Afghan West: le donne afgane protagoniste

Afghan West: le donne afgane protagoniste

TORINO – Domenica 21 maggio al Salone del Libro (ore 16:30, padiglione 3), si svolgerà un incontro sulla scrittura al femminile dove sarò coinvolta, ma tra i libri che presenteremo, io ho scelto d’intervistare Samantha Viva la giornalista ed autrice del libro Afghan West, voci dai villaggi.

Si sa molto poco dell’Afghanistan e della sua realtà e ancora meno se ne parla. Le sue contraddizioni, le sue difficoltà ma anche le sue emancipazioni e i grandi cambiamenti che il paese ha dovuto affrontare nel corso degli anni. Quando si pensa a questo territorio, vengono subito in mente i Talebani e il loro regime, o in alternativa, il potenziale coinvolgimento del governo con l’Isis.

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L’incontro con Samantha Viva per l’intervista e la presentazione del suo libro allo stand Bonfirraro al Salone del Libro a Torino

La verità è che l’Afghanistan è molto, molto altro. Queato libro, che di primo impatto colpisce per il formato e la fotografia, è in realtà una proposta letteraria davvero interessante, che vi aiuterà a conoscere e comprendere il processo di transizione che ha portato all’attuale l’Afghanistan. A raccontarlo, sono tre donne: una videoreporter ed una fotografa Katiuscia Laneri, Elisabetta Loi e la giornalista che ho intervistato: Samantha Viva. Tre donne chie nel libro Afghan West, voci dai villaggi, hanno messo nero su bianco le parole ed i volti di chi vive la realtà della dimensione femminile in Afghanistan..

Il libro, edito da Bonfirraro Editore, è un racconto dall’interno, privo di alcuna edulcorazione o sensazionalismo, per comprendere la storia che sta caratterizzando, nel bene e nel male, la nostra attualità geopolitica e sociale. Afghan West ha vinto nel 2013 il premio Unuci, sezione di Lucca, come miglior reportage in area di crisi, degno riconoscimento di un lavoro durato quasi 2 anni.

Oltre alla parte testuale, il progetto che la giornalista Samantha Viva, la video reporter Katiuscia Laneri e la fotoreporter Elisabetta Loi hanno realizzato, comprende una vasta raccolta di foto e un video, per documentare in maniera completa e non univoca, ma avvalendosi di tre diversi livelli comunicativi, un viaggio in un universo meno noto di un paese che vive ancora sotto l’etichetta di avamposto dei Talebani.

In occasione della presentazione del libro, noi di MyWhere, abbiamo avuto la possibilità di intervistare l’autrice di “Afghan West, voci dai villaggi”, Samantha Viva, che ci ha raccontato tutte le sfaccettature di un’esperienza a dir poco straordinaria.

Donna forte Samantha, piena di vitalità e coraggio. Ha iniziato la sua carriera giornalistica nel 2001, collaborando per quotidiani online e periodici che trattavano storie di immigrazione. L’amore per il viaggio e per le culture lontane sono parte integrante della sua vita, come dimostrano i suoi reportage in medio-oriente (Libano e Afghanistan, appunto).

Intanto vi ricordiamo, per chi è Torino, la presentazione di domani qui:

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Ed ecco la nostra intervista:

Samantha, qual è l’obiettivo che si prefigge il vostro libro? Che Afghanistan racconti?

Afghan West, voci dai villaggi”, è il primo ed unico libro che racconta la fase di fase di transizione dei poteri tra la coalizione e il popolo afgano, sotto il governo Karzai. Quando si parla di Afghanistan si pensa alla dittatura dei Talebani o all’eventuale coinvolgimento con Daesh, ma credo che nessuno abbia trattato questo particolare periodo sentendo cosa ne pensavano gli abitanti dei villaggi, diretti protagonisti. E’ stato un lavoro molto duro, fatto con grande impegno e determinazione, sebbene, per ovvie ragioni, parziale.

In quest’opera non c’è nessuno pretesa di raccontare l’essenza dell’Afghanistan. Sarebbe impossibile farlo in 100 pagine, vista soprattutto la complessità del panorama in cui si muovono i protagonisti.

Il nostro obiettivo è quello di raccontare, a chi sa poco o nulla sull’argomento, il punto di vista della gente, in particolar modo degli abitanti dei villaggi. I loro usi, i loro costumi, le loro difficoltà ma soprattutto la loro consapevolezza, la consapevolezza del cambiamento.

Ci tengo a dire poi, che il nostro libro è privo di messaggi politici o propagandistici, ed è stato scritto con la giusta distanza emotiva. E’ un’opera che parte dai luoghi,insegue storie, e cattura momenti unici ed irripetibili.

Il libro è firmato a tre mani. Avevate subito in mente una collaborazione, o siete partite singolarmente?
Ci siamo incontrate e conosciute in Afghanistan, io ero in viaggio per alcune testate. Eravamo lì durante il periodo delle feste natalizie, il momento migliore – per la possibilità data ai freelance di restare più giorni – per conoscere appieno la cultura di questo popolo e vivere il loro quotidiano. Per 3 settimane, abbiamo parlato con gli abitanti dei villaggi, entrando in empatia con loro, con l’aiuto di interpreti e il supporto di sicurezza dei militari italiani. E’ stata un’esperienza incredibile, sia dal punto di vista lavorativo che sotto l’aspetto umano.

