Manifesta12: the Planetary Garden a Palermo

Manifesta12: the Planetary Garden a Palermo

PALERMO: Manifesta, Biennale nomade europea d’arte contemporanea, quest’anno nella sua dodicesima edizione fino all’11 novembre. Un occasione in più per vivere la Palermo regale e sorniona, languida e accogliente, un oasi di luce e calore lontano dal nostro galoppante autunno e dalle nebbie del nord…

Se il tempo uggioso del nostro Nord ci porta a cercare il sole e l’aria temperata di Palermo, perché non approfittarne allora per visitare Manifesta, Biennale nomade europea d’arte contemporanea, quest’anno nella sua dodicesima edizione ospitata proprio a Palermo fino all’11 novembre..? Manifesta nasce nei primi anni ’90 in risposta al cambiamento politico, economico e culturale avviatosi alla fine della guerra fredda e con le conseguenti iniziative volte a facilitare l’integrazione sociale in Europa. Sin dall’inizio, Manifesta si è costantemente evoluta in una piattaforma per il dialogo tra arte e società in Europa, invitando la comunità culturale e artistica a produrre nuove esperienze creative con il contesto in cui si svolge. Manifesta si configura quindi come  un progetto culturale site-specific che reinterpreta i rapporti tra cultura e società attraverso un dialogo continuo con l’ambito sociale.

E proprio grazie a Manifesta, la città, già splendidamente ricca di arte e decadenza, si rinnova e rivitalizza in un frizzante clima di stretta collaborazione tra i progetti presentati e il complesso genius loci della città, che appare vivificato e in qualche modo fecondato dall’energia della manifestazione, firmata da quattro mediatori creativi: l’olandese Bregtje van deer Haak, lo spagnolo Andrés Jacques, la svizzera Mirjam Varadinis e l’italiano Ippolito Pestellini Laparelli, partner dello studio di architettura OMA. Loro sono gli artefici della ricerca urbanistica sul campo che ha dato vita al Palermo Atlas: una sorta di mappatura “per migliorare le potenzialità della città di Palermo attraverso modalità più sostenibili”, spiega Hedwig Fijen, direttrice di Manifesta. “Palermo città globale, la cui globalità tuttavia è di natura problematica, punto di convergenza di fenomeni transnazionali, quali il cambiamento climatico, il traffico illegale di persone e l’impatto simultaneo di fenomeni come il turismo e la migrazione”: questo è il frame che i curatori hanno costruito per Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza. Un titolo ripreso dal pensiero di Gilles Clément, che nel 1997 ha descritto il mondo come “un giardino planetario”.

Numerose le sedi di Manifesta12 : uno snodo attraverso i palazzi storici, aperti per l’occasione, una grande opportunità di godere di una Palermo più “segreta”, le chiese e i giardini.

Il tour di Palermo può idealmente iniziare con il magnificente Orto Botanico, cuore pulsante del globale giardino, fondato nel 1789, visto che l’immagine guida della kermesse è stata identificata nel dipinto Veduta di Palermo (1875) di Francesco Lo Jacono, dove le piante raffigurate non sono autoctone ma provenienti da Medio Oriente, Australia, Giappone e Messico. Garden of flows si intitola anche una delle tre sezioni della mostra, insieme a Out of Control Room City on Stage.
Qui, tra i giganteschi ficus, i boschetti di bambù e le palme di ogni specie, espongono otto artisti: in una delle serre sono appesi ai rami delle piante gli erbari dell’installazione News Herbs from Palermo and Surroundings del colombiano Alberto Baraya(1968), che costruisce un sorprendente parallelo tra la flora della città e le sue tradizioni religiose e popolari. Interessante anche l’intervento di Leone Contini (1976) Foreign Farmers, che ha analizzato per dieci anni le attività rurali condotte da comunità di migranti su tutto il territorio italiano per soddisfare le proprie necessità alimentari. Un ribollire di alghe e batteri in una vasca dagli strani colori ci parla di microcosmi e inquinamento tramite l’ipnotica opera di Michael Wang.

La seconda sede di Garden of flows è Palazzo Butera, la residenza settecentesca dei principi di Branciforte acquistata nel 2016 dai collezionisti Massimo e Francesca Valsecchi per trasformarlo in un centro per la promozione dell’arte contemporanea. Qui, nelle sale del secondo piano appena restaurate (che ospiteranno dal 2019 le opere della collezione Valsecchi) espongono sei artisti, a comporre una delle sezioni più riuscite di Manifesta: Night Soil, il documentario sperimentale dell’olandese Melanie Bonajo (1978) che riflette in maniera sottile e visivamente assai suggestiva sulla mancanza di relazioni tra esseri umani e natura nell’era globale e tecnologica , Wishing Trees dello svizzero  Uriel Orlow (1973) che racconta tre diverse storie di relazioni tra alberi siciliani ed eventi storici, con uno storytelling sviluppato in quattro sale (forse una delle opere più riuscite sia a livello formale che concettuale), Theatre of the Sun l’installazione ambientale del collettivo americano  Fallen Fruit, fondato nel 2004 , che ha censito in una mappa tutti gli alberi da frutto presenti nella città di Palermo, spesso in aree dimenticate o ignorate, ed infine Giardino, l’installazione dell’unico artista siciliano invitato a Manifesta, Renato Leotta (1982), che si compone di due opere diverse. Il video Luce è dedicato al paesaggio agricolo, mentre Notte di San Lorenzo consiste in un pavimento in maioliche di argilla cruda, che reca le tracce delle cadute di limoni dagli alberi, in una sorta di mappatura del ciclo di maturazione delle piante.

