Lee Miller, la surrealista

Lee Miller, la surrealista

BOLOGNA. A Palazzo Pallavicini, fino al 9 giugno 2019, nella mostra “Surrealist Lee Miller” si potranno ammirare le foto di una donna fuori dall’ordinario, autrice nel campo della fotografia di opere che meritano di essere collocate tra le esperienze visive più originali degli anni trenta e quaranta del novecento.

La retrospettiva bolognese sulle opere di uno dei personaggi mitici della scena artistica parigina tra la seconda e la terza decade del novecento è stata concepita dal Antony Penrose (1947), il figlio di Lee Miller (1907-1977) e Roland Penrose (1900-1984), secondo marito della fotografa, pittore, poeta e scrittore, autore di apprezzabili biografie critiche su Picasso, Mirò, Man Ray, ma anche raffinato collezionista di artisti che in qualche modo si riconoscevano nell’esperienza surrealista. Probabilmente fu anche grazie a Roland Penrose se l’arte surrealista trovò un pubblico di devoti ammiratori in Inghilterra.

Dall’inizio del terzo millennio la casa di Roland e Lee nell’East Sussex, è divenuta una sorta di museo nel quale si trovano conservati i Lee Miller Archives e i documenti, molte opere appartenenti al marito. Naturalmente nella Farleys Farm House è stata ricavata una Gallery nella quale i turisti possono fruire di una scelta temporanea delle opere sia di Lee che di Roland unitamente a quelle degli amici surrealisti.

Da tempo, Antony Penrose, erede e responsabile di un giacimento culturale ragguardevole, è impegnato a mantenere vivo l’interesse per il lavoro intellettuale e artistico dei genitori. In particolare per l’importante contributo che Lee Miller ha dato alla fotografia. E non c’è modo migliore per tenere vivo il ricordo di una donna fuori dall’ordinario, dal far circolare tra pubblici che ne hanno perso la memoria o addirittura non conoscono le opere, mostre itineranti che raccontano con l’evidenza di immagini ben scelte, un’avventura artistica e umana che non teme confronti con nessun altro soggetto femminile di quella generazione di mia conoscenza.

L’evento espositivo a Palazzo Pallavicini è dunque un eccellente esempio di come si deve agire per non dissipare la memoria, il valore delle opere e il contenuti artistici di autori che rischiano di essere ricordati, celebrati dai media più per le vicissitudini di vite quant’altro mai avventurose, trasgressive se non controverse, piuttosto che dalla valenza formale delle immagini prodotte nel corso della loro carriera.

La rassegna di fotografie scelte da Antony Penrose, contenute nella mostra “Surrealist Lee Miller”, sono ovviamente una piccolissima parte delle immagini prodotte dall’autrice. Ma delineano un percorso che attraversa quasi tutte le fasi salienti della sua vita. Mancano le foto commerciali e sono pochissime quelle strettamente vincolate all’ideologema fotografico della moda. Probabilmente perché, a prescindere dal loro valore storico, sono fatalmente le più condizionabili da editori, art director e sponsor. Lee Miller era soprattutto una persona che amava la libertà e con una determinazione rara tra le donne della sua generazione, agiva e viveva rivendicando per sé le prerogative che in quei giorni erano tipiche degli uomini. Per restituirci l’ombra dello stile di vita e di pensiero, difeso con intelligenza e coraggio dall’autrice, stile che attraversa molte delle sue immagini, Antony Penrose, ha scelto scatti che lasciano percepire la libertà dello sguardo della madre sia di fronte a oggetti, a corpi, a paesaggi, e sia davanti a eventi drammatici come il famoso reportage dai lager di Buchenvald e Dachau, nei quali per prima si recò per documentare la spaventosa propensione all’orrore che il nazismo aveva istillato in una forma di vita culturalmente evoluta che discendeva da Kant, Goethe, Mozart, Beethoven.

La struttura di senso che connette la narrazione dominante delle immagini in oggetto, viene giustamente enfatizzata nel titolo della mostra. L’idea di fondo, evidentemente, è che Lee Miller nel corso della sua carriera, non abbia mai perso la propensione a cogliere nel reale (intendetelo in questa sede semplicemente come ciò che sicuramente esiste e viene ripreso dall’obiettivo), un punto di fuga surrealista.  Con questa parola/concetto, entrata nella seconda metà del novecento nel lessico popolare (surreale è divenuto un aggettivo comune sia tra gli adolescenti che tra gli adulti), ci si riferisce a situazioni, oggetti, opere che ci appaiono strane, misteriose forse un po’ inquietanti. Ma oltre a queste tecniche di straniamento di elementi che fanno entrare in conflitto i “contenuti attesi” presupposti dall’ordine normale delle cose, con qualcosa d’altro, io credo che Antony Penrose abbia voluto farci capire che il surrealismo di sua madre era anche, per certi versi, uno stile di vita e di pensiero.

