ciò che fa di essa un evento che non possiamo prevedere, nella moda, per via della fortissima pressione degli appelli alle novità, diviene un evento sempre meno raro; e se il suo impatto può essere deflagrante (negativo, fatale per la vita di una azienda)… Cosa dobbiamo fare?

Trovo molto convincente l’innovativa risposta di Nassim Nicholas Taleb al quesito. Nel suo ultimo libro intitolato “Antifragile” (il Saggiatore) ci suggerisce di abbracciare la pratica dell’incertezza e di sbarazzarci di molte cose che abbiamo imparato, per coltivare le sterili certezze che ci rendono ciechi di fronte all’impossibile (che, lo abbiamo detto, spesso diviene il più probabile).

Se non possiamo prevedere con certezza gli esiti dell’impossibile nella creatività, non ci resta che lavorare per una creativitá Antifragile.

Di passaggio, vi ricordo che Taleb non affronta direttamente il tema della creatività, quindi dovete interpretare l’uso del suo punto di vista su fenomeni complessi, come una mia estensione del suo modo estremamente innovativo e creativo di affrontare eventi dominati dal caso.

In sintesi cosa ci dice l’autore? Il tentativo di calcolare l’evento raro, il cigno nero, di solito porta a fallimenti intellettuali disarmanti. Per esempio, se vogliamo gestire il rischio di una scelta creativa particolare dobbiamo per forza proiettarla nel futuro. Ma solo i ciarlatani o persone che si sentono particolarmente ispirati possono immaginare di misurare con certezza l’incidenza futura di un evento creativo. Perché nella moda si dia tanto risalto a questi discorsi ammantati da ciarlataneria non è affatto un mistero: in primo luogo la pressione a presentare “novità” è endemica; in secondo luogo, nelle faccende della moda siamo inclini ad essere dei creduloni, che per piacere o per passione, giocano a rimuovere ciò che l’esperienza e la storia ci ricorda.

Per contro, la fragilità si può rilevare, osservare e in qualche modo misurare (ovviamente possiamo sempre sbagliarci, ma secondo Taleb, si tratta di un errore non letale come può esserlo quello prodotto dalla nostra cecità nei confronti della nostra fallacia predittiva).

Per me, per esempio, Yamamoto è antifragile quando dice: “Non ho mai seguito le regole della moda. Ho sempre scelto strade alternative, strade che mi sono creato da solo. Volevo oppormi al sistema delle tendenze e proporre qualcosa di nuovo. Di solito quando tutti dicono che una cosa è bella, a me quella cosa non piace”.

Quando Steve Jobs diceva: “La creatività è semplicemente stabilire delle connessioni tra le cose”, a mio avviso, dimostrava di aver compreso benissimo l’anti fragilità.

Ritorniamo infine alla domanda… Che fare con la creatività? Esiste un punto di vista dal quale osservare meglio gli effetti che produce, imparando a regolarne gli esiti in funzione dei nostri problemi? Se quanto ho scritto sinora ha senso, allora la risposta è affermativa.

Dovremo semplicemente imparare a costruire stratagemmi o avere idee per rendere anti fragile, il colpo di creatività di cui ci si serve al fine di recitare la propria parte sulla scena del mercato delle novità. Ecco in due parole il contributo più importante, in una logica di lavoro di squadra, della componente manageriale al discorso sulla creatività delle collezioni e degli eventi di comunicazione necessari per farla circolare con successo tra a gente.

Antifragile significa non avere paura del disordine o del caos che l’impossibile porta con sé a livello simbolico. Significa stressare la marca, sapendo che da questa esperienza uscirà rafforzata. Significa abbandonare il terreno fasullo delle certezze condivise: comunque vada, se usciamo dal coro, ci sarà sempre qualcuno al quale non andiamo a genio; facciamo allora del presunto errore un tentativo per rendere antifragile il dispositivo aziendale. Antifragile significa sapere che la ricerca dell’equilibrio perfetto tra offerta creativa e la domanda del mercato è una chimera (sarebbe come postulare una creatività condivisa a priori con il consumatore): la creatività ogni tanto deve esser come la peste, un virus letale. Il problema è che non può esserlo sempre. Sbagliare momento e modo significa in realtà ucciderla. E’ antifragile sapere che non possiamo fare previsioni certe sul successo di un colpo creativo. Ma possiamo creare meccanismi di ridondanza che lo rendono meno fragile. Possiamo creare sovracompensazioni, sviluppando motivazioni e energie addizionali, che ci permettano di anticipare l’eccesso di rischio di un risultato negativo.

In tal modo possiamo immaginare che lo stilista di turno possa osare l’impossibile (non importa da quali abissi interiori provenga: ci penserà il suo analista eventualmente a curarlo) dal momento che ciò che grazie a Taleb abbiamo chiamato antifragilità consente di trasformare il rischio in un paradossale vantaggio competitivo.

Vorrei farvi notare che seguendo questa linea di pensiero, la creatività perde progressivamente i connotati di forma o di cosa per divenire un processo o un evento. Si dissolve quindi la sua immagine statica a favore di configurazioni dinamiche che sembrano corrispondere meglio alle turbolenze di una moda/mondo per la quale il disequilibrio è il vero fondamento.

Volete ancora qualche esempio di creatività antifragile? Pensate al modo un po’ folle che ha Prada di ribaltare ogni sei mesi i significati delle proprie collezioni, senza causare danni per la marca. Dal mio punto di vista questa pratica creativa è qualcosa che va nella direzione dell’antifragilità.

Ancora, Vivienne Westwood è diventata bravissima nel scioccare il pubblico con le sue prime linee e nello stesso tempo a rassicurarlo con i proclami etici che accompagnano da anni i suoi colpi di creatività.

In passato, il trucco più usato per trasformare l’impossibile nella creatività in qualcosa di diverso da un devastante cigno nero era l’utilizzo della collezione o di parte di essa, come se fosse un medium evenemenziale: disegno e creo abiti impossibili (che nessuno o pochissimi indosseranno) per scioccare la comunicazione; attraverso motivazioni addizionali diffuse grazie alla collaborazione delle giornaliste, trasformo il negativo il positivo; accumulo immagine/energia nella marca; la scarico vendendo seconde linee e accessori dai quali ricavo le plusvalenze necessarie per osare colpi di creatività ancora più “impossibili”. Dovrebbe farci riflettere il fatto che, la couture sia sopravvissuta per quasi mezzo secolo grazie a queste modalità antifragili.

8.

Che lezione traggo dalla mia breve indagine? L’appello a comprendere meglio il senso dei giochi linguistici prodotti in nome della creatività, è solo una parte della questione. Probabilmente è più importante capire fino a dove possiamo spingerci con l’idea che la maggioranza delle persone, compresi voi cari lettori, possono aumentare il proprio potenziale creativo. A mio avviso il vero problema non è il talento (meglio che ci sia, ovviamente), ma l’impostazione o la disposizione mentale di ciascuno di noi. Per questo motivo sostengo che tutte le scuole più che concentrare la didattica solo sulla specializzazione delle competenze e dei curriculum, dovrebbero assomigliare dal punto di vista dell’atteggiamento alle scuole d’arte. Il come facciamo funzionare il cervello è alla lunga più efficace del cosa pensare.

