Un Fashion Show molto Accademia

Un Fashion Show molto Accademia

BOLOGNA – I giovani designer dell’Accademia di Belle Arti  hanno partecipato con una performance raffinata e stimolante alle manifestazioni ArtCity di ArteFiera 2017.

Scambio di prestazioni tra Arte e Moda

La formazione ai mestieri della moda è un lavoro molto più complicato di quanto l’enorme pubblico dell’abbigliamento e accessori possa immaginare. Talmente complicato che sinora le modalità di approccio al problema delle Università, salvo rare eccezioni, hanno fatto regolarmente cilecca (ovvero producono laureati nei mestieri della moda poco graditi dal mercato). Non è un caso se attualmente le scuole che garantiscono una solida preparazione ai propri allievi appartengono a culture alternative all’approccio universitario e si chiamano Polimoda (nata a Firenze nel 1985), Marangoni (fondato a Milano nel 1935 ), Ied (Milano-Roma, nato nel 1966), Accademia del Costume e di Moda (fondata nel 1964 da Rosanna Pistolese a Roma).

Tra le proposte formative più recenti per futuri Fashion Designer, mi ha incuriosito il corso triennale  lanciato nel 2008/09 dall’Accademia di Belle Arti di Bologna, creato da Rossella Piergallini, donna esplosiva e raro esempio di attitudine creativa perfettamente bilanciata da una lunga frequentazione con studenti e da un fare pragmatico saldamente ancorato al mondo delle aziende. Infatti, la Coordinatrice del corso è una artista, una affermata docente dell’Accademia e una ricercata consulente di aziende che necessitano di progetti artistici, eventi di prestigio, idee per comunicare brand o prodotti. Non c’è dubbio dunque che Rossella Piergallini abbia maturato le competenze e le conoscenze per disegnare e orchestrare Corsi formativi dotati di una evidente specificità, coerenti con l’identità della Accademia ma anche con l’appeal giusto per catturare l’attenzione e l’interesse di giovani talenti.

Ma preferisco dare la parola alla protagonista, incontrata poco prima della attesa sfilata dei suoi studenti, divenuta uno degli appuntamenti del circuito ArtCity di ArteFiera 2017:

“Quando concepii il Corso per