Nella bella biografia che le dedicò ( The Lives of Lee Miller, Thames & Hudson, 1988), ripresa in parte nell’elegante e godibilissima sintesi proposta nel catalogo della mostra bolognese, Antony Penrose ci racconta in modo convincente quanto la vita trasgressiva della madre negli anni della giovinezza fosse in realtà comune tra la maggioranza degli artisti e intellettuali della cosiddetta Avant-Garde che animava la scena parigina tra le due grandi guerre. Il connubio tra arte e vita nel nome di una avversione radicale alle convenzioni di vita borghese, di fatto sperimentava modi di relazione e un concetto di libertà individuale, probabilmente sopravvalutato e ambivalente nei suoi effetti, ma molto vicino all’insieme dei valori che oggi molti di noi considererebbero irrinunciabili. È altresì vero che in quella generazione di intellettuali artisti, lo stile di vita trasgressivo era declinato soprattutto al maschile. Ma su questo terreno Lee Miller fu una coraggiosa e leale partner, poco incline a negoziare in perdita i suoi legittimi desideri di reciprocità. Voleva per sé le stesse prerogative degli uomini ai quali si legava, e favorita dalla sua sessualità per certi aspetti tipicamente maschile, ma incapsulata in un corpo che promanava frequenze di sex appeal micidiali, sapeva benissimo come difenderle. Bisogna aggiungere che la sua aggressività erotica non aveva nulla di violento. Era certo cosciente del potere del suo fascino, ma metteva sempre il chiaro con chi incontrava, le sue regole. Ho il fondato sospetto che se oggi Lee Miller per un pubblico femminile giovane sta divenendo un vero e proprio mito, questo dipenda soprattutto dalle sue vicende esistenziali che fondono il fascino di una bellezza libera di volare là dove la portavano le passioni, con i drammi le tragedie che punteggiano le vite di noi umani, rendendo struggente il romanzo di una vita. Tuttavia la mitizzazione può facilmente farci perdere di vista la reale valenza di Lee Miller come fotografa, artista e preziosa testimone del suo tempo. Ecco perché eventi come la mostra di Bologna risultano decisivi per permetterci di penetrare nelle nebbie del mito e ottenere una più profonda percezione del valore degli “oggetti” che certo hanno fatto parte della vita dell’autrice, ma che ora sono opere autonome che dialogano con il nostro tempo, ci invitano a misurarne la valenza, lo spessore, la qualità, la testimonianza storica. Tuttavia nel caso di Lee Miller, l’avrete capito spero, è complicato separare le sue opere dalle vicissitudini esistenziali alle quali andava incontro. Per una donna, soprattutto se molto bella, a quel tempo, era difficile fare carriera nell’arte, nella moda, in società, solo con il talento e le competenze tecniche. Bisognava essere accettate nel mondo degli uomini di successo e di potere. Diciamo che Lee Miller era particolarmente dotata nel primeggiare in questa lotta per potersi sentire libera, indipendente, creativa. Guardando le foto in mostra, in certi momenti mi è sembrato di vedere l’estensione fotografica di questa lotta.

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Lee Miller a Parigi

Le prime immagini della mostra documentano l’attività della fotografa negli anni in cui il Surrealismo stava arrivando all’apice delle tendenze artistiche d’avanguardia.

Uno degli agitatori più famosi del movimento era certamente Man Ray, di ascendenza dadaista, in quei giorni artista di altalenante successo economico, divenuto un fotografo molto apprezzato, disponibile a collaborazioni commerciali soprattutto per sbarcare il lunario. Naturalmente, oltre ai ritratti di persone famose e alle collaborazioni con riviste di Moda disponibili a pagarlo, in studio applicava al mezzo fotografico le tecniche stranianti tipiche delle sperimentazioni artistiche. Per farla breve, anche se il mercato non apprezzava più di tanto i suoi oggetti artistici, Man Ray era famoso e molto considerato da chi si riconosceva nel paradigma estetico surrealista. Lee Miller, nel 1929, da poco arrivata a Parigi da New York, ebbe modo di vederlo in un bistrò e chiese subito al suo accompagnatore di presentarli. E così Edward Steichen, celebre fotografo di Vogue, introdusse una delle donne considerate più attraenti al mondo, all’artista bohémienne il quale dopo i convenevoli, probabilmente già un po’ alticcio, rispose alla richiesta di poter diventare una sua allieva, con uno stupefacente, mi spiace ma non ho mai avuto apprendisti e non ne sento il bisogno, inoltre domani partirò per Biarritz per un servizio fotografico e quindi per un po’ sparirò da Parigi. A queste parole Lee Miller rispose con un esilarante, benissimo, credo che anch’io domani partirò per Biarriz…sapete tutti come andò a finire e se non lo ricordate ve lo sintetizzo: la giovane americana divenne sua allieva, modella, musa, collaboratrice, amante, compagna di divertimenti erotici e chissà quante altre cose ancora che Man Ray non in quel momento poteva intuire, ma che scoprì dopo pochi anni quando Lee Miller lo lasciò. Come tanti ardenti adepti della libertà sessuale, ovvero della separazione netta tra piacere erotico e sentimento amoroso, Man Ray finì per innamorarsi come un ebete, divenne orribilmente geloso e soffrì come mai aveva provato nel corso della sua esistenza, quando perse la persona che evidentemente amava di quell’amore che il suo stile di vita e di pensiero avevano con accanimento denegato. Mi fa obbligo aggiungere che Lee Miller era una persona leale. Probabilmente non gli aveva mai nascosto di non essere innamorata quanto lui e che per lei il sesso era una divertente forma d’entertainment tra persone libere di scegliere. D’altronde leggendo la biografia di Antony Penrose si comprendono benissimo le ragioni per cui Lee Miller poteva avere uno scetticismo di fondo verso l’innamoramento romantico. A 7 anni fu violentata da uno sconosciuto che le attaccò la gonorrea (lo scolo). Fu una dolorosa tragedia che non poteva non lasciare tracce nello sviluppo. Secondo Antony Penrose, fu lo psichiatra al quale fu affidata nella prima adolescenza a raccontarle la storiella che l’amore fisico era tutto sommato poco più di una sudaticcia, divertente attività fisica, da non confondere con il vero amore. Probabilmente, il buffone ammantato di pseudoscienza, era in buona fede. In altre parole cercava di cauterizzare il trauma, con una storiella che aveva come fine rassicurare la piccola Lee sul fatto che l’incidente non le avrebbe precluso le esperienze che tutte le ragazze sognano. E infatti, seguo a mio modo l’autore, la troviamo nell’età dei primi amori, con il suo ragazzo in gita al lago, mentre solcano tête-à-tête le acque in barca. Non so cosa successe ma il principe azzurro cadde e annegò. Una tragedia, immagino. Successivamente Lee ebbe l’opportunità di ritornare a Parigi ( sulle probabili ragioni dirò qualcosa più avanti). Mentre il transatlantico lasciava il porto di New York, al suo nuovo fidanzato, ma forse era solo un ardente ammiratore, venne l’idea di salutarla con un coup de theatre da album dei ricordi, volteggiando in aereo intorno alla nave per lanciarvi delle rose rosse. Per qualche ragione rimase ucciso. Chissà, forse dopo qualche strambata troppo audace il furbacchione si sfracellò in mare. Comunque sia andata, come scrive benissimo Antony Penrose, a Parigi arrivò una ragazza che aveva avuto una prima giovinezza fuori dall’ordinario e non proprio con lo spirito incline a innamorarsi seriamente. Aggiungo pure che Man Ray non era certamente un adone. Bassotto, inelegante, bruttino, scorbutico almeno quanto Lee era alta, bella, elegante, con quella classe che un tocco di anticonformismo o, se volete, di volgarità, rende praticamente irresistibile. Penso tentasse in ogni modo di ingabbiarla per farne il proprio esclusivo oggetto erotico. Non ci riuscì e come ho già detto sopra, se ne innamorò perdutamente. Quando lei lo lasciò soffrì come una bestia (ma è proprio vero che le bestie soffrono così tanto? Più di noi? Ne dubito. Ma cosa volete farci, è questo il modo di dire popolare secondo me più vicino a quello che Man Ray deve aver provato), fece per un po’ le solite teatrali sciocchezze che fanno tutti. Ma poi elaborò il lutto e gli rimase amico fraterno per tutta la vita.