L’ossessione per le definizioni ovvero cosa sia la creatività ci porta a perderci in un deludente labirinto. La sensibilità al come funzionano le situazioni che presentano la creatività in action, ci rende proattivi (e non solo spettatori) nei confronti della scoperta di cose nuove, coraggiosi e capaci di rompere gli schemi, empatici nei confronti di chi si trova a condividere con noi lo stesso percorso/problema, efficaci come lo sono le persone che, rischiando di più, sanno imparare da propri errori.

creatività
Vivienne Westwood style
Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
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83 Responses to "Breve indagine sulla creatività"

  1. Alessia   24 novembre 2016 at 02:54

    Sono d’accordo nel sostenere che la creatività pura non esiste. Nemmeno gli artisti creano dal nulla. Figuriamoci nella moda dove il mercato richiede tante mediazioni. Detto questo però è anche vero che la necessitá di cambiare costringe gli stilisti a inventare sempre nuove soluzioni. Non è importante che siano delle creazioni mai viste prima ma che possano essere percepite come tali. Se il cliente non ha la memoria delle soluzioni del passato, percepirà le nuove proposte come delle novità e attribuirà allo stilista l’onore di essere stato particolarmente creativo. Io credo inoltre che una certa creatività sia una invenzione del giornalismo di moda che ha bisogno di notizie sensazionali, altrimenti i consumatori non sarebbero stimolati ad interessarsi di abiti quando hanno il guardaroba pieno.

    Rispondi
  2. Giulia   24 novembre 2016 at 03:21

    Non sono convinta che chi si occupa di mk possa essere un creativo. Non è un suo compito. Non capisco come si possa dire che se scelgo un bravo stilista e questo si dimostra creativo, allora divento creativa anch’io. Detta così la parola creatività perde la sua autorevolezza. Comunque è vero che attribuiamo troppo spesso questa dote a persone che producono abiti di tendenza, senza pensare che le tendenze sono costruite e non create. Anche gli abiti sono costruiti. Piace a tutti credere che un bel abito sia il frutto di uno stilista geniale. Ma non è così. Dietro di lui c’è una azienda che investe in ricerca moltissimo. Ci sono molte professionalità che lo aiutano a fare le scelte giuste. Infatti molti stilisti non si considerano artisti ma artigiani.

    Rispondi
    • Loredana   24 novembre 2016 at 16:34

      Non è vero. Tutti possono essere creativi. Anche chi si occupa di organizzazione o di mercato.

      Rispondi
      • Luigi   24 novembre 2016 at 16:51

        Se tutti sono creativi, nessuno è veramente creativo. C’è qualcosa che non mi torna nel ragionamento di Loredana.

        Rispondi
        • Carlo G   24 novembre 2016 at 21:11

          Forse è per evitare i vostri crampi mentali che l’autore dell’articolo invita a pensare la creatività nei termini di forme eterogenee, caratterizzate da somiglianza di famiglia.

          Rispondi
  3. Lucio   24 novembre 2016 at 14:46

    Per me la più bella definizione di creativitá è quella di Steve Jobs: Stay Hungry.Stay Foolish. In queste parole c’è tutto quello che serve.

    Rispondi
    • Gabriel   30 novembre 2016 at 09:30

      Questa non è una definizione. Al massimo può essere un monito o un suggerimento.

      Rispondi
      • Lucio   30 novembre 2016 at 09:39

        chissenefrega se non è una definizione, se in queste parole trovo tutto quello che serve!

        Rispondi
  4. Elisa   24 novembre 2016 at 14:59

    La creatività dei visionari non è paragonabile a quella dei manager. Sono due cose diverse. Forse sarebbe più giusto riservare la parola solo ai primi.

    Rispondi
  5. Antonella   24 novembre 2016 at 15:15

    Io noto una contraddizione. Se ha ragione chi ha scritto l’articolo su Leonardo e Michelangelo cioè che i grandi artisti del passato non avrebbero mai accettato di farsi chiamare creativi, come mai che gli stilisti oggi vogliono essere creativi e poi rifiutano l’arte per considerarsi degli artigiani? Creatività e artigianato posso andare insieme?

    Rispondi
  6. Maria Grazia   24 novembre 2016 at 16:07

    Interessante l’idea che le nostre scuole dovrebbero prendere qualcosa dalle scuole d’arte. Ma è anche utopica, credo. Tutte le ipotesi di riforma scolastica proposte vanno nella direzione preferita dalla tecnocrazia: una sempre maggiore specializzazione tecnica. A volte penso che chi decide su queste cose fondamentali, consideri la creatività come un avversario da imbrigliare. Chissà, forse i tecnocrati credono che persone creative siano persone più libere e che quindi risultino più difficili da governare come pecore. Comunque sono d’accordo con il prof. Il “come” è più formativo del “cosa”.

    Rispondi
  7. Luciano   24 novembre 2016 at 16:24

    Articolo molto ricco e denso. La divagazione sulla paleontologia interessantissima. Condivido le distinzioni tra creatività impossibile e l’impossibile della creatività. Mi ha affascinato Taleb, ma non avendo letto i suoi libri, non sono sicuro di aver capito bene il ragionamento. Ma ammetto che il discorso sulla anti fragilitá è intrigante. Sono d’accordo con Maria Grazia nel ritenere utopico il suggerimento dell’autore sulle scuole d’arte. L’ubriacatura tecnologica delle nuove generazione le sta allontandando dalle materie umanistiche. I politici ne prendodono atto e legiferano di conserva. Però questo produrrà secondo me un effetto molto interessante: le persone che riusciranno malgrado una scuola sbagliata a restare creative, avranno molte chanches di esprimersi in modo totalmente libero da ogni dogmatismo. Avremo dunque una creatività forse più naif, spontanea, ma anche più imprevedibile.

    Rispondi
    • Maria   25 novembre 2016 at 13:56

      Confesso che anch’io ho trovato difficile questo Taleb, anche se l’anti fragilitá è interessante. Ma perché non dire che abbiamo bisogno di una creatività robusta? Forse suona male? È inelegante?

      Rispondi
  8. Eleonora PP   24 novembre 2016 at 17:19

    Non abbiamo bisogno di cercare la pura creatività, bensì dobbiamo creare, dobbiamo partorire idee nuove, dobbiamo aver voglia di cambiare anche solo di una virgola qualcosa che è già stato fatto, dobbiamo lasciarci andare ai nostri istinti, dobbiamo rischiare, dobbiamo mettere da parte la paura e buttarci, solo così potremo diventare dei creativi. La creatività è colore, forma, passione. La creatività è altezza, forza, vento. La creatività è gioia, dolore, emozione. Ognuno di noi può essere creativo, perché la creatività è vita.

