L’Uovo: materiale e simbolo nelle arti visive. Al di là della Pasqua

L’Uovo: materiale e simbolo nelle arti visive. Al di là della Pasqua

Le uova, si sa, sono elemento e simbolo associato alla Pasqua. Emblema antico di fecondità  ed eternità, era presente nella cosmologia egizia, in quella Fenicia e nell’ebraismo contrassegna la continuità della vita. Per i Cristiani è rappresentazione della Resurrezione dalle tenebre e dalla morte e per questo associato alla festività variabile di anno in anno secondo i cicli lunari. La celebrazione pasquale avviene, però, sempre nel periodo dell’anno in cui la natura si ridesta, con gli accoppiamenti degli animali e le fioriture della flora. Se il pulcino che sbuca dall’uovo è metafora di questa rinascita (e del Cristo risorto), le uova decorate e colorate sono segno di buona sorte e di roseo futuro anche per gli antichi Persiani, che se le scambiavano in alcune cerimonie religiose. Sono diventate persino prezioso regalo della Pasqua del 1885 in Russia, quando l’orafo e gioielliere di corte Peter Carl Fabergé accontentò lo zar di tutte le Russie  Alessandro III che volle un originale pegno d’amore per la moglie Maria Fyodorovna, dando il via alla realizzazione delle costosissime e bellissime uova Fabergè.

L’Alchimia lo assume a catalizzatore di significati oscuri e l’arte non si esime dalle raffigurazioni delle uova in opere di tutti i tipi, gli stili e i materiali. La più celebre è forse la grande tempera e olio su tavola di Piero della Francesca, oggi conservata nella Pinacoteca di Brera a Milano, databile al 1472 circa e nota come Pala di Brera, o Montefeltro. E’ una Sacra Conversazione con la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il donatore (Federico da Montefeltro). Al centro, in un’esedra semicircolare che racchiude una copertura a forma di conchiglia, campeggia un piccolo, perfetto uovo di struzzo che pende appeso a un filo e illuminato dalla luce. Il significato più accreditato ed evidente di questa figura emblematica – oltre all’articolato richiamo al dogma della verginità di Maria –, inteso comunemente come simbolo di vita e della Creazione, corrisponde all’Assoluto divino, centro e fulcro dell’Universo. Insomma, un Uovo cosmico, archetipo che  ritroveremo nella produzione di Fantascienza, in Galactus – personaggio dei fumetti della Marvel Comics – e nell’arte di molti secoli successivi. La raccontiamo iniziando dal grottesco dipinto di Hieronymus Bosch Le concert dans l’œuf (Il concerto nell’uovo) riprodotto nella copia nel XVI secolo (oggi al  Musée de Beaux-Arts Lille) dal Maestro di Lille, perché l’originale fu perduto; non dimenticando il Barocco di nature morte con gusto (Georg Flegel, Spuntino con uova, 1600 circa, Staatsgalerie, Castello di Johannisburg, Aschaffenburg) e dello spagnolo Diego Velasquez che vede anch’egli nell’uovo doti da leccarsi i baffi: nella Vecchia friggitrice di uova, 1618 (National Gallery of Scotland, Edimburgo) non c’è simbolo che tenga poiché v’è un tale realismo che pare di sentire il profumo delle uova fresche appena cotte… Una sinestesia che scaturisce anche di fronte alla solida, corposa Natura Morta con pane e uova di Paul Cezanne (1865, al Museo di Cincinnati) e poi a quella di Georges Braque  (1941) dove l’uovo è a scaldare sulla stufa…

Dalle uova imbiondite e croccanti passiamo ora a quelle di cioccolata, a ricordare la Pasqua, l’allora fiorente industria (dolciaria) italiana e una tradizione nell’eccellenza dell’illustrazione pubblicitaria: ecco Fortunato Depero che nel 1927 crea la locandina per Uova Sorpresa dell’azienda Unica di Torino. Dal Futurismo ci affacciamo sulla magica sospensione spazio-temporale di Felice Casorati (con il piccolo olio su tela Uova su libro, 1949; i più grandi Uova e limoni; Uova sul tappeto o sulla scacchiera; Maternità con uova, 1958; Notturno: uova, 1959) e analizziamo l’archetipo dell’ovale nel Surrealismo, dove prende forma ed è riposto in nidi indecifrabili o nelle gabbie di Renè Magritte. Tra gli artisti dell’inconscio e dell’onirico, Man Ray inserì l’uovo in alcune sue sperimentali composizioni fotografiche chiamate, per la tecnica a contatto pionieristica, con il suo nome – Rayogrammi – e lo acclamò, per linda perfezione e carico simbolico, nel più netto e categorico Uovo di struzzo, 1944. Se la bizzarra, surrealisteggiante Leonor Fini, ne La Guardiana dell’Huevo negro (1955) aggiunge un interessante versione occulta del tema, fu Salvador Dalì a primeggiare in questo, tra l’altro abbellendo  in modo incredibile l’architettura del suo teatro-casa-museo a Figueres, città in cui egli nacque (1904) e abitazione dove morì nel 1989. Egli dipinse ironiche Uova al tegame con tegame (o nel piatto col piatto), 1932, e passò a più concentrate riflessioni con La metamorfosi di Narciso, 1937 (alla Tate Gallery, Londra), in cui il giovane della mitologia greca, famoso per la sua bellezza, si specchia mentre accanto a lui una mano si materializza porgendo un uovo che è schiuso dal  germogliare di un fiore. C’è tutto, qui: la leggenda greca, la punizione, la metamorfosi e, infine, la vita eterna. Nuova di zecca, come è nuovo l’uomo-bambino Geopoliticus, eseguito nel 1943 nel ritiro americano di Dalì e della moglie e musa Gala: lì l’uovo indica più la nascita del novello Mondo – gli Stati Uniti – che un riferimento spirituale e universale… Che, invece, ritroviamo nel Dalì-uovo immortalato in una delle originali foto del sodale Philippe Halsman: per l’effetto-bozzolo che raffigura, sembra ideale spunto per il dipinto L’aurora, 1948, in cui l’uomo (ri)sorge dall’enorme guscio alle cui spalle s’irradiala la luce-tuorlo. Nel 1973 serpenti, donne-Eva ammiccanti e un grande uovo sono il suo contributo per il numero speciale di “Playboy magazine”. Insomma: sacro e profano si rincorrono, si sovrappongono e si ammantano di ambiguità misterica: di quest’ultima sono piene le piazze d’Italia e le wunderkammern di Giorgio De Chirico (l’uovo è inserito in molti suoi quadri). A svelare qualche arcano e mostrare l’evidenza dietro gli emblemi della società – di massa – ci penserà poi Andy Warhol: con la sua massiva produzione di immagini seriali tra le quali quelle di piatte uova multicolor; il suo talentuoso figlioccio disperato, l’unruly child del gesto Graffitistico Jean Michel Basquiat torna, con Eyes and Eggs (olio su tela, 1983), alla dimensione quotidiana, alla fame di cibo, di amore, di 15 minuti di successo per tutti, il (degno?) nipotino di Warhol, Jeff Koons tridimensionalizzerà e monumentalizzerà le uova (di Pasqua) virando verso il lato kitsch dell’immaginario iconico, a differenza dell’originale Claes Oldenburg, che si ferma appena prima (in varie declinazioni museali di Sculpture in the Form of a Fried Egg).