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Se dal punto di vista della relazione erotica, anche nei momenti più travolgenti o trasgressivi, decidete voi la parola, il lavoro dell’inconscio di entrambi lavorava per minare il rapporto, dal punto di vista professionale invece, la complicità sembrava quasi perfetta. Al punto che riesce difficile distinguere le loro foto. Tuttavia, anche tenendo conto del fatto che molte delle immagini create da Lee Miller finivano con l’essere firmate da Man Ray (in definitiva quello che aveva un “nome” spendibile sul mercato era lui), mi sembra invece di poter attribuire a lei, sguardi e tagli caratterizzati da una maggiore durezza, quindi da un approccio severo a volte crudele all’objet trouvé, noto stilema surrealista. Le foto del seno reciso da operazione chirurgica in un piatto, pronto per essere consumato, quella degli zoccoli, scarpe e catrame, esposte a Bologna, rimandano alla semantica olistica alla quale alludevo. Anche il ritratto che Lee Miller fece al suo “maestro” nel 1929 (fig.2), a mio avviso rivela lo sguardo freddo della fotografa, la sua raggelante grazia. L’elemento casuale della schiuma da barba, conferisce al volto una pietrificazione già di per se drammatizzata dal profilo di Man Ray. La tentazione di percepire in questo ritratto le ambivalenze del loro rapporto è forte, ma probabilmente fantasiosa. Secondo Juliet Hacking (“I grandi fotografi”, Einaudi, 2015), era opinione diffusa nell’ambiente artistico-bohémienne parigino che il ruolo di musa stesse stretto a Lee, finendo col divenire “…un elemento fondamentale nella decisione di lei di mettere fine alla loro relazione nel 1932”. Nessuno può sostenere con ragionevole certezza che Man Ray abbia inibito le aspirazioni di Lee Miller. Comunque il concetto di ambivalenza a questo punto mi pare appropriato. È tipico del forte coinvolgimento passionale oscillare da un atteggiamento di grande apertura e rispetto per “l’altro” a meschinerie grandi o piccole a secondo delle circostanze. Nei suoi diari Man Ray scrive che considerava Lee un’artista della fotografia. Questo non esclude però che ne temesse l’autonomia e l’eventuale successo. Con il senno di poi, e le immagini esposte a Bologna lo confermano, si può sostenere che Lee Miller era senz’altro la fotografa surrealista più talentosa e geniale della sua generazione. A mio avviso solo Dora Maar (1907-1997), per circa 8 anni musa e amante di Picasso, si avvicina alla qualità delle opere di stretta osservanza surrealista di Lee, create negli anni in cui era legata a Man Ray.

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Il fascino dell’oriente

Tornata a New York, Lee Miller si immerse immediatamente da protagonista nel mondo modaiolo che gravitava intorno a Conde Nast e la rivista Vogue. Molte donne ricche, famose e influenti ambivano essere ritratte da un’altra donna circondata da un’aura leggendaria bellezza, esperienza, anticonformismo. Ma la loro adesione non era sufficiente a reggere i costi dello studio che Lee Miller aveva aperto a Manhattan. I compensi delle foto pubblicitarie e di moda, che riceveva, non erano parametrati alla sua bravura. Anche se New York stava reagendo bene alla famosa depressione del ‘29, Lee poteva fare ben poco per difendersi dai pregiudizi maschili nei confronti delle donne fotografe. In realtà l’élite imprenditoriale che gravitava intorno al lusso e alla moda, tutti maschi, la vedeva soprattutto come una bellissima ragazza e consideravano il suo lavoro di fotografa come il patetico tentativo di una giovane ambiziosa di fare concorrenza ai più quotati colleghi maschi. Insomma, volevano Lee Miller ai loro party; la adoravano, ma del suo talento fotografico sostanzialmente se ne fregavano. Era difficile, in queste condizioni, reggere i costi crescenti del suo Studio. Dopo pochi anni Lee risolse il problema suo modo, lasciando di stucco tutto il bel mondo newyorkese. Le cose andarono all’incirca in questo modo. Quando tornò a New York, fu presto raggiunta da un ricco uomo d’affari egiziano, Aziz Eloui Bey, che aveva conosciuto a Parigi e, senza dubbio, lui si era subito innamorato di lei. Ovviamente a New York si frequentarono con maggiore intensità, visto che il rompicoglioni Man Ray era fuori gioco. Nel 1934,  decisero di sposarsi e di andare a vivere al Cairo. Naturalmente pur provando a recitare il ruolo di donna ricca e felicemente sistemata, Lee continuava ad essere fondamentalmente una artista inquieta, una donna dalla curiosità esplosiva. Aziz certamente conosceva il carattere della moglie e non ho dubbi che ben lungi dal confinarla nella sua ricca casa, si prodigasse in frequenti viaggi in Europa, offrendole come destinazione tutte le località di vacanza frequentate dal bel mondo. Ma era solo una questione di tempo. Dopo qualche anno Lee lo lasciò. Può sembrare bizzarro, ma nell’arco del periodo funestato da un matrimonio che Lee aveva accettato senza averne la disposizione, non c’è niente di più noioso e soffocante di un marito che ti adora senza limiti, per giunta in una città come Il Cairo, certamente lontana dalla eccitante vivacità intellettuale di Parigi o New York, può sembrare strano dicevo, ma Lee Miller riuscì a produrre fotografie che reputo straordinarie. Per certi aspetti, superiori a quelle del periodo di stretta osservanza surrealista. In mostra a Bologna ho potuto ammirarne un discreto numero. Le più rappresentative del suo stile, a mio avviso sono Portrait of Space (1937) e From the top of Great Pyramid (1937).

Come funziona il dispositivo visivo col quale le immagini di Lee cercano l’innesco con il nostro sistema cervello-mente?