    Rispondi
  9. Virginia P.   24 novembre 2016 at 21:44

    Io credo che dentro una persona creativa ci sia sempre un che di visionario, una qualche capacità di vedere un metro più in là rispetto agli orizzonti della media.
    È una capacità innata?
    Non ne sono sicura al 100%.
    Seppur ritengo che alcuni individui abbiamo una propensione verso le novità, riuscendo a creare (anche solo pensare) qualcosa di effettivamente innovativo, dall’altra parte penso che se aumenta “l’esperienza” di una persona, è possibile che anche aumenti in modo direttamente proporzionale l’indice di creatività di questa determinata persona: questo perché aumentano i riferimenti, si ampliano le risorse culturali, c’è una maggiore apertura d’interpretazione.
    Penso che essere creativi sia necessariamente un’unione di qualcosa che proviene dall’individualità, con altro che invece può essere acquisito dall’esterno.
    Non è facile combinare i due, non tutti siamo creativi.

    Rispondi
  10. Giulia P.   24 novembre 2016 at 22:13

    Cos’è la creatività?
    Non è una domanda facile alla quale rispondere. È certamente un mondo dalle mille sfaccettature. Se lo si chiede ad un bambino ti dirà che la creatività è il suo piccolo mondo immaginario. Se lo si chiede ad un artista ti dirà che la creatività è nelle sue opere. Se lo si chiede ad uno scrittore ti dirà che è all’interno dei suoi romanzi. Se lo si chiede ad un adolescente ti dirà che la creatività non esiste e fa tutto schifo o che siamo tutti uguali e noiosi. Se lo si chiede ad un anziano ti dirà che la creatività è nelle mille cose che nella sua vita è stato in grado di vedere.
    Allora saremmo così coraggiosi da andare da tutte queste persone e dirgli che non è così? Di dire ad un bambino che la creatività è un dono innato dato a pochi? Oppure che la creatività è necessaria per contrastare la concorrenza?
    Tutto è vero e tutto è falso. Si esiste un abuso della parola creatività, eppure risuona in noi nella vita di tutti i giorni e secondo me è giusto così. La creatività è la capacità di vedere il mondo come non è, una fiaba che tutti dovrebbero permettersi di avere senza, per una volta, stare a guardare il significato di una parola.

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   25 novembre 2016 at 09:25

      Anche i cretini hanno “la capacità di vedere il mondo come non è”. Se seguo il tuo ragionamento dovrei considerarli dei creativi. Come la mettiamo Giulia?

      Rispondi
      • Emilio   25 novembre 2016 at 09:48

        Scusa tanto Antonio, ma ci sono cretinate molto molto creative. Predi un comico come quello che, anni fa, per mesi non faceva che ripetere “fatti non pugnette”, non puoi negare la sua creatività! La creatività non è buona o cattiva, intelligente o cretina. È solo creatività.

        Rispondi
        • Antonio Bramclet
          Antonio   25 novembre 2016 at 13:34

          Se è così come dici tu abbiamo bisogno di una metodologia che ci permetta di separare la creatività utile da quella inutile. Anche se per me una cretinata è una cretinata, e non ho mai immaginato che si potesse interpretare come un atto creativo.

          Rispondi
          • Mario B   25 novembre 2016 at 14:20

            Domanda ai sapientoni: “fatti non pugnette” è un cigno nero? Premetto che non ho capito un tubo del cigno nero!

      • Giulia P.   26 novembre 2016 at 00:28

        Caro Antonio, credo che la migliore risposta te l’abbia già data Emilio; la creatività non è patrimonio esclusivo di laureati ad Harvard o Stanton. Può provenire da chiunque, anche da un cretino!

        Rispondi
  11. FrancescaM. P   25 novembre 2016 at 12:33

    La creatività è un qualcosa di aperto e di flessibile, che può cambiare continuamente. Nasce dall’azione, ed è meglio rischiare il fallimento che rinunciare all’azione. In un commento precedente qualcuno scrive “Se tutti sono creativi, nessuno è veramente creativo”, in parte condivido quest’idea, ma allo stesso tempo penso che tutti prima o poi nella vita decidiamo di agire in qualche modo, cerchiamo di evitare un fallimento, vogliamo fare qualcosa per noi stessi o per ciò che ci circonda, stimolando così la nostra creatività e la nostra voglia di fare. La creatività può permettere di “produrre qualcosa di nuovo”, può originare una novità assoluta oppure può riorganizzare elementi appartenenti ad ambiti differenti considerati precedentemente distanti.
    Alcuni orientamenti statunitensi suggeriscono un approccio multidimensionale alla creatività, definendo 4 ambiti specifici attraverso numerose ricerche. Il primo ambito analizzato è quello della PERSONA, studi psicologici attraverso questionari hanno rilevato i tratti creativi dell’individuo. Successivamente il PROCESSO e differenti strategie hanno permesso di facilitare il pensiero creativo, sia individuale sia di gruppo. Un altro ambito analizzato è stato quello del PRODOTTO, in particolare del prodotto creativo valutato, per esempio, in base alla novità e all’efficacia. Infine ricerche sull’AMBIENTE sociale, culturale e lavorativo possono favorire o trattenere la creatività.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   26 novembre 2016 at 16:02

      Intervento prezioso. Potresti però essere più generosa con chi ti legge. Per esempio potresti fornire un minimo di bibliografia sulle nuove metodologie alle quali fai riferimento. In una prospettiva di manutenzione del concetto di creatività a me sembrano utili.

      Rispondi
  12. Nicole P.   25 novembre 2016 at 15:38

    Con internet tutto il mondo ha potuto far conoscere il proprio lato creativo, grazie ad una maggiore velocità dell’informazione e dell’innovazione. La moda si è evoluta con l’arrivo del fenomeno del web.
    Mi piacerebbe soffermarmi su un fatto che è stato molto creativo; un fenomeno che si è servito di internet per esprimere un lato della moda più alla portata di tutti ovvero i Fashion Blog. Chiara Ferragni nel 2009 ideò il suo blog The Blonde Salad, poteva sembrare una cosa ovvia postare una foto di un outfit giornaliero, eppure ciò le frutta 8 milioni di dollari l’anno.
    Dopo di lei tante hanno aperto i blog e hanno scatenato un fenomeno mediatico turbolento. La moda le considera un punto di riferimento, tanto da riservargli posti nelle prime file degli show e copertine di riviste. A volte quindi ci vuole davvero poco per essere creativi, cambiare e rivoluzionare un sistema solido e affermato.
    Io sono dell’idea che la creatività è quindi anche un saper cogliere un’opportunità al momento giusto. Molto spesso non serve essere intelligenti appunto ma bisogna saper sfruttare ciò che si ha di fronte.

    Rispondi
  13. Roberto PP   25 novembre 2016 at 18:23

    A mio giudizio la creatività è la capacità di generare qualcosa di nuovo, o semplicemente di guardare qualcosa di già esistente da un punto di vista del tutto nuovo.
    Non credo che solamente gli stilisti siano da ritenere “creativi”, anche un uomo di business che lavora tutto il giorno con numeri (se capace di grandi intuizioni) debba essere ritenuto tale.
    La creatività è una dote innata, ciò nonostante anche nei soggetti più pigri ritengo possa essere stimolata. C’è chi è più creativo in determinati momenti della giornata o in determinate situazioni, molti grandi artisti del passato erano soliti ricorrere ad una routine per canalizzare la loro creatività, ad esempio Mozart era solito comporre prima dell’una per poi riprendere alle sei di pomeriggio.
    Concludo facendovi notare che spesso la “creatività”, nella forma più pura e cristallina, è solita presentarsi in soggetti che presentano stranezze e spesso follia. Forse in fondo siamo tutti dei grandi creativi, semplicemente non siamo abbastanza coraggiosi per poterlo dimostrare.