Coniugare il nostro stile poi è stato molto difficile, soprattutto all’inizio. Siamo 3 donne diverse. Io un’orgogliosa catanese, Katiuscia una napoletana doc, mentre Elisabetta viene dal bellissimo comune di Lanusei, in Sardegna. Ognuna di noi con uno stile personalissimo, un metodo diverso, e un’idea diversa di fare giornalismo. Credo però che a fare la differenza, a rendere questo libro un’opera originale e coinvolgente, siano state proprio le nostre diversità. Diversità che tra l’altro, ci hanno consentito di vincere il premio Unuci 2013, assegnato dalla sezione di Lucca, di Miglior Reportage dell’Anno.

Immagino abbiate dovuto superare tantissimi ostacoli e difficoltà…

Come ho detto in precedenza è stato un lavoro molto difficile sotto tutti i punti di vista. Mostrare la profonda intimità della popolazione, diventare parte del vissuto del quotidiano della gente, creare un rapporto con loro. Di difficoltà ne abbiamo vissute tante. .

Sono cambiate molte cose in Afghanistan rispetto al periodo del vostro reportage. Pensi che oggi sarebbe più facile fare una cosa del genere?

No, oggi realizzare un reportage come quello che abbiamo fatto noi sarebbe molto difficile. Per realizzare un lavoro del genere ci vuole tempo e ci vogliono molti soldi, e quasi nessuno, senza sovvenzionamenti adeguati, è in grado di poterlo svolgere. All’epoca, partendo da embedded, non abbiamo pagato il viaggio. Adesso le cose sono cambiate e se da una parte si evita un tour di massa in aree che comportano una preparazione, dall’altra si penalizzano le iniziative dei freelance, che ormai possono solo contare sul crowfounding dei lettori.

Il tuo progetto invece, era stato approvato e finanziato giusto?

Rispetto all’embedded americano, in quello italiano non servono autorizzazioni, se non in fase di presentazione del progetto. Ci ha fatto piacere il riconoscimento della Difesa, che ha voluto presentarlo nel suo stand al Salone del 2013. Ad aiutarci più di tutti, però, è stata la casa editrice Bonfirraro, che ci ha sostenuto in tutto e per tutto, credendo fortemente nel progetto.

All’inizio della nostra chiacchierata hai espresso una parte fondamentale della tua filosofia di reporter: catturare un momento unico ed irripetibile con la giusta distanza emotiva.

Si assolutamente, è una parte importantissima del nostro lavoro. Per farlo bisogna capire perfettamente tutte le situazioni e le dinamiche che ci circondano e soprattutto, dobbiamo anteporre ciò che raccontiamo a tutto il resto, anche a noi stessi.

Il racconto, le persone, le loro storie. Dobbiamo parlare di queste cose. Nel nostro libroc’è una parte di noi ma non siamo noi le eroine, sono le persone, donne e uomini, che abbiamo conosciuto e fotografato. Loro sono eccezionali. E non mi piace neanche parlare specificatamente delle donne, sulla questione femminile ci sono molti saggi autorevoli e più pregnanti di questo; nel nostro libro parliamo di tutti gli abitanti di questi territori così difficili e drammatici.

Le donne però svolgono un ruolo da protagoniste nel vostro libro. C’è una parte del vostro racconto che si sofferma sulle prime donne che occupano un ruolo professionale e culturale in Afghanistan. C’è una storia che mi ha colpito molto. È quella di Somaya, giornalista e prima speaker radiofonica di Herat. Ce ne parli un po’?

La storia di Somaya è incredibile. È una ragazza di 30 anni, una donna con la d maiuscola piena di forza e voglia di cambiamento. E’ laureata in giornalismo, e ha anche fatto uno stage in Italia alla RAI.

Lei cammina da sola, non chiede mai aiuto agli altri. Pensate che insieme a 14 colleghe donne, ha fondato una Radio, Radio Shahrzad, un contenitore di storie sociali e culturali analizzate da un punto di vista femminile.

Non sono mancate le polemiche naturalmente. Molti hanno mostrato il loro dissenso, ritenendo i contenuti della radio inaccettabili, ma dopo un primo periodo critico, la Radio è stata accettata dalla maggior parte della popolazione, e molti degli ascoltatori sono uomini.

Se si pensa che in queste zone, fino a pochi anni fa, una donna che leggeva un libro poteva essere punita con la morte, si può comprendere quanto il progetto di Somaya Ramish sia straordinario.

INFO

afghanistan afghan samantha viva
La copertina del libro

TITOLO LIBRO: AFGHAN WEST voci dai villaggi

AUTORE: Katiuscia Laneri – Elisabetta Loi – Samantha Viva

EDITORE: BONFIRRARO –

Pagine: 168

Formato: 23×22 cm

Illustrazioni: corredato da immagini a colori e video

Prezzo: € 29,90

Edizione: 2013

ISBN 978-88-6272-064-9

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Fabiola Cinque

Napoletana fino alla milionesima generazione (dal 1.400), nobile d’animo ma non più per albero genealogico, viaggiatrice e curiosa delle bellezze e delle stranezze del mondo riporto tutte le mie impressioni attraverso tutti i sensi che abbiamo e che vogliamo usare. Di estrazione e definizione “fondista”. Azzurra di nuoto per tutte le distanze più lunghe e massacranti che vi possono venire in mente. La fatica è il mio karma. Mai nulla regalato, tutto conquistato. La comunicazione e la pubblicità sono la mia anima, la moda la mia vita presente e futura. Vivo in un paese bellissimo dal quale desidero sempre di allontanarmi, per tornare e riassaporare i profumi ed i sapori. La mentalità e l’amore sono anglosassoni, ma d’altronde si sa, i Borboni sono stati dominati dai francesi come gli inglesi e gli spagnoli, quindi le mie origini ed il mio essere è globale, sono bastarda dentro.
Fabiola Cinque

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