Il contenuto delle foto diviene il pretesto che, e lo dico con le parole di Susan Sontag, funziona da “esca che impegna la coscienza in processi di trasformazione essenzialmente formali” ( Sullo Stile; in “Contro l’interpretazione”, 1964). Se cooperiamo con Lee Miller, ovvero cerchiamo di essere sensibili al modo in cui vuole farci vedere qualcosa di deviato rispetto al contenuto immediato degli oggetti presi nel campo fotografico, allora, anche se troviamo difficile classificarlo con una etichetta verbale, progressivamente si fa largo l’impressione di poter riconoscerne le stigmate di uno stile individuale. Ritengo scontato inoltre, ritrovare in quei paesaggi l’impronta dello sguardo surrealista. Non credo sia in discussione il fatto che Lee Miller, anche quando affrontava generi fotografici diversi dalle sperimentazioni artistiche, rimanesse fedele ad alcuni principi base del surrealismo. Ma, occorre considerare che, nel preciso momento in cui questa categoria estetica diviene una metafora troppo diffusa, rischia di annullare lo spazio di autonomia formale ed espressiva, necessarie per l’identificazione di una singolarità creativa. Lontana da Man Ray e dall’enclave parigina di artisti surrealisti, Lee Miller guidata da una volontà o desiderio di oggettivare il proprio modo di catturare quel qualcosa che solo lei poteva sentire, affrontò l’atto fotografico all’insegna di un (sur)realismo translucido, che le permetteva di essere una inconsapevole reporter e al tempo stesso una artista. È chiaro che sto proponendo una congettura, una ipotesi forte, che risponde alla domanda nata dal confronto con le immagini in oggetto, domanda implicata dal riconoscimento dell’emersione del suo stile.

Ho messo tra parentesi sur per suggerirvi che per me il problema di Lee era, ogni tanto, narcotizzare quella sorta di pilota automatico che aveva nel cervello, chiamatelo pure “sguardo surrealista”, per resistere alla trasfigurazione onirica del dato reale. L’aggettivo translucido significa che tra gli oggetti ripresi dallo scatto, come quando in presenza di un corpo trasparente intravediamo qualcosa al suo interno, oltre alle significazioni immediate alle quali rimandano, diventano per noi fruitori, la rappresentazione oppure, come dice la Sontag, la scenografia della volontà dell’autore che informa uno stile.

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Fotografare l’orrore

Mi sono fatto l’idea che Lee Miller per reggere a lungo la bontà, la gentilezza, le attenzioni del marito e la noiosità della vita al Cairo, avesse bisogno di cambiare aria spesso. Aziz lo sapeva e si prodigava in tal senso. Non poteva sapere però che proprio in uno di questi viaggi la moglie avrebbe incontrato l’uomo con il quale reinventarsi una vita. Accade nel 1937, quando Lee lo convinse che aveva bisogno di trascorrere senza di lui le vacanze estive in Francia, accompagnata da una governante di casa. Sembra che appena sbarcata nell’albergo di lusso della località prescelta, la sera stessa al ristorante, fu presentata a Roland Penrose, destinato a divenire nel 1947 il suo secondo marito.  L’aristocratico artista inglese, tanto per cambiare, si innamorò immediatamente di Lee. Non credo che abbiano perso troppo tempo in preliminari come corteggiamenti, civetterie e altre stronzate di questo tipo. Divennero subito amanti. Praticamente passarono tutta l’estate insieme. Poi tornò dal marito, mantenendo una fitta corrispondenza con Ronald. I retroscena non li conosco e nemmeno mi interessano dal momento che ad essere veramente importante è l’inevitabile separazione da Aziz (formalmente fu sancita dal divorzio nel 1939) e il fatto che Lee andò a vivere con Roland in Inghilterra. Sotto determinati rispetti, so bene che il comportamento di Lee Miller potrebbe essere interpretato come quello di una inaffidabile stronza. Ma ancora una volta invito il lettore a riflettere su cosa significassero per Lee, la libertà sessuale e il sentimento che chiamiamo amore. Per tante ragazze americane ed europee, soprattutto le prime, privilegiate come lei, gli anni venti del novecento sono paragonabili ai nostri anni sessanta. Una vita libera e indipendente era prioritaria rispetto a scelte stabilizzatrici dell’identità come il matrimonio, la famiglia, essere madre…Ovviamente a quei tempi occorrevano delle precauzioni, un certo grado di discrezione per proteggersi dalle chiacchiere, dai bigottismo, dalle ipocrisie causate dai macropoteri che condizionavano la vita, quasi per intero declinati al maschile. Lee, fin da giovanissima aveva sperimentato sulla sua pelle, l’ambiguità dall’atteggiamento dei maschi, anche di quelli che si consideravano evoluti, e con la sfrontatezza permessa dal premio biologico avuto in dote, aveva venduta cara la pelle, a rischio di apparire un po’ svitata. Aziz era affascinate, raffinato, devoto, ma anche notevolmente più vecchio di lei. Probabilmente era cosciente che il privilegio di avere a fianco una delle donne più chic in circolazione era già in sé un valore. Per contro, Lee aveva bisogno di protezione, non era facile per una donna mantenere un livello di vita alto con i guadagni da fotografa, lei lo aveva ben presente e di conseguenza amava e rispettava suo marito a suo modo, cioè mettendo ben in chiaro i principi non negoziabili ai quali si atteneva, tra i quali non rientrava certo la fedeltà coniugale di stampo tradizionale. Come vedremo anche con Roland Penrose manterrà lo stesso atteggiamento.