    Rispondi
    • Luciano   25 novembre 2016 at 22:14

      Mi hanno interessato tre punti:
      . Il carattere “aperto” della creatività (Francesca)
      . Tutti possono essere creativi (Loredana)
      . Non siamo abbastanza coraggiosi per poterlo dimostrare (Roberto).
      Uniamo questi tre puntini. Cosa otteniamo? Abbiamo la creatività dentro di noi in potenza, ma la maggioranza delle persone la perdono. Credo che il punto centrale sia questo. Chi o cosa ci fa perdere la speranza di essere creativi?

      Rispondi
  14. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   26 novembre 2016 at 12:31

    Due parole sui commenti sopra riportati. Penso innanzitutto che Emilio potesse trovare un esempio meno imbarazzante del tormentone inventato dal comico Paolo Cevoli, diffuso nelle sue innumerevoli apparizione nel programma Zelig, quando interpretava il personaggio di Palmiro Cangini, improbabile assessore di una inesistente località romagnola. Comunque è vero che quando Cevoli terminava gli sconclusionati ragionamenti del politico con la frase “Fatti, non pugnette”, era difficile trattenere una esplosione di risate. Per settimane ovunque andassi, incontravo persone che non vedevano l’ora di pronunciare la fatidica frase, anche se si parlava del raffreddore della nonna. Ricordo che, passeggiando per Bologna si poteva vedere incollato questo sublime elogio dell’empirismo rozzo da far paura, alle vetrine di alcuni bar, con l’intenzione, suppongo, di magnificare la consistenza del servizio ai clienti. Capitai in una discoteca che allora andava per la maggiore, e nemmeno a farlo apposta, mi accorsi, dall’agitazione dei maschi e il sorriso preoccupato delle femmine, che la serata a tema si chiamava per l’appunto, Fatti, non pugnette. Insomma, per qualche mese Cevoli divenne un incubo quotidiano. Ora, Mario chiede se possiamo considerare questa enunciazione un “cigno nero”, confessando di non sapere cosa sia. Di solito non rispondo a commenti palesemente fuori di testa, ma questa volta farò una eccezione.
    Il Cigno nero è una famosa metafora filosofica, utilizzata da pensatori scettici come D. Hume, J. Stuart Mill, C.S.Pierce, K. Popper, per invalidare la fiducia eccessiva nella logica induttiva. Nel mio articolo faccio riferimento invece all’uso del Cigno Nero fatto da Nicholas Taleb nell’omonimo libro che scrisse una decina di anni fa. Taleb non affronta il problema logico filosofico del Cigno Nero, bensì costruisce una teoria sul suo impatto. In estrema sintesi, secondo l’autore, gli eventi rari sono impredicibili e il loro decorso segue le cosiddette leggi di potenza (quindi sono devastanti). Ovviamente dai Cigni Neri dobbiamo imparare a difenderci. La prima mossa è non fidarsi delle previsioni e nemmeno delle proprie conoscenze. Dobbiamo quindi concentrarci su ciò che non sappiamo, dobbiamo pensare all’impossibile. I Cigni Neri ci costringono ad essere dei creativi e non dei pianificatori.
    Veniamo alla domanda da alcolizzato di Mario. Il colpo creativo di Cevoli è un Cigno nero? No! Viste le clamorose risate e il successo travolgente potremmo considerarlo l’opposto cioè un cigno bianco (un colpo fortunato). Cosa ha in comune con il cigno nero? Ha in comune il fatto che non lo possiamo prevedere con certezza. Di tutte le stronzate dette da tutti i comici che rendono meno penose le ore passate davanti al piccolo schermo, solo pochissime diventeranno dei tormentoni.
    Se riflettiamo con attenzione sulle conseguenze del cigno nero scopriamo che Taleb ci suggerisce, forse senza averne l’intenzione una teoria sulla creatività e sul come attualizzarla. Dal momento che il colpo creativo che ci serve ha una natura altamente improbabile, dobbiamo imparare ad affrontarlo con una strategia mista tra atteggiamento prudenziale e aggressività.

    Rispondi
  15. Camilla P   26 novembre 2016 at 19:03

    La Creatività è la capacità di vedere il mondo come non è.
    Per il pubblicitario Barry Day l’essenza del creativo veniva espressa con questa sentenza:” Prova a chiedere una definizione di creatività e ti ritroverai con tante opinioni quanti sono gli individui”. Per secoli si è pensato che la creatività fosse uno strano dono di natura divina che venisse consegnato a pochi eletti, oggigiorno è chiaro che ogni individuo vivente può esercitarla. La creatività dovrebbe andare di pari passo con la Fantasia e quest’ultima non dovrebbe essere utilizzata come sinonimo della prima. Infatti la Fantasia, secondo il paradigma sviluppato dallo psicanalista Jung, è una forma di energia anche se non suscettibile di misurazione, essa costituisce un fatto. La Fantasia assume un valore reale ogni volta che progetti artistici e architettonici, comprendenti tutti quegli oggetti che ci circondano, hanno precedentemente abitato nella fantasia degli umani. E così entra in gioco la Creatività, che assumendo le sembianze dell’immaginazione, diventa fondamento di una realtà fantastica che grazie all’operato dell’uomo può divenire tangibile. Entrambe non devono essere sminuite come qualcosa di irreale che spiega la negazione della realtà, ma devono essere considerate al pari delle Scienze, ovvero dei pensieri solidi capaci di creare nuove logiche all’interno della moderna realtà. Con un esempio più pratico è possibile affermare che tutti i prodotti tangibili ed esperienziali prodotti da una fantasiosa creatività, diventano un processo in grado di concretizzare l’esperienza dell’immaginario, interagendo con la realtà in modo dinamico. Perché la Creatività ci permette di rimanere comunque connessi con la vita ma essendo consapevoli di attuare un processo di evoluzione e mutamento. Ed è proprio attraverso questo processo che, a parer mio, si forma e si distrugge la moda.

    Rispondi
    • monica   9 dicembre 2016 at 23:23

      Non me ne voglia l’autore ma ho trovato emozionante l’intervento di Camilla. Fantasia, interazione dinamica con la realtà, evoluzione creatrice, vita e morte… la creatività che cambia il mondo è tutto questo.

      Rispondi
  16. Francesca P.   27 novembre 2016 at 18:17

    La creatività a mio parere significa spremere il nostro cervello per generare nuove soluzioni a problemi che la vita ci porta costantemente di fronte. La creatività è un modo perciò di affrontare la propria vita in maniera personale, per questo appartiene a tutti. Esistono sicuramente diversi livelli di creatività, non potremmo mai considerare un visionario che vive nel suo mondo che va oltre l’apparenza come una persona comune. La creatività è comunque dentro ognuno di noi. La vita e soprattutto l’esperienza ci portano a manifestarla in modi più accentuati o meno. L’uomo non dovrebbe però aver paura di tirarla fuori e sono d’accordo con Roberto nel dire che bisognerebbe essere più coraggiosi perché secondo me una vita senza creatività è una vita priva di colori.

