Addio a Johan Cruijff, il Profeta del gol

Johan Cruijff il 26 marzo si è spento nella sua città adottiva, Barcellona, a 68 anni, fermato da un cancro ai polmoni, l’unico avversario che sia mai riuscito ad annullarne la forza e il talento.

Johan Cruijff è stato un numero uno. Da giocatore e da allenatore. Basterebbe questo per descrivere “Il profeta del gol”, uno dei 5 giocatori più forti e influenti della storia del calcio. “Giocare a calcio è semplice – diceva Cruijff – ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia. La palla è una sola ed è necessario che tu l’abbia tra i piedi. Gestire il pallone, occupare gli spazi. Anche il portiere deve saper giocare con i piedi”.

La storia di Cruijff parte dal basso, ad Amsterdam, da una famiglia povera negli anni del dopoguerra. Inizia a giocare a calcio sull’asfalto, quell’asfalto della strada che ti insegna tutti i trucchi, non solo del calcio. Sua madre lavora come inserviente nello stadio comunale di Amsterdam e chiede all’allenatore delle giovanili di fare un provino a sua figlio Johan. Quell’Ajax diventerà la squadra più forte del mondo e Cruijff ne sarà il fiore all’occhiello. Diventerà infatti, il punto di riferimento del calcio totale olandese, un sistema di gioco basato su un pressing collettivo e improvviso, su schemi di gioco in cui un calciatore che si sposta dalla propria iniziale posizione è sostituito prontamente da un compagno, consentendo in tal modo alla squadra di mantenere una disposizione compatta ed efficace. In questa struttura liquida e fluida, nessun calciatore ha un ruolo fisso. Lo stile, propugnato dall’allenatore dell’Ajax Rinus Michels vedeva in Cruijff il “direttore” sul campo.

Gianni Brera lo definiva “Il Pelè Bianco” mentre Sandro Ciotti lo apostrofava come “Il Profeta del Gol”. Premiato 3 volte con il Pallone d’Oro, vinse anche tre Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Da allenatore fu il primo a regalare al Barcellona una Coppa dei Campioni.

Il centrocampista svedese Jan Olsson, che marcò Cruijff durante i mondiali del ‘74,  disse di lui a proposito della partita Olanda-Svezia: “Ho giocato 18 anni nel calcio di alto livello e per 17 volte con la nazionale svedese, ma quel momento contro Cruijff fu il momento di cui vado più fiero in tutta la mia carriera. Pensavo che avrei sicuramente recuperato il pallone ma lui si prese gioco di me. Non mi sentii umiliato. Non avevo possibilità. Johan era un genio”.

Cruijff era un giocatore perfettamente ambidestro, potente e allo stesso tempo agile ed elegante: benché non ricoprisse un ruolo ben definito, poteva essere considerato un centravanti di manovra o trequartista, che, occupandosi sia dell’impostazione della manovra d’attacco sia della finalizzazione, univa a una raffinata tecnica individuale, un’impressionante velocità e doti acrobatiche: questo gli permetteva di partire palla al piede e, soprattutto nei primi metri di scatto, di rendersi insidioso per ogni difensore quanto immarcabile per ogni mediano, grazie anche a un dribbling efficacissimo.

Di solito si dice che i più grandi talenti non diventano grandi allenatori. Pensiamo a Pelè, Maradona, Di Stefano o lo stesso Platini. Tutti loro ci hanno provato, ma con risultati di certo non indimenticabili.   L’unico che ha spezzato questo tabù è stato Cruijff.

Siamo a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90 e Cruijff è l’allenatore di un Barcellona non così glorioso come lo è oggi. L’olandese inculca una nuova filosofia nel club, che porterà alla compagine blaugrana nel corso del tempo una valanga interminabile di successi. “Tutte le squadre della società Barcellona dovranno avere lo stesso credo tattico a tutti i livelli: prima squadra, primavera, giovanissimi, esordienti e perfino pulcini. In questo modo costruiremo una dinastia.” Tradotto? Il tiki taka di Guardiola, la “Cantera Blaugrana” che sforna a ripetizione futuri fenomeni del panorama europeo, il Barcellona degli Illegali, il tridente Messi-Suarez-Neymar dei giorni nostri: senza Cruijff, probabilmente nulla sarebbe esistito. Se oggi il Barcellona gioca con il 4-3-3 lo deve al suo allenatore olandese: possesso palla, velocità, verticalizzazioni e fraseggi nello stretto, attaccanti interscambiabili. Un pioniere. Sono stato in questi giorni pasquali a Barcellona. La città è tutta tappezzata di ricordi del campione olandese e nelle strade e in rete è forte la richiesta dei tifosi di dedicare il Camp Nou a Johan Cruijff, l’indimenticabile numero 14 del calcio totale.

Addio a Johan Cruijff, il Profeta del gol

Paolo Riggio

Roma e Prati, mare e montagna e campi da pallone da piccolo, laurea in cinema alla Sapienza, città europee e scuola di giornalismo sportivo Mario Sconcerti da grande. Scrivo e continuo a giocare a calcio da quando ho ricordi, mi considero un calciofilo. La mia altra grande passione è il cinema che ritengo la rappresentazione più autentica del mondo, lo sguardo di chi analizza al microscopio i contesti della nostra vita e le sue storie offrendocene una visione diversa dalla nostra.
Paolo Riggio

2 Responses to "Addio a Johan Cruijff, il Profeta del gol"

  1. Ettore Romani   30 Marzo 2016 at 12:44

    Cruijff per me era e forse resta il migliore calciatore di tutti i tempi: aveva tutto, era un leader, col suo scatto lasciava chiunque dieci metri dietro, tirava, passava, colpiva di testa, scartava, lanciava.

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  2. Antonio Bomba   30 Marzo 2016 at 18:42

    Ce l’aveva un po’ con il calcio italiano, ricordo qualche sua dichiarazione di superiorità, ma resta una delle menti fondamentali del calcio di sempre

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