In Inghilterra Lee Miller si mise di nuovo sotto contratto con varie edizioni di Vogue per servizi fotografici di moda e commerciali. Nel frattempo era scoppiata la guerra, il suo amante/fidanzato, noto tra le altre cose per essere un esperto di camouflage, partì come volontario col grado di capitano per insegnare tecniche di mimetizzazione che servivano per proteggersi dai nemici. Camouflage è una parola di origine francese che unisce camuffare e maquillage, quindi significa “nascondere qualcosa con un trucco”. Roland Penrose come artista utilizzava spesso queste tecnica per le sue opere e scrisse per l’esercito anche un manuale intitolato: Home Guard Manual of Camouflage (1941). La guerra partì male per gli inglesi che presto vissero l’incubo dell’invasione nazista. Il lavoro di Roland Penrose come istruttore/inventore di camouflage militari era molto più importante di quanto possa immaginare chi conosce la guerra solo dai film. L’arte di nascondersi al nemico è infatti una tattica raffinata e ingegnosa in grado di ribaltare le forze in campo. L’impegno di Roland era commisurato allo sforzo bellico che tutta la nazione britannica stava propugnando. Rimase spesso lontano da casa, salvo qualche rara licenza, per lunghi periodi. Lee Miller, quando poteva lo andava a trovare. In una di queste occasioni ebbe modo di incontrare David Sherman, un giornalista reporter, corrispondente di guerra per la rivista Life, dallo spiccato senso dell’umorismo che, evidentemente, Lee trovò irresistibile. Come andò a finire lo potete facilmente immaginare. E Roland? Preso atto che David era innamorato di Lee accettò il ménage a trois e offerse all’americano di trasferirsi a casa sua, per aiutarla a sopportare i traumi dei bombardamenti. Fenomenale. Lo sottolineo perché personalmente sono più per l’incazzatura alla Man Ray. Non arrivo a dirvi che al suo posto, avrei preferito vedere la mia casa disintegrata da una bomba nazista, ma il solo pensiero che la mia partner giaccia nel mio letto con un altro mi fa uscire di senno.

La relazione con David Sherman a mio avviso fu decisiva per la più drammatica e gloriosa fase della carriera di Lee Miller. Io credo che detestasse il nazismo con tutta se stessa, molti suoi vecchi amici erano ebrei, e avesse maturato il desiderio di catturarne le malefatte. Per l’esercito inglese non esisteva la possibilità che una donna reporter potesse documentare l’orrore della guerra sotto la linea di fuoco. David gli suggerì un’altra strada e l’aiutò ad essere arruolata come corrispondente di guerra nell’esercito americano, più consapevole di quanto fosse importante la comunicazione di guerra per il morale della nazione. Una suggestiva foto, presente nella mostra bolognese, ci presenta un primo piano di Lee in divisa militare US, nel 1943 : non ha il volto trasognato e vagamente indifferente della modella apparsa vent’anni prima su Vogue; l’espressione del viso rimanda piuttosto alla determinazione, confermata dai biografi, con la quale affrontava una esperienza limite che le avrebbe sconvolto la vita. Dietro alla sua testa, appesa al muro vediamo una cover di Vogue in formato guerra, che ci suggerisce il brusco cambiamento della linea editoriale della rivista, impegnata a dare il proprio contributo, presentando alle lettrici reportage dai vari fronti, reportage spesso di una crudezza mai vista sulle riviste femminili. Non so dirvi se Lee Miller fosse l’unica loro corrispondente in prima linea. Ma è certo che nessuno eguagliò l’enorme numero di scatti che le riuscì di riprendere nelle situazioni più estreme, mettendo a rischio la sua vita. Se consideriamo che Lee Miller non aveva mai lavorato come fotogiornalista, la qualità del suo lavoro come fotografa di reportage è stupefacente. Per quello che ne so, tra le grandi fotografe di quel periodo che si misero in gioco documentando ciò che avveniva nelle zone di guerra, la sola Toni Frissell può reggere il paragone. Toni lavorava per la concorrenza cioè Harper’s Bazaar. Ispirata da Munkacsi, fu una delle prime fotografe a portare la moda fuori dagli studi fotografici. Era bravissima, creativa, innovativa e come succedeva a tante colleghe, compresa Lee Miller, il suo lavoro nella moda era sostanzialmente sottovalutato. Durante la guerra fece reportage di prim’ordine. Ma nelle sue foto non trovo la struggente e lucida durezza dello sguardo di Lee. Sembra che niente potesse fermare Lee da un ansia di documentare da vicino i culmini di crudeltà e orrore che normalmente fa chiudere gli occhi alla gente. Per lei, la bellezza intrisa di morte dei paesaggi devastati dalle bombe, le silenziose lacrime di uomini mutilati o già cadaveri, gli oggetti deturpati, edifici violentati, rappresentavano qualcosa che il mondo doveva conoscere per capire chi fossero veramente i nazisti.

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Tra le foto del periodo in oggetto, esposte in mostra, un feeling diverso da tutte le altre lo ritrovo nell’immagine che documenta l’incontro con Picasso, da sempre innamorato di Lee, forse non corrisposto come lui avrebbe voluto (ma con la Miller non si può mai dire), in questa foto sembrano entrambi commossi, lui le accarezza dolcemente il collo mentre la guarda felice e ancora sorpreso, lei reagisce con una nota di pudore al quale non era preparata. Siamo nel ‘44, Parigi è di nuovo libera, l’orrore sembra sul punto di finire. Non andrà in questo modo, non per Lee. La sua volontà di estrarre da quei tragici eventi ogni immagine possibile, era divenuta insaziabile. Nel 1945, dorme a Monaco da poco occupata e casualmente trova libera e abitabile la casa di Hitler. Chiunque si sarebbe eccitato per fotografarla in tutti i suoi dettagli. Ma solo Lee poteva avere la sfrontatezza, l’audacia e il geniale colpo creativo di riprendersi mentre si lava nella vasca da bagno privata del letale buffone nazista. Uno scatto che io vedo trasudare di umorismo nero, ma che forse per Lee Miller esprimeva ben altro. Il buffone in foto ritratto è lì davanti a lei; e la guarda mentre nuda si ripulisce dalle schifezze della guerra da lui voluta. Il tappeto sporcato dagli anfibi è sovrastato da una statuetta di fattura classica, appoggiata in bellavista sul tavolo. La messa in scena fa pensare a un desiderio dell’autrice di purificazione dall’orrore attraverso l’arte (il nudo, soprattutto quello femminile, è uno dei temi cruciali della storia dell’estetica occidentale in quanto simbolo di bellezza, innocenza, armonia). Al tempo stesso, abbandonarsi a un gesto che evoca lo sfregio inflitto all’arroganza di chi si riteneva invincibile, ovvero fare il bagno nella vasca personale del buffone, era un risarcimento simbolico offerto a tutte le donne che avevano perso i loro mariti, figli, fidanzati, amanti per colpa di una ideologia aberrante. Fotografare la punizione che le truppe alleate stavano infliggendo ai nazisti, non era una banale vendetta bensì un monito per i sopravvissuti di qualunque parte fossero. Mi pare questa la grandezza delle foto che Antony Penrose ha scelto per la mostra. Guardate con attenzione la faccia di Lee dentro la vasca da bagno di casa Hitler. La vedete forse felice? Perché non sorride? Perché non si riprende mentre si insapona o sciacqua le ascelle, i piedi, la passera? Perché non guarda il buffone rinviandogli l’oscenità che lui, in ben altra scala, ha inflitto al mondo? Invece il volto di Lee è serio, rivolto verso la statuetta con quasi lo stesso gesto del braccio. Io vi vedo un bisogno di creare uno spazio autonomo tra il piano di realtà e le significazioni normalmente aggregate ad essa, e l’articolazione del campo fotografico, dei suoi oggetti, tale per cui la forma fotografica ci convince più per la sua forza che per la significazione ordinaria. Come definire questo spazio tra contenuti immediati e l’organizzazione formale degli oggetti che li nega?  Nel caso di Lee Miller, delle foto in oggetto voglio dire, lo chiamerei “lo spazio del monito”, e lo penso come un “avvertimento inderogabile” strutturato non dalla linearità dei concetti bensì dal sentimento nato dalla effervescenza emotiva attivata dalla specifica organizzazione degli oggetti pregnanti inquadrati nel campo fotografico.