    Rispondi
  17. Gloria P   27 novembre 2016 at 23:29

    Alcuni studi hanno chiarito che la creatività non è per pochi “eletti”, ma una qualità posseduta, in maniera maggiore o minore da tutti e permette di “produrre qualcosa di nuovo”. Questa produzione può originare qualcosa di nuovo o ricombinare e riorganizzare elementi appartenenti ad ambiti differenti che, fino a quel momento, erano stati pensati come distanti.
    La creatività riveste un ruolo centrale tanto nella ricerca di soluzioni originali ed innovative quanto nell’analisi di situazioni e processi complessi.
    La creatività rappresenta un modo di rapportarsi alla realtà, di concepire e vivere la vita. Tale modo di pensare, attraverso un’opportuna formazione, può essere appreso ed incrementato da ogni individuo, gruppo e organizzazione, ma i risultati non saranno uguali per tutti: coloro che hanno la capacità (questa sì innata) di essere più in sintonia con l’emisfero destro del cervello troveranno più familiare utilizzare questo approccio. Agli altri rimane l’impegno, la pratica ed un po’ di esercizio.

    Benton & Bowles agency: “If it doesn’t sell, it isn’t creative”.

    Rispondi
  18. Martina P   28 novembre 2016 at 17:39

    CREATIVITÀ è spesso una parola abusata, tutti sono creativi e non lo è nessuno. Certamente è una di quelle parole di grande impatto che usiamo senza interrogarci troppo. Evoca valori positivi, brillantezza, originalità. Non penso si possa chiedere “cos’è la creatività” perché presuppone che si parli di una cosa. Io la immagino invece come una sorta di magica entità viva, in movimento, che cambia, si rinnova, a volte ti sorride, a volte ti frega. Non può riguardare un singolo oggetto come un quadro o un film perché la creatività comprende anche chi lo realizza e il processo che ci è voluto per realizzarlo. La creatività potrebbe essere a disposizione di tutti noi se riuscissimo ad accoglierla e a sfruttarla al meglio.

    Rispondi
    • AgneseP   30 novembre 2016 at 12:01

      Sono pienamente d’accordo con te Martina, ritengo anche che l’essere umano senza la creatività non potrebbe vivere né sognare chiaramente.
      Tuttavia penso che essa sia uno strumento più elitario, per pochi eletti, non per tutti. Solo alcuni di noi hanno il privilegio di nascere con questo dono, sta dunque a loro condurre il resto delle persone verso qualcosa di nuovo.

      Rispondi
  19. Giorgio   28 novembre 2016 at 21:06

    Andy Warhol diceva: “Fashion is more Art than Art is”. Come mai che tanti stilisti non vogliono essere avvicinati all’arte?
    La creatività è o non è più vicina all’esperienza artistica di tutte le altre pratiche dell’uomo? I grandi sarti, come scrive l’autore, non si fanno chiamare creatori di moda?

    Rispondi
    • Marina   29 novembre 2016 at 06:01

      In effetti quello che dice Giorgio è vero. Per esempio io pensavo che Martin Margiela, che in quanto a creatività non è secondo a nessuno, si considerasse un artista. Invece no! Ho letto che, quando ancora faceva lo stilista, dichiarava che la sua non era arte ma artigianato.
      Di conseguenza dobbiamo pensare che la creatività non è l’equivalente di arte. In che cosa differisce l’artisticità dalla creatività, proprio non lo so.

      Rispondi
      • Laura   29 novembre 2016 at 13:59

        Anche Coco Chanel amava ripetere che lei non si sentiva una artista. È da pochi anni che i critici vorrebbero stabilire una relazione permanente tra arte e moda. Ma è molto difficile incontrare uno stilista che dica apertamente di sentirsi un artista. Ma questa reticenza non coinvolge la questione della creatività la quale sembra essere più il privilegio di professioni come lo stilista o il Designer, piuttosto che un artista puro.

        Rispondi
        • Anna   29 novembre 2016 at 15:11

          Non mi sento di essere d’accordo con Laura. Gli stilisti più creativi degli artisti puri? Non credo. Gli artisti non hanno i limiti che i designer per forza hanno.

          Rispondi
          • Laura   29 novembre 2016 at 15:42

            Prova a precisare i limiti. Tra l’altro osservo che con la comunicazione digitale la Moda ha ampliato le sue possibilità espressive. Io approvo quello che scrive l’autore sul “possibile” della creatività cioè sul fatto che le intuizioni dello stilista non devono entrare in conflitto con altri valori sui quali scommette l’azienda. Ma anche gli artisti devono fare i conti con un mercato dell’arte che pone dei vincoli, altrimenti non vendono e si appendono le proprie opere in casa propria. Quindi io una gran differenza non la vedo.

  20. Luca M   29 novembre 2016 at 16:13

    Facciamo un esempio. Avete presente Yves S.L.? Il suo abito Mondrian? Chiaramente si è ispirato al quadro dell’artista. Questa è creatività? È più creativo Mondrian o lo stilista che ne riprende forme e colori? Potrebbe questo esempio essere paradigmatico del rapporto tra arte e moda?

    Rispondi
  21. Anna   29 novembre 2016 at 16:22

    Laura, i limiti per gli stilisti sono ovvi: primo, il corpo; secondo, il mercato; terzo, la marca. Secondo te, uno stilista che oltrepassa questi limiti ha la possibilità di arrivare alla fine del mese?

    Rispondi
    • Laura   29 novembre 2016 at 22:53

      Limite corpo: ti consiglio di vedere gli abiti di Kawakubo; vedrai che il corpo può essere deformato senza pregiudicare portabilità ed estetica.
      Limite mercato: Margiela e Vivienne Westwood se ne sono strafregati del mercato e hanno funzionato benissimo.
      Limite marca: l’autore dell’articolo ha giustamente citato Demna Gvasalia e Alessandro Michele in quanto operazione di rottura con il vissuto della marca capace di riattualizzarla.
      I limiti sono nella nostra testa. Se vogliamo o come dice Roberto se abbiamo sufficiente coraggio possiamo superarli.

      Rispondi
  22. Renato B   29 novembre 2016 at 22:33

    Gentili signori per quanto riguarda il rapporto arte e moda io parlerei di ispirazione artistica che gli stilisti traggono da opere d’arte o da artisti che colpiscono la loro immaginazione. È chiaro che sia gli stilisti che gli artisti coltivano la creatività. Anche per imitare o adattare temi tratti dall’arte ci vuole talento e tecnica.
    In questo caso l’arte funziona come repertorio di forme e la moda come un modo per dare ad esse una nuova vita.

    Rispondi
  23. Giorgio   30 novembre 2016 at 09:09

    Vorrei che qualcuno mi facesse il nome di un artista non creativo; e anche quello di uno stilista.

    Rispondi
    • Elisabetta   30 novembre 2016 at 12:06

      Morandi e Zara

      Rispondi
      • Andrea   30 novembre 2016 at 12:36

        Hai mai visto una mostra di Morandi? Scommetto che sei una di quelle che adorano solo la creatività gridata. Mi spieghi perché Zara sarebbe un brand non creativo. E il suo modello di business? Secondo te i fatturati da paura che fa piovono dal cielo?