La sezione Out of Control Room, politicamente la più impegnata, si sviluppa nel quartiere della Kalsa, cuore arabo della Palermo medievale, in due differenti sedi. La prima è il Palazzo Forcella De Seta, costruito sopra la Porta dei Greci e ristrutturato in stile neomedievale nell’Ottocento, dopo essere stato acquistato dal marchese Enrico Forcella. Tra i sette interventi che occupano i saloni moreschi spiccano le opere del franco-algerino KaderAttia (1970), dell’olandese Patricia Kaersenhout (1966) e del collettivo ForensicOceanography, fondato nel 2011 a Londra. L’installazione più d’impatto si rivela essere The Soul of Salt della Kaersenhout che pone l’accento sulla leggenda degli “Africani volanti”: schiavi africani che evitavano di mangiare il sale per essere più leggeri e poter volare fino alla loro terra natale, l’Africa.  Il film di Attia, intitolato The Body’s Legacies. The Post-Colonial Bod , riunisce quattro interviste a persone che hanno avuto progenitori che facevano parte di popoli colonizzati, alternando esperienze personali e collettive, mentre Liquid Violence di Forensic Oceanography è dedicato a esperienze di soccorso nel Mediterraneo,  volto a indagare criticamente il regime di confine militarizzato nel Mediterraneo, analizzando le condizioni spaziali ed estetiche che hanno causato oltre 16.500 morti registrati ai confini marittimi europei negli ultimi 20 anni, combinando le testimonianze di violazioni dei diritti umani con tecnologie digitali come immagini satellitari, dati di localizzazione delle navi, mappatura geospaziale e modelli di deriva.

L’impegno politico e la denuncia ritornano con una forza ancora maggiore a Palazzo Ajutamicristo, dove in alcuni ambienti al terzo piano sono esposte opere ispirate a temi di attualità. Tra i più significativi: Citizen ex, l’installazione dell’inglese  JamesBridle (1980) composta da una serie di bandiere immaginarie realizzate con tecnologie informatiche, Article 11 della cubana  Tania Bruguera (1968), che denuncia il posizionamento da parte della Marina americana di tre antenne di comunicazione globale in una collina di alberi da sughero in Sicilia, fortemente osteggiate dalla popolazione per i loro effetti nocivi, e infine The Third Choir dell’algerina Lydia Ourahname (1992), composta da venti barili di petrolio Naftal esportati dall’Algeria nel 2014, che contengono ognuno un telefonino sintonizzato sulla stessa frequenza radio.

La sezione City on Stage, ovvero lo storytelling fatto sulla città, palcoscenico delle nuove esperienze, si rivela con alcuni pezzi forti come quello nella sede di Palazzo Costantino, abbandonato per decenni, che ospita ora alcune opere nel suo gigantesco cortile settecentesco, dove è parcheggiata la Videomobile del duo italiano Masbedo: un vecchio furgone trasformato in un videocarro che ha attraversato i luoghi del cinema di Palermo per ri-raccontare la città di oggi. Di grande interesse anche  i due video di Yuri Ancarani (1972) proiettati nell’Oratorio della Madonna del Rifugio dei Peccatori Pentiti.

Tra gli eventi collaterali della manifestazione da segnalare la mostra dell’artista russo Evgeny Antufiev (1986) al Museo Archeologico Antonino Salinas, When art became part of landscape, promossa dalla collezione Maramotti, che si trasforma in una caccia al tesoro per individuare le decine di sculture dal sapore primitivo posizionate in mezzo ai reperti classici in un esercizio di mimetismo davvero sorprendente. Inoltre sempre all’Orto Botanico (con la produzione della Fondazione Merz e la collaborazione della art book fair I never read) Radiceterna propone una piccola raffinatissima biblioteca dedicata al giardino come filosofia estetica e paradigma, con annessa mostra di Allora e Calzadilla, alla quale seguiranno nei prossimi mesi  Kathinka BockBjorn Braun e Ignazio Mortellaro. Da segnalare, fuori Palermo, l’expo di Jan Fabre, Ecstasy & Oracles, visibile sia nel Chiostro di Santa Maria Nuova ed annessi a Monreale, che ad Agrigento, diffuso tra il parco archeologico e la città.

Manifesta

Copyrights Marianne Bargiotti Photography 2018

Manifesta12Palermo

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Marianne Bargiotti

Marianne Bargiotti

Nata a Bologna, ex scienziato con la testa nelle nuvole ora fotografa specializzata in Natura e viaggi in tutte le sue declinazioni.

“Attraverso luoghi stranieri per documentarne visivamente l’anima, andando oltre i confini di un turista regolare per catturare le immagini al di là dei punti di riferimento più popolari di un paese. La cultura, la natura, l’essenza di un paesaggio oltre l’immagine da cartolina è quello che ricerco costantemente.” [www.mariannebargiotti.com]

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