È chiaro che potremmo metterla giù, forse più elegantemente, in modo diverso. Per esempio come scrive Antony Penrose: “Lee osservava con occhio surrealista. In modo del tutto inaspettato, tra il reportage, il fango e i proiettili troviamo fotografie in cui l’irrealtà  della guerra assume una bellezza quasi lirica, a volte con riferimento ad altri artisti surrealisti come De Chirico. A ben riflettere, mi rendo conto che l’unica formazione rilevante per un corrispondente di guerra è essere prima un surrealista, poiché per un surrealista nulla è troppo insolito”(pag.31 del catalogo della mostra).

Non nego che in molti scatti Lee abbia cercato di sublimare il reale con il suo surrealismo. Ma non lo considero sufficiente per spiegarmi il particolare effetto delle sue immagini di guerra. Insomma, l’etichetta surrealista in questo caso funziona come un abito troppo stretto e rigido per un corpo in trasformazione. Io credo che in questa fase, di fronte all’orrore, al dolore, alla tragedia, Lee abbia fatto di tutto per evitare il surrealismo. Secondo me voleva “dire” a suo modo, la verità di una guerra folle, voleva che l’immagine trasudasse di volizione, la sua volizione nel dichiararla giusta, da combattere, ma anche lacerante e disumana. Ho chiamato, per queste occorrenze, “spazio del monito”, il particolare intervallo che la fotografia rende possibile, grazie al quale il talento di una grande fotografa ci consegna un messaggio intessuto di energia emotiva che ci costringe a prendere una posizione.

Lo “spazio del monito”, cioè l’effigie emozionale che trasfigura l’orrore (e il suo fascino perverso) in una sorta di fondamento dell’etica, nell’esperienza di Lee Miller ha il suo culmine nel reportage che la fotografa effettuò quando gli alleati liberarono Dachau e Buchenvald.

Sono immagini di una crudezza estrema, quasi insopportabile. Posso solo vagamente immaginare cosa deve aver provato Lee di fronte ad una così spietata devastazione di ogni valore umano. Le sono grato per non aver ceduto, evitando che fosse il solo virtuosismo a guidarla, ma con ostinazione abbia cercato di restituirci “l’impossibile” in tutta la sua tragica, banale, folle verità.

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Conseguenze della deliberata esposizione all’orrore

Finalmente arrivò la pace. Ma Lee Miller non voleva o poteva fermarsi. Cercava continuamente missioni per soddisfare un bisogno di confrontarsi con l’orrore che David Sherman non comprendeva più. Il fidato amante, amico, compagno di tutti i suoi reportage in guerra, la lasciò.

Lee cominciò a perdersi nell’alcol. Si ammalò. Poi un giorno David le scrisse che Roland la stava lasciando per un’altra donna. Allora Lee trovò la forza per ritornare, si sbarazzò dell’intrusa e cercò disperatamente di aggrapparsi alla vita concentrandosi di nuovo sulla foto di moda.

Vogue le doveva molto. Probabilmente in tempo di guerra i reportage di Lee bucavano le pagine. Ma non posso non ricordarvi che per tutta la durata del conflitto a fasi alterne, la Miller pubblicò anche numerosissime fotografie di moda. Tuttavia quando arrivò la pace, la strategia editoriale di Vogue cambiò drasticamente. Ora l’imperativo era la ricostruzione di un immaginario femminile utile all’ordine sociale e al business degli abiti, finalmente liberi dalle rigide regole suntuarie imposte dallo stato di guerra. Dior con il suo New Look aveva creato la scintilla giusta. Una nuova generazione di fotografi era impegnata a diffondere un nuovo vangelo glamour che probabilmente Lee non comprendeva o accettava fino in fondo.

Intendiamoci, Lee Miller, tra le altre cose, è stata a mio avviso una eccezionale fotografa di moda. Quando giovanissima faceva la modella, lavorava a stretto contatto con Edward Steichen, Hoyningen Huene, Horst, vale a dire i più grandi fotografi di moda del loro tempo. Negli anni in cui collaborava con Man Ray, e dopo, portò sulle pagine di Vogue innovazioni artistiche che pochi altri fotografi potevano sperare di emulare. Anche durante il secondo conflitto mondiale le sue immagini avevano una qualità invidiabile. Ovviamente non divennero celebri come quelle raccontate sopra, ma se le mettete a confronto con quelle dei colleghi, non solo non sfigurano ma esibiscono un senso della contemporaneità  (nella moda si chiama “tendenza”) che ha dell’incredibile se pensiamo alla potente passione che Lee aveva maturato per la foto di reportage.

