Alta Roma 2014: ecco che cosa ricorderemo

Alta Roma 2014: ecco che cosa ricorderemo
Esme Vie
Esme Vie

Una settimana della moda ridotta a tre giorni, un ritardo eccessivo nella concessione degli accrediti, difficoltà nell’organizzazione, l’assenza quasi totale di personaggi noti, un abbandono e un dichiarato “addio”. Sono questi gli aspetti che la maggior parte delle persone che quest’anno hanno partecipato alla XXIV edizione di Alta Roma ricorderanno. Non gli abiti raffinati e sempre di grande eleganza di Balestra, non i nuovi mondi di artisti giovani come Esme Vie e Arbesser, non la collezione eterea di San Andrés né il successo a furor di popolo di Nino Lettieri. Il perché lo si sa. E’ più facile ricordare le note stonate che i momenti entusiasmanti di un evento. Soprattutto quando il palcoscenico su cui si affacciano questi eventi è quello di una città che continua a non saper valorizzare ciò che di prezioso le passa tra le mani. Viene quasi difficile immaginare, a volte, di essere diretti discendenti degli antichi Romani, così abili, così signori, così potenti. Roma vive e brancola nel caos; in quello che ti costringe a fare lunghe code chilometriche per cui anche se hai un invito in prima fila finisci in standing o esattamente il contrario o in quello che ti vede affiancato da qualcuno che pensa di essere andato a fare una passeggiata a Piazza del Popolo piuttosto che ad una sfilata di Haute Couture. Così viene da pensare che alla faccia dell’imprevisto, il merito di Alta Roma, la celebrazione del nuovo che avanza, non basti.

La maggior parte dei giornalisti snobba le sfilate “giovani” a vantaggio di quelle ormai datate. Poco importa che in essa pur mancando un omaggio all’Haute Couture o allo stile conclamato, si possano nascondere proposte interessanti. L’importante è avere lo scoop della polemica, dell’addio, dell’abbandono, dimenticandosi dei giovani. Meglio il passato del futuro. Meglio Gattinoni che lascia Roma con disprezzo che gli abiti romantici e appassionati di Esme Vie, vincitrice a pari merito con Arthur Arbesser nell’ultima edizione del concorso “Who’s On Next”.  Le loro sono due collezioni completamente diverse, seppur un tantino monotematiche entrambe. L’una, in un omaggio a Roma, festeggia l’amore in tutte le sue forme e nei colori. Purezza e passione si coniugano nei colori del bianco, del rosso e del rosa confetto e prendono vite su gonna a palloncino e maglie oversize in raso. E’ il richiamo ad una donna che gioca a sentirsi principessa. L’altro, in assoluto contrasto, propone lo stile “street style” della metropoli londinese realizzando capi dalle forme mascoline e minimali che tuttavia non rinunciano alla morbidezza e alla sensualità androgina tipica di Giorgio Armani per il quale Arbesser ha lavorato circa sette anni e che ricordano, per l’appunto, Londra e le sue notti nei club, le uniformi clericali, i Joy Division, le gang di ragazzi pericolosi, le grafiche dei primi anni ’80 e una giovane Diane Keaton. Il risultato è quello dei grandi magazzini. Abiti banali, privi della sartorialità e dell’eleganza che dovrebbe caratterizzare l’Alta Moda. Abiti che non hanno la forza di arrivare ai grandi acquirenti dell’Oriente perché non arrivano neanche a quella fetta di italiano medio che acquista da H&M.

San Andrès
San Andrès

Sulla stessa scia delle “nuove proposte” anche San Andrès Milano, stilista messicano ex finalista del concorso “Who’s On Next?”,  che per qualche istante confonde le idee e fa credere al pubblico di trovarsi in una sfilata di Prèt a Portèr piuttosto che di Haute Couture. La sua collezione è senz’altro più allegra, se non altro per le nuances che predilige ( panna, indaco, blu elettrico) ma più che mai priva di quella personalità che dovrebbe comunicare secondo l’ispirazione dichiarata. Una collezione nata con lo scopo di celebrare l’attrice messicana Maria Felix, la sua bellezza mascolina, il suo stile retrò, la nostalgia e la gioia del passato che si mixa al presente. L’effetto è per certi versi disarmante. San Andrès non comunica, non colpisce; i suoi abiti sono ripetitivi, banalizzati nella continua revisione del modello sul quale si frappongono gli stessi colori e le stesse stoffe all’infinito. A nulla vale l’attenzione volta ai dettagli. La “sua” donna, più che eclettica, appare priva di fantasia.