        Rispondi
        • Elisabetta   30 novembre 2016 at 16:12

          Io credo che un artista che ripete ossessivamente i suoi temi non necessariamente devo percepirlo come un grande creativo. Posso essere incantata dalla bellezza delle sue nature morte ma guardando i suoi quadri la prima cosa che penso non è: “accipicchia che creatività”.
          Zara è una azienda che vampirizza la creatività inventata da altri. Zara non fa ricerca, non rischia nulla, imita ciò che i grandi della moda creano.

          Rispondi
          • Andrea   30 novembre 2016 at 16:40

            Se tu avessi guardato meglio i quadri di Morandi avresti scoperto che non ce n’è uno uguale all’altro. Il pittore procede per piccole variazioni cromatiche. Guarda che la moda che usiamo tutti i giorni e che la gente compra funziona allo stesso modo. Ma non è la moda che piace a chi vive di gossip o di comunicazione. Alle riviste piacciono le rotture, le rivoluzioni, le provocazioni. La creatività gridata è il prezzo che paghiamo per avere sempre la certezza di non annoiarci. Ma non per questo la dobbiamo cancellare quando arriva in punta di piedi.

  24. Elisabetta   1 dicembre 2016 at 09:39

    La creatività che arriva in punta di piedi mi piace. Sospetto però che la moda sia poi costretta a fare un po’ di chiasso, altrimenti non prevale.

    Rispondi
    • Andrea   1 dicembre 2016 at 09:56

      Si è così. Anche se, malgrado le soliti azioni di amplificazione è facile accorgersi del il contrasto tra creatività in punti di piedi e quella urlata. Per esempio gli stilisti inglesi gridano, quelli belgi sussurrano, gli italiani sono quelli che fanno più chiasso di tutti perché di vera creatività ne hanno meno.

      Rispondi
      • Elisabetta   1 dicembre 2016 at 10:03

        Belle le differenze. Creatività sul piede di guerra. Passerò a Bologna per rivedermi Morandi

        Rispondi
        • Andrea   1 dicembre 2016 at 10:08

          Fai in fretta. Ho letto che vogliono spostare la collezione Morandi. Per un po’ resterà chiusa. Ti aspetto. Ho altre cose da farti vedere

          Rispondi
          • Lamberto Cantoni
            Lamberto Cantoni   1 dicembre 2016 at 10:34

            Elisabetta, Andrea avete finito con i vostri cinguettii? Ancora un paio e poi vomito! Pensate che abbia pubblicato l’articolo per allietare cuori solitari? Non avete libri da commentare, da suggerire sul tema della creatività? Voglio citazioni, pensieri pensati, nomi di stilisti, teorie, visioni e non le vostre scoreggine su creatività sussurrate.

  25. Andrea   1 dicembre 2016 at 13:24

    Elisabetta è mia sorella. Studia moda a Milano. Volevo dirle inoltre che è stato Lei, nel bar dei rimbambiti pensionati nel quale ero sfortunatamente capitato con i miei amici, a venire al nostro tavolo per chiederci, dal momento che studiavamo arte, di leggere le sue strane teorie sulla creatività. Forse non ricorda ma ci ha offerto da bere e anche chiesto di commentarle. Credo di essere stato l’unico a farlo. Ho anche avuto l’impressione che Lei, più dei commenti, fosse particolarmente interessato alla mia collega bionda e alle sue ceramiche artistiche.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   1 dicembre 2016 at 22:13

      Scusa tanto Andrea, non mi ricordavo chi eri. Non avevo letto integralmente lo scambio di opinioni con tua sorella. Se te la sei presa ti faccio togliere dal commentario. Ah! La tua collega bionda! Ah! Che occhi meravigliosi! Ah! Che portamento. Ceramiche da schifo.

      Rispondi
      • Andrea   2 dicembre 2016 at 13:22

        Io mi sono divertito. Faccio ammenda per non aver letto subito il suo articolo e di aver trovato piacere soprattutto nei commenti.

        Rispondi
  26. Elisabetta   1 dicembre 2016 at 19:05

    Chiedo scusa se ho frainteso. Stimolata da Andrea ho visitato il sito è mi sono piaciuti i commenti. Non avevo letto l’articolo però ho voluto rispondere a Giorgio. La mia personale opinione è positiva per l’articolo e credo che Andrea abbia postato idee interessanti.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   1 dicembre 2016 at 22:24

      Hai ragione, l’idea di guerre di moda fatte a colpi di creatività è interessante. Su Giorgio Morandi segui i consigli di tuo fratello. È un pittore che può insegnarti a guardare i dettagli e le sfumature che ti serviranno per vedere meglio le cose. Però la creatività sussurrata proprio non la digerisco.

      Rispondi
  27. Luigi Mastrangelo   2 dicembre 2016 at 13:40

    Un consiglio a tutti. Andate alla mostra Arte e Moda, al museo Ferragamo. Potrete farvi una idea degli intrecci estetici tra stilisti e forme artistiche. Dagli oggetti esposti emerge che la vera avanguardia creativa è l’arte. Ispirandosi ad essa chi crea moda aggancia idee già testate dagli stakeholder.

    Rispondi
  28. Massimo   2 dicembre 2016 at 16:03

    Domanda all’autore. Si potrebbe definire ciò che ha scritto come una storytelling sulla creatività? Voglio dire che è riuscito a mettere insieme tante storie sulla creatività, ma nessuna definitiva.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   3 dicembre 2016 at 15:27

      Come no! A questo punto però ti propongo di definire l’asino, “un quadrupede molto indeciso”; oppure di intendere l’Aula Magna come “Mensa per studenti obesi”. Ancora, cosa penseresti se ti proponessi di definire Anacronista: “un giornalista che scrive articoli di merda”; oppure se dicessi che Anti Cristo significa ” una particolare suola delle scarpe che impedisce di scivolare”. E perché non definire l’Abito con ” un tipo di appartamenti per single cronici”? Cosa voglio farti capire? Occhio agli usi e alle interpretazioni aberranti. Storytelling, Tendenza, Creatività sono parole sottoposte a quotidiani abusi linguistici. Per il parlante ordinario questo può non rappresentare un problema. Ma vi sono contesti in cui il pressappochismo produce dei danni.
      L’idea che ogni atto simbolico sia una narrazione non produce niente di buono. Affinché possiamo parlare di storytelling sono necessarie la co-presenza di alcune funzioni basilari. 1. Un soggetto esposto ad una mancanza (l’eroe della narrazione); 2. Degli ostacoli che deve superare per ricongiungersi all’oggetto che sutura la mancanza; 3. Un certo maneggiamento emozionale.
      Il punto 3 è decisivo. Allora, ti ha forse emozionato il mio script? Io scommetterei di no (se rispondi di sì, vai subito a farti ricoverare). Ci trovi forse un eroe? Dei nemici? C’è un lieto fine? Un finale drammatico? Direi proprio di no. Quindi il mio suggerimento è: diffida della moda culturale che estende troppo usi e significati di questa parola e prova pensare al negativo di storytelling o ad altri concetti descrittivi che forse, per certi rispetti, si apparentano ad esso, ma tendono ad esprimere altre significazioni.