Eppure, la sua carriera come fotografa di moda è stata sinora sorprendentemente sottovalutata. Negli anni trenta e quaranta le fotografie di moda più interessanti vedevano spesso protagoniste alcune grandi fotografe come la già citata Toni Frissel e Louise Dahl-Wolfe. Lee Miller aveva uno stile diverso. Ma pochi fotografi conoscevano come lei, l’arte di evocare lo chic e l’atteggiamento vagamente blasé, che valorizzava non solo l’eleganza ma anche la personalità, l’intelligenza della modella. La sua versatilità era superiore a quella delle colleghe. Anche se un vero e proprio canone d’eccellenza, nella foto di moda non è mai esistito, se mai dovessimo immaginarne la composizione, allora, molti scatti di Lee dovrebbero essere ricordati insieme a quelli di Toni e Louise. Persino quando si prende in considerazione il contributo che il Surrealismo ha dato alla fotografia di moda, a molti storici e critici riesce difficile collocarla decentemente. Per esempio, Nancy Hall-Duncan, autrice di una pregevole “The History of Fashion Photography” (1978), quando parla dei protagonisti di quella fase particolarmente innovativa, cita Man Ray ovviamente, poi giustamente il grande Blumenfeld, poi Clifford Coffin, George Platt Lynes, Cecil Beaton…e fin qui niente da dire. Ma poi cita anche i bravi Èmilie Danielson, Peter Ose-Pulham, André Durst, André Duret…per quanto riguarda Lee Miller, rimozione totale. La liquida sbrigativamente nel capitolo dedicato alla foto di moda durante la guerra, dicendo che per lei era più che altro una fotografa di reportage e che quindi non la riteneva all’altezza dei colleghi citati. Come vi ho già fatto capire, considero questa presa di posizione di Nancy Hall-Duncan un errore macroscopico, giustificato in parte dalla difficoltà di stabilire i criteri di confronto tra i protagonisti di questo genere fotografico, e la comprensibile arbitrarietà dei giudizi di valore che da sempre domina nella cultura della moda. Nathalie Herschdorfer, nel suo libro “Fashion” (praticamente una discutibile storia della foto di moda basata solo sugli archivi di Vogue), concede a Lee Miller l’onore di 6 righe, facendola apparire quasi una intrusa a cospetto dei grandi fotografi che collaborarono con la prestigiosa rivista.

Nella mostra bolognese, Antony Penrose sembra quasi dare ragione alle due studiose citate sopra. Di fatto, la carriera di Lee come fotografa di moda, si intravede appena in un paio di fotografie. Un autoritratto del 1932 (fig.1) e l’immagine intitolata “Good and bad pisture”, strabiliante virtuosismo grafico pubblicato su Vogue nel 1942. Aggiungiamo pure anche lo scatto “For cycling” nel quale un abito di raion bianco nobilita una ragazza sulla bici in prossimità della torre Eiffel (Vogue, 1944); ancora da citare il “Rose Descat’s dark red felt hat”, foto centrata sul cappello di feltro indossato da una pensosa modella raddoppiata grazie a uno specchio (noto stilema surrealistico), in un contesto privato di ornamenti vestimentari, probabilmente per metacomunicare alle lettrici la scarsità marginale di risorse dovuta alla guerra che paradossalmente aggiunge una nota di pathos all’eleganza della figura. Ebbene, a mio avviso bastano queste quattro fotografie per capire che l’originalità, la maestria tecnica, la visione estetica di Lee Miller hanno plasmato il suo tempo in una misura che gli studiosi non hanno restituito alla sua memoria.

Per non fare apparire Antony Penrose un curatore poco attento alla dimensione del valore della madre anche in questo genere fotografico, devo aggiungere che probabilmente la sua scelta è stata condizionata dal tema della mostra.

Infatti, quasi in simultanea con l’evento bolognese, a Horten (Norvegia), presso il Preus Museum (7 aprile-8 settembre 2019), si possono ammirare le foto di moda dell’autrice, nella mostra, Lee Miller: Fashion and War.

Della serie di immagini esibite, scelte probabilmente da Antony, vi presento subito quelle pubblicabili per la promozione della mostra che quasi certamente non riuscirò a vedere.

Lee Miller

Non so voi come la pensiate, ma a mio avviso rafforzano l’idea che Lee Miller oltre a padroneggiare i modi stranianti delle tecniche surrealiste, era particolarmente abile nel rendere percepibile una qualità della bellezza della quale la moda di quel periodo non poteva fare a meno, qualità espressa bene dalla porosa semantica della parola “chic”. Inoltre Lee era versatile, riusciva a rendere interessanti abiti modesti, non solo in studio ma anche en plein air.

Alla Farleys Gallery (nella casa dove vissero Roland Penrose e Lee), è appena stata inaugurata la mostra Lee Miller in Color (aperta fino a 13 ottobre 2019). Io credo che questa esposizione confermi ancora di più la centralità di una artista com’era Lee, nella costruzione dell’immaginario della moda nel suo tempo. La prima foto di moda a colori fu pubblicata nel 1931. L’autore era Steichen, grande amico ed estimatore di Lee. Penso di poter affermare che fu anche uno dei maestri inconsapevoli della Miller, prima dell’esperienza con Man Ray. La dimensione del colore divenne subito centrale per l’efficacia della foto di moda. Gli editor sulle riviste, li alternavano con i tradizionali servizi in bianco e nero. Forse la Miller non amava la vivacità, l’energia dei colori che erano tipiche di Blumenfeld o della Dahl-Wolfe. La sua tavolozza di colori era più delicata e sorprendentemente efficace. E si può dire che, anche in questa dimensione che si rivelerà molto performante per il successo delle immagini di moda tra il grande pubblico, Lee Miller, negli anni in cui si sperimentavano nuove soluzioni, abbia dato un contributo che la colloca tra i protagonisti del suo tempo.

La mia impressione è che, dopo l’esperienza di reporter di guerra, Lee Miller avesse perso interesse per la moda. Tuttavia le sue foto per Vogue (ed. inglese), tra il 1946 fino ai primi cinquanta sono ragguardevoli. Viste col senno di poi, per certi aspetti, risultano superiori a quelle di Cecil Beaton e di Parkinson, i due principali rivali nella redazione di Londra. Ma non aveva più la consapevolezza di quanto fosse brava. L’interesse intellettuale per la fotografia si stava spegnendo. Era sempre più difficile per i responsabili della rivista interagire con lei.

Becky E. Conekin, nel suo bel libro, Lee Miller in Fashion (Thames & Hudson), racconta questo distacco dalla fotografia come la conseguenza di una grave depressione a sua volta legata ai traumi vissuti e visti durante la guerra, complicata dal fatto che ora si era sposata, aveva un figlio senza il desiderio di essere madre, la fotografia commerciale l’annoiava. Finito un amore ne trovò subito un’altro. Dalla fotografia passò alla passione culinaria. Sembra che i suoi piatti fossero molto creativi e apprezzati. Secondo Antony Penrose, l’arte di cucinare gli salvò la vita, permettendogli nei decenni che le rimanevano da vivere, insieme a Roland di creare nella loro casa di campagna, visitata spesso dagli amici artisti, il ricettacolo culturale che oggi è diventato una vera e propria casa Museo dedicata alla conservazione e divulgazione delle loro opere e di quelle degli amici artisti che condividevano i loro valori. Lee Miller morì di cancro nel 1977.

