Irrational man

È il solito Allen, riciclato e copiato, con classe e maniera, come su carta carbone. A detta di troppi, Irrational man è il sequel non ufficiale di “Match Point”, uno degli ultimi grandi film (drammatici) del prolifico autore dopo il sottovalutatissimo “Interiors” datato 1978. Dall’omaggio-calco al Bergman più nichilista, alla pietra miliare del delitto “senza castigo” risalente al 2006, Allen architetta oggi, dopo il debole “Sogni e delitti” e a pochi anni dal superbo “Blue Jasmine”, un’altra variazione che conduce le sue maschere tragicomiche verso la soluzione, ardita e cinica, del delitto “con” castigo. È una carta carbone un po’ particolare, quella che usa il regista newyorchese, perché copia su fogli bianchi sfumature nerissime e reinventa, su un retroterra ormai classico, nuove formule ermeneutiche che celebrano senza ritegno la più grande malattia sociale contemporanea: il “taedium vitae”. Ogni suo pedone è sempre un pendolo che oscilla tra dolore e noia, ma nel nuovo film, strano ibrido in cui la leggerezza sentimentale si coniuga all’esistenzialismo più esasperato,  spinge i suoi personaggi ancora oltre. Oltre la filosofia, nella mente contorta di un filosofo killer che elucubra nella testa e poi architetta con pieno controllo, sul campo, il suo losco piano. Sì, Woody Allen si ripete, e noi, a dire il vero, ne siamo più che contenti. Innanzitutto perché il consolidato marchio di fabbrica funziona e convince e poi perché è davvero un piacere inebriarsi con un’opera al tempo magniloquente e spicciola, intellettualoide e aneddotica, leggera e terribilmente sadica. Con Irrational man siamo di fronte alle solite, care vecchie aporie alleniane che non ci mancano mai abbastanza, pronte a implodere a tutto schermo nelle teorie dell’ “homo philosophicus” tutto testa e malinconia. Come mai certa critica storce il naso di fronte all’ultimo (sontuoso) Sorrentino? Perché ripete sempre se stesso. Qui sta il nocciolo della questione. Sorrentino fa sempre Sorrentino e Woody Allen fa sempre Woody Allen. E allora mi chiedo: è un male rimanere fedeli alla propria poetica autoriale, alle proprie idiosincrasie, a bulimie estetiche o a situazioni-tipo sofisticate? Credo proprio che si tratti di un’operazione simile al blockbuster serializzato. Lo schema si ripete con coerenza, ma quello che conta sono le sfumature e le variazioni sul tema. In questo senso anche l’ultimo “Mad Max” è un capolavoro: perché George Miller è riuscito a ricostituire, su una materia già esistente, un nuovo sferragliante immaginario. Rimanere se stessi è un bene. E Allen è uno di quelli che non può e non vuole essere altro che se medesimo. Ed eccoci allora al canonico schema: c’è Abe Lucas, un individuo sull’orlo di una crisi depressiva, a cui non basta più insegnare Nietzsche e Kierkegaard per allontanare l’atrofia esistenziale che lo stritola; Rita Richards, sensuale donna di mezza età che lo seduce senza pensarci su troppo dopo un matrimonio fallito; Jill Pollard, la migliore studentessa del corso di filosofia tenuto da Abe, innamorata pazzamente di lui. Il triangolo è servito, rimane solo l’escamotage per avviare il racconto che prende le mosse sempre da Dostoevskij per poi virare in territori puramente speculativi. Abe, ascoltando casualmente una conversazione a quattro, viene a conoscenza di un inflessibile giudice che ha tolto ingiustamente la tutela del figlio alla madre. Il docente di filosofia capisce che è l’occasione propizia per dare un senso alla sua miserabile vita. Sorretto da un cast in stato di grazia, il cui centro di gravità permanente è un laconico e trascinato Joaquin Phoenix, Irrational man è la storia di una piacevole ossessione, quella di Woody per l’omicidio e per le strategie connesse a misteri irrisolti e prove indiziarie snocciolate da detective improvvisati. Caricaturale in “Scoop”, altamente tragico in “Match Point”, divertito in “La maledizione dello scorpione di Giada” e serioso in “Crimini e misfatti”, Allen torna a parlare di “sogni e delitti” e lo fa in modo leggero, alternando momenti ironici ad altri più cupi, trovando la perfetta quadratura del cerchio in un finale intelligente che lascia a bocca aperta. Il solito vecchio Woody Allen, al cui seguito c’è l’eterea Emma Stone, nuova fascinosa “muse malade”, fa il verso a se stesso, cucendo insieme parole, opere ed omissioni in un magma dialettico a mezzo tra Kant e Kierkegaard. Ebbene sì, Irrational man è il seguito non riconosciuto di “Match Point”, ma, aggiungo io, anche di tutti gli altri film citati in precedenza, da “Crimini e misfatti” a “Match Point”. Ed è, come direbbe Platone, un bene “assoluto”.

Vincenzo Palermo

Cinefilo vorace e accanito bibliofilo, aspetta con pazienza un primo contatto alieno dal 1992, anno in cui vide Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg e si innamorò del cinema e del regista di Cincinnati. Una laurea in lettere, il grande schermo come fissa dimora, la cultura come pane quotidiano: segue festival e rassegne cinematografiche, mostre d’arte e conferenze letterarie. Ama indistintamente Dante e Boccaccio, Nabokov e Stephen King, Hieronymus Bosch e Caravaggio, Bergman e Scorsese. Se il caro vecchio Doc di Ritorno al futuro potesse teletrasporarlo in un’altra epoca a 88 miglia orarie, sceglierebbe di tornare al Medioevo dei cantori d’arme e d’amore, di streghe e cavalieri giostranti. Scrive recensioni, saggi e articoli di approfondimento su testate giornalistiche on-line e riviste specializzate.
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