E se rientra nelle aspettative la possibilità che tra i giovani si nasconda ancora tanta inesperienza, di sicuro stupisce e rammarica che uno stilista del calibro di Nino Lettieri, con le sue capacità sartoriali, per il suo ritorno a S. Spirito in Sassia scelga di realizzare un’ennesima collezione basata sul plissè e sulle tonalità, ripetute ad oltranza del bianco e del nero. Sia la “monstaria” il tema della sfilata piuttosto che il  lo stile bon ton del plissè, Lettieri non va oltre. Rimane imprigionato da quel suo sorriso soddisfatto e un po’ malandrino, tipicamente partenopeo, che lo accompagna ad accogliere gli applausi accanto ad una Giusy Buscemi, ex miss Italia, adornata a sposa d’altri tempi. Uniti al plissè, al  taffetà e all’ organza che riveste le gonne a trapezio fino al polpaccio e gli abiti anni ’50 stile Grace Kelly. Qualcosa che sembra quasi richiamare il caro vecchio Sarli, prima dell’avvento della nuova era.

E se la maggior parte delle sfilate che si sono susseguite si sono caratterizzate per la loro ripetitività, chi si è rivelato molto creativo, quantomeno nella scelta del tema e dell’ispirazione è stato senz’altro Vittorio Camaiani. Per lui gli abiti sono come dei libri, dei disegni destinati a conferire al corpo leggerezza e modernità. Come un buon libro da leggere, il corpo si trasforma in una pagina ingiallita di poesia da ripassare ogni volta che se ne sente la necessità. Il suo obiettivo: quello di lasciar parlare, rispetto alla sua timidezza, fogli intrisi di sogni e creatività. Il suo problema: quello di aver fatto sì che tale storia venisse raccontata dalla voce ottocentesca di una giornalista piuttosto che dai tagli stile Jackie dei pantaloni anni ’80 in cotone e lino contrapposti ai tessuti preziosi della seta, dello shantung e del taffetà.

Vittorio Camaiani Alta Roma
Vittorio Camaiani

Per lui intere pagine di frasi e parole, ricamate su organza o incise al laser su plexiglass trasparenti e fumè, si presentano anche nei bijoux che legano parole, mood e materiali della collezione. La semplicità e l’ordinarietà di alcuni capi si alterna alla preziosità nella scelta dei tessuti finendo con il generare capi a volte troppo essenziali a volte troppo eccessivi.

Mirror Box Alta Roma
Mirror Box

Ultimi e non ultimi gli eventi collaterali.  A volte sono ciò che fa la differenza. Come quelli realizzati dallo Ied, l’Istituto di belle speranze che dona ai giovani la possibilità di farsi strada per realizzare un sogno. Per loro, l’edizione 2014 di AltaRoma spalanca una piccola galleria di Via di Panico, 55. “Mirror box” l’ultimo evento realizzato dai giovani corsisti di Moda, gioielli e accessori. In un gioco di specchi e di luci, in un’atmosfera che ricorda guerre stellari, diciotto creazioni si riflettono nello specchio, si moltiplicano e rimbalzano da un’angolazione all’altro. Tutto sembra suggerire l’idea di una moda che vista da varie prospettive può assumere forme e significati diversi. Nessun manichino, nessuna sagoma femminile ad indossarli. Ciascuna creazione sembra riuscire a vivere di vita propria e a raccontare la sua storia senza bisogno di un corpo che la spieghi. Apprezzabile il messaggio, complicata la mission. Tutto risulta troppo difficile da comprendere, a tratti anche troppo futuristico.

Alta Roma. Testo di Lia Giannini

Redazione

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