Bologna, Palazzo Pallavicini

Surrealistic Lee Miller (14 marzo-9 giugno 2019)

Horten (Norvegia)

Preus Museum

Lee Miller: Fashion and War (7 aprile-8 settembre 2019)

Farleys House & Gallery (East Sussex, England)

Lee Miller in colour (7 aprile-13 ottobre 2019)

Addenda:

Il copyright di tutte le immagini pubblicate appartengono a Lee Miller Archivie. All Rights Reserved. www.leemiller.co.uk.

Non sono una mia scelta, non ho potuto pubblicare quelle che avrei preferito. Semplicemente ho rispettato le indicazioni degli organizzatori della mostra, pubblicando quelle temporaneamente libere da diritti.

Comunque il lettore che provasse interesse a conoscere meglio Lee Miller può trovare una immensa serie di sue immagini nel web. Il mio consiglio è di partire sempre dal sito www.leemiller.co.uk, il più serio e organizzato.

Comunque ci tengo a sottolineare che personalmente non baratterei mai l’esperienza di una sola visione dal vivo di una foto di qualità come quelle di Lee Miller, con tutte quelle che volete, anche mille, guardate su internet.

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Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

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10 Responses to "Lee Miller, la surrealista"

  1. jenny   8 aprile 2019 at 09:19

    Sono stupita dalla bravura della fotografa che conoscevo solo per essere stata la modella preferita di Man Ray. Che però sia stata più brava del maestro, questo mi fa venire dei dubbi. Che forti le foto di reportage! le vicende della sua vita me la fanno piacere ancora di più.
    Ho una critica da fare. Avendo visto la mostra, tra l’altro molto ben organizzata e in una location bellissima, posso dire che è un errore citare nell’articolo fotografie che poi non si vedono. Non capisco perchè gli organizzatori non consentano la loro pubblicazione. Forse pensano di non aver bisogno di pubblicità. Comunque se si descrive una foto bisogna farla vedere, altrimenti non si capisce.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   9 aprile 2019 at 17:00

      Non chiedermi perché è così difficile avere la liberatoria sulle immagini che servono per completare un articolo. Probabilmente gli uffici stampa lavorano soprattutto per avere articoli su quotidiani, immaginando così di produrre informazioni utili per portare gente in mostra. Interventi articolati come il mio, evidentemente non interessano. Comunque è un andazzo diffuso che troppi miei colleghi accettano. Ti confesso che se non fosse stata Lee Miller, non avrei fatto la recensione.

      Rispondi
  2. valeria   9 aprile 2019 at 08:49

    Lee Miller: una donna moderna che ha cavalcato il suo tempo precorrendo il nostro. Una splendida fotografa descritta in una mostra (che consiglio a tutti di vedere) e in una presentazione accuratissima, colta ed esauriente.
    Mi sarebbe piaciuto vedere più immagini nell’articolo: mi sarei goduta di più il percorso della mostra.
    Peccato che le foto inerenti alla moda siano poche: avrei voluto conoscere l’artista anche nell’ambito delle sue scelte lavorative per cogliere ogni sfaccettatura della personalità
    di questa grande fotografa.

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  3. lucio   9 aprile 2019 at 09:11

    Jenny non ha tutti i torti. Non vedere le immagini che l’autore commenta demotiva la lettura. E’ anche vero che ila foto di Lee Miller che fa il bagno nella vasca di Hitler l’ho trovata subito in internet. A Palazzo Pallavicini avevo già visto la mostra di Vivian Maier. L’andrò a vedere la nuova con interesse.

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  4. Ale   9 aprile 2019 at 09:55

    Ho visto la mostra. Per me le foto di reportage sono le migliori. Quelle di moda sono datate. Le foto artistiche sono tipicamente surrealiste. Di certo complessivamente è stata una fotografa geniale. Spero che vedano la mostra in tanti. Merita.

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  5. mau   10 aprile 2019 at 09:08

    mostra stupenda. Lee Miller è attualissima. Spero arrivino anche altre mostre su di lei. Perché non una grande e completa retrospettiva? Ho una critica da fare a chi ha scritto l’art. Foto così importanti meritavano delle belle didascalie.

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   11 aprile 2019 at 08:43

      Ho già evidenziato il problema nel precedente commento. Ero incazzato e quindi mi sono liberato di quello che avevo scritto senza la necessaria attenzione. Lo ripeto: se non fosse stato per Lee Miller, avrei guardato la mostra solo per il mio piacere. Se gli organizzatori cercano solo le stronzate informative da due righe, sono affari loro. Per i miei articoli ho bisogno di avere un supporto diverso. Comunque appena ho tempo, cercherò di mettere le dida.

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  6. Antonio Bramclet
    Antonio   11 aprile 2019 at 14:57

    La mostra è molto interessante e importante. Dovrebbero vederla i deficienti che si ostinano a sognare nazismi e fascismi. Mi associo con chi si chiedeva il perché non è stata fatta una vera retrospettiva con molte più foto, rappresentative di tutta la vita della Miller. Mi spiace non aver visto quelle a colori e quelle della moda.

    Rispondi
  7. ann   12 aprile 2019 at 09:29

    Ho visto la mostra con Jenny e condivido la sua opinione. Non sapevo che Lee Miller fosse così brava anche come fotografa di moda. Chissà perché il sig. Antony non ci ha portato una retrospettiva più completa.

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    • Lamberto   15 aprile 2019 at 09:47

      L’ultima sua grande retrospettiva credo sia stata la mostra concepita dal Victoria & Albert Museum di Londra, nel 2007, per celebrare il centenario dalla nascita. Si intitolava The Art of Lee Miller. Fu visitata da mezzo milione di persone. Immagino che la mostra fosse richiesta da altre grandi città nel mondo. Di sicuro arrivò anche a Parigi. Quell’evento contribuì ad aumentare l’interesse di un vasto pubblico per le opere e per la vita della fotografa.

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