      Rispondi
      • Luciano   4 dicembre 2016 at 11:41

        Non ho capito il maneggiamento emozionale. La cosa mi interessa e vorrei chiarimenti.

        Rispondi
        • Lamberto Cantoni
          Lamberto   4 dicembre 2016 at 17:19

          Prova a pensare ad un abile storyteller. Perché ti colpisce? Mettiamola giù così: è abile nel raccontare una storia e trovi emozionante quello che dice. Le emozioni che provi retroagiscono sul contenuto al punto da fartelo sentire fin sotto la pelle. Ora, in una narrazione l’intreccio e le vicissitudini dell’eroe hanno il compito di attivare le nostre risposte emotive.

          Rispondi
  29. Nicola   4 dicembre 2016 at 11:10

    Articolo lunghissimo, forse troppo. Ma credo di aver capito l’intenzione dell’autore di andare contro la banalizzazione del web. In questa prospettiva ho apprezzato l’intervento. Mi riserbo una piccola critica: la creatività è uno dei temi più gettonati dalle aziende, moda inclusa. Esiste una vasta bibliografia che lo tratta. Su questo aspetto ho trovato l’articolo superficiale. Suggerirei a tutti, ad esempio, il libro di Edward De Bono, Creatività per tutti (Bur). Ma c’è ne sono tantissimi altri. Ne cito un’altro che ho letto con profitto: Creatività in azienda del Sole 24 ore.

    Rispondi
    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   6 dicembre 2016 at 07:29

      Il mio intervento aveva come tema l’uso della parola/concetto “creatività” nei discorsi quotidiani, con una particolare attenzione al contesto moda. Nel testo, di passaggio, ho segnalato l’ampia diffusione di libri e interventi che tramite tecniche più o meno ingegnose, promettono un aumento del pensiero creativo tra i manager nelle aziende. Si tratta di un argomento complesso, che meritava una analisi approfondita che, qualora l’avessi introdotta, avrebbe appesantito oltremisura, un testo già fuori dimensione rispetto gli standard del web. Tieni presente però che l’epistemologia di questi libri che promettono di trasformare la mente di soggetti burocratizzati (annichilita da schemi ripetitivi, da abitudini, etc.) in una prospettiva creativa, è più o meno sempre la stessa: Palo Alto, Gregory Bateson, PNL e pillole di neuroscienze. Soprattutto la Programmazione Neuro Linguistica è stata la pseudo scienza che ha fornito a personaggi come De Bono le basi per i suoi interventi, certo non privi di ingegnosità, che puntavano a valorizzare un approccio nuovo ai problemi aziendali. Si tratta di una disciplina a dir poco molto controversa sia nei suoi fondamenti e sia per la brutale l’applicazione dei suoi principi, effettuata nel nome di innesti formativi che promettevano desiderabili miglioramenti a livello di reattività mentale dei soggetti. La diffusione dei suoi protocolli, diffusa in un numero incredibile di corsi, seminari, conferenze è cominciata tanti anni fa col successo delle teorie di Alex Osborne, raccolte nel suo best seller: L’arte della Creativity (Franco Angeli), oggi considerata un “classico” su questo argomento. Il massimo e più famoso divulgatore delle teorie raccolte sotto l’etichetta di Programmazione Neurolinguistica (PNL) è stato sicuramente Robert Dilts, soprattutto grazie al suo famoso libro: “Apprendimento Dinamico” (Astrolabio). Il successo di questi due studiosi tra i manager e i formatori d’assalto è stato almeno pari alla noncuranza che hanno ricevuto dagli interpreti più rilevanti delle discipline dalle quali vampirizzano frammenti del sapere serio, di solito proposti in un rassicurante stile assertivo, utilizzati come fondamenti per le loro discutibili applicazioni pratiche.

      Rispondi
  30. Federico   4 dicembre 2016 at 17:43

    Vorrei segnalare il libro di Federico Montanari, “Territori creativi” edito da Egea. Contiene un excursus su tutte le teorie e le tecniche che nell’ultimo mezzo secolo hanno funzionato da supporto per la cultura aziendale. È importante anche per la bibliografia che propone.

    Rispondi
  31. Elena PP   4 dicembre 2016 at 22:57

    Per secoli la creatività è stata vista come un potenziale che potevano avere solo poche persone. Oggi invece possiamo affermare che è una capacità comune agli essere umani.
    Essere creativi significa rompere le regole esistenti per crearne delle altre migliori.
    Infatti più che una dote del carattere la creatività rappresenta un modo di rapportarsi alla realtà, di concepire e vivere la vita.

    Rispondi
  32. ilaria P   5 dicembre 2016 at 09:30

    La pura creatività non serve molto, c’è bisogno anche di un po di ingegno per creare, cambiare, inventare. La creatività è in tutto ciò che ci circonda, bisogna solo imparare ad estrapolarla eliminando la paura e tralasciando la morale.

    Rispondi
    • Elisa M   6 dicembre 2016 at 14:57

      Cara Iaria, le conseguenze del tuo ragionamento sono che gli atti creativi devono per forza essere immorali. Avrei molti dubbi su questo.

      Rispondi
      • Marta P   7 dicembre 2016 at 10:30

        Cara Elisa, per me non hai capito cosa voleva dire Ilaria. Per me non voleva dire che la creatività deve essere immorale. Voleva dire che a volte per essere creativi dobbiamo sospendere i nostri giudizi morali.

        Rispondi
        • Luciano   7 dicembre 2016 at 13:09

          Michelangelo era molto religioso. La sua moralità non gli ha certo impedito di creare un capolavoro assoluto come gli affreschi della Sistina!

          Rispondi
  33. Valentina P.   6 dicembre 2016 at 16:44

    Ci sono persone più portate alla creatività di altre, ma non vuol dire che altre non possano impegnarsi nell’esserlo.
    La frase che cita Arthur Koestler “sommare due più due ottenendo cinque”, ha sempre dato alla logica qualcosa di immaginario, di creativo che solo poche persona ormai possono comprendere sul serio.
    Dobbiamo tutti dare spazio alla creatività, per poi liberarci a nuovi orizzonti da noi partoriti.

    Rispondi
  34. paolo z   8 dicembre 2016 at 16:48

    Testo originale e ricco di contenuti. Mi chiedo se l’autore lo considera creativo.

    Rispondi
  35. Chiara P   8 dicembre 2016 at 17:09

    Penso che tutti noi siamo capaci di aprire una pagina internet e scrivere creatività leggendone il significato-“Capacità produttiva della ragione o della fantasia, talento creativo, inventiva”-
    La creatività segue il pensiero laterale; il processo attraverso il quale la mente è in grado di mettere insieme informazioni per produrre nuove idee, diverso dal pensiero verticale, in grado di produrre e combinare informazioni attraverso la logica.
    Siamo tutti creativi. Viva la creatività. Viva la fantasia. Viva tutto ciò che è vivo.

    Rispondi
    • Federico R   9 dicembre 2016 at 16:02

      Se do retta a Chiara arrivo a concludere che basta mettere insieme in modo illogico delle informazioni per essere creativo. Io penso che non basti. Sarebbe troppo facile.