L'Uovo: materiale e simbolo nelle arti visive

1989.55.1 001

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Più scientifica è la scelta di Lucio Fontana che, alla metà degli anni ’50, intaccò la compiutezza immacolata della superficie – in questo nostro caso quella curva dell’uovo-reliquia archetipica – e non finse la terza dimensione ma, sfondando il limite della superficie, bucando il delimitato campo pittorico, fornì sia un Concetto spaziale che lo spazio vero e proprio.

Ironico e intellettuale, Piero Manzoni, il 21 giugno 1960 pensò al ruolo dell’artista di fronte all’autoreferenzialità dell’opera d’arte scandalizzando non poco con Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte. Durante la performance lasciava una perentoria impronta digitale su alcune uova sode, offrendole al pubblico perché le mangiasse, iniziando lui per primo a gustarne e permettendo una fruizione diretta, partecipe dell’arte: fornendo un’occasione di comunione con la fisicità (demiurgica ed eroica) dell’artista.

Anche Scanavino ha adottato delle uova – due – e, da sempre interessato alle forme primordiali, ce le fa toccare con mano, giocando con le forme, delicate e assolute, che grazie all’artista la materia riporta a nuova vita. Una vita in cui forzare i limiti – della materia, appunto, ma non solo – è necessario, come lo è l’attenzione ai suoi dettagli, alle  occasioni preziose che la rendono stra-ordinaria (come sembra suggerire Riccardo Gusmaroli con i suoi arabeschi e intagli su un banale uovo di gallina).

E la pittura? Torna a dire la sua, opponendo  il Neorealismo di Renato Guttuso (e le sue uova figurative e stilisticamente intenzionalmente sgarbate) all’astrattismo di Carla Accardi che impone a una conformazione primordiale (l’ovale), il suo segno altrettanto archetipico; come farà anche Kounellis, rendendo pieno di pathos e teatralità il suo procedere, che in Alberto De Braud (Culinary Dreams, 2006) diventa tridimensionale, giocoso e in ceramica, in Moio e Sivelli si fa sintetico (di silicone: in Natura morta con uova di struzzo, 2006) per tornare all’origine del ciclo della vita (o alle sue contraddizioni e aberrazioni: Banksy, Chicken & Egg).

La vulnerabilità dell’uovo e la sua potenza simbolica si prestano a tante analisi, tra cui, con l’installazione di Mircea Cantor, Nido (2007 Magazzino Arte moderna, Roma; 2008: Galleria Yvon Lambert, N. Y. e Parigi), sull’appartenenza a una tribù, sulla protezione e sul suo contrario, sul concetto di limite e  confine. Dove la spiritualità non ha spesso un’esistenza facile.

E dopo la truce performance The PlopEgg Painting Performance # 1 – A Birth of a Picture della svizzera Milo Moirè, che, completamente nuda, sparerà su una grande tela bianca posizionata a terra, uova di vernice colorata dalla… sua vagina, cosa resta dell’uovo? Forse viaggiare davvero come gli faranno fare i mail artisti (Sandro Rinaldi, Buona Pasqua, 2014) spedendo cartoline, biglietti e lettere disegnate, dipinte, decorate per dare buona arte a tutti, ovunque, giocando sull’effetto-sorpresa: che è poi una delle caratteristiche delle uova stesse.

Barbara Martusciello

Storico e Critico d’Arte, Curatore indipendente, docente, cofondatore di associazioni e webmagazine e pungente penna e tastiera pronta a scrivere e a divulgare la cultura contemporanea non solo visiva. Sorride sempre ma sbraita quando serve; non si ferma mai, è costantemente di corsa ma è attenta a non farsi stritolare dalla fretta e dal sistema poiché ama l’approfondimento e detesta l’approssimazione. Nella vita privata è un altro paio di maniche, più “larghe”: è sempre pronta a organizzare convivi, a cucinare per gli amici, a fermarsi piacevolmente e a godersi – con familiari, sodali, cani, gatti e tanti libri e film – la vita.

Barbara Martusciello

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