      Rispondi
      • Luciano   10 dicembre 2016 at 12:39

        Immaginiamo di imparare a memoria la definizione di creatività fornitaci da Chiara e di ripeterla come un mantra. Dopo possiamo dichiararci creativi? Io penso di no! Sapremo almeno riconoscerla? Ho dei dubbi.

        Rispondi
  36. Sara P   12 dicembre 2016 at 11:53

    La creatività è un dono presente in tutte le persone e come in tutte le cose c’è chi è più portato e chi meno portato. La creatività si esprime in tanti modi differenti: è un termine che indica la capacità di creare o inventare ma anche saper unire elementi esistenti con connessioni nuove, rompere quindi regole già presenti per crearne delle altre migliori.
    La creatività è per me trovare il coraggio di esprimersi mediante un proprio modo di considerare la realtà stessa. Insomma, creatività è far diventare reale una fantasia.

    Rispondi
    • Antonio Bramclet
      Antonio   12 dicembre 2016 at 20:41

      Se credessi possibile definire la creatività accetterei le parole di Sara come un vangelo. Sono d’accordo con lei nel sottolineare l’importanza del coraggio. Di solito sottovalutiamo questo aspetto delle persone creative,

      Rispondi
  37. Ausilia P   14 dicembre 2016 at 19:04

    Per secoli la creatività è stata vista come un potenziale divino consegnato a pochi eletti. Oggi invece siamo in grado di affermare che tale capacità non è affatto innata: chiunque la può imparare, con più o meno impegno. È certamente innegabile che vi siano persone più portate, ma come la matematica può essere compresa ed applicata con un po’ di studio e d’impegno, così l’approccio creativo si può imparare ed utilizzare. I risultati non saranno uguali per tutti: coloro che hanno la capacità (innata) di essere più in sintonia con l’emisfero destro del cervello troveranno più familiare utilizzare questo approccio. Agli altri rimane l’impegno, la pratica ed un po’ di esercizio.
    La creatività può originare qualcosa di nuovo in assoluto o ricombinare e riorganizzare elementi appartenenti ad ambiti differenti, inoltre riveste un ruolo centrale tanto nella ricerca di soluzioni originali ed innovative (problem-solving) quanto nell’analisi e relativa ottimizzazione di situazioni e processi complessi (problem-making).
    Più che una dote del carattere, la creatività rappresenta una “forma mentis”, un modo di rapportarsi alla realtà, di concepire e vivere la vita

    Rispondi
  38. Roberto d   15 dicembre 2016 at 10:27

    Mi è piaciuto il commento di Ausilia. Lo trovo molto di buon senso. In particolare perché rende la creatività una responsabilità per tutti quelli che non si accontentano del quotidiano. Aggiungerei che oggi la creatività ė fondamentale per permettere alla moda di sfuggire dalla uniformità della globalizzazione degli stili. Mi è piaciuto anche il finale dell’articolo: le scuole devono guardare meno al passato e aprirsi al futuro.

    Rispondi
  39. Stefano   15 dicembre 2016 at 11:59

    Scusate vorrei dire una cosa. Ho fatto numerosi stage in aziende della moda. Ho visto come funziona la cosiddetta creatività. Nella prima azienda nella quale facevo praticamente il cameriere, c’era uno stilista che decideva tutto; gli altri dovevano eseguire. Nella seconda, più grande della prima, esisteva un ufficio creativo che faceva progetti, ma decideva tutto il marketing che era a stretto contatto con il proprietario. Ho partecipato a tante riunioni e posso dire che i creativi erano veramente frustrati. Quasi mai difendevano le loro idee. Si limitavano a scuotere la testa o a rimanere in silenzio. Non avevano argomenti? Non l’ho capito. Nella terza azienda, quella nella quale avrei voluto rimanere, sembravano tutti matti. Persino la segretaria del capo commentava ad alta voce i nuovi progetti. Le riunioni erano delle battaglie. I due stilisti e il responsabile marketing se le davano di santa ragione. A volta vincevano loro altre volte gli uomini prodotto. Però mi sono accorto che l’idea creativa in entrata non era mai uguale a quella realizzata. Ma soprattutto i creativi erano sempre coinvolti sia all’inizio che alla fine. All’inizio pensavo di essere capitato in una gabbia di matti. Però devo riconoscere che la costante tensione dava i suoi frutti. Sono passati due anni e parlando con persone che ci lavoravano ho saputo che le prime due aziende nelle quali ero stagista sono fallite o quasi. La terza terza invece si è ingrandita e esporta tantissimo. Tutte erano a loro modo creative. Ma nella terza c’era qualcosa di diverso. Sono tre modi della creatività? Oppure nella terza c’erano altri fattori?

    Rispondi
  40. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   16 dicembre 2016 at 08:52

    Entrambe le ipotesi implicite nelle tue domande sono plausibili. Nei tre casi che hai descritto troviamo uno specifico posizionamento della creatività (C):
    1. L’idea che (C) arrivi e si decida essenzialmente in un “inizio”; 2. L’idea che (C) sia la forma finale; 3. La (C) efficace sta nel mezzo.
    Io propendo a pensare che sia “il terzo modo” ad essere interessante, perché presuppone una visione del processo creativo come work in progress nel quale si intravedono momenti di integrazione di intelligenze eterogenee. Tieni presente che non stiamo parlando di un quadro, bensì di progetti moda fatalmente complessi.

    Rispondi
  41. Sara S. PP   30 dicembre 2016 at 15:26

    La creatività è ciò che ci permette di trasformare in straordinario l’ordinario. È una cosa innata, che ognuno di noi ha, in piccole o grandi dosi. Ogni stile di vita, anche quello più “noioso”, è, in sé per sé, creativo.
    Chiunque creda che la creatività si possa imparare, studiare sui libri di scuola, sbaglia, poiché essa è implicita, intrinseca, nell’essere umano: può essere sfruttata in minor o maggior modo, può essere allenata, ma, sicuramente, non si può apprendere dall’esterno, poiché, non essendo un aspetto oggettivo,essa si diversifica in ognuno di noi e, se fino a prova contraria ogni essere umano è diverso, non si può parlare di una sola creatività, ma di più creatività, le quali sono diverse per ognuno di noi.

    Rispondi
  42. Marina PP.   5 gennaio 2017 at 16:00

    Per me la creatività è quella marcia in più che rende una persona geniale rispetto agli altri. Tutti la posseggono, ma pochi sanno come esprimerla al meglio. Ti dà la possibilità di creare cose mai viste o di vedere le cose da punti di vista diversi.
    Nella stessa parola creatività c’è il termine creare, creare qualcosa che possa risolvere problemi, che possa emozionare. È combinare cose diverse tra loro per ottenere qualcosa di inedito, esplorare, fare esperimenti, leggere tra le righe.
    È quel continuo cambiamento che si attua quando si è stanchi di qualcosa, quando si cambia modo di pensare e ciò ci ha portato, porta e porterà al progresso.
    Ma una cosa che non tollero è che oggi spesso la creatività viene scambiata con altro o il suo valore viene sminuito. Viviamo in una società dove viene valorizzata solo la creatività di persone celebri o di persone che hanno avuto modo di esporla a un tot di persone; però bisogna anche dire che spesso si sbaglia a tenersela tutta per se stessi.

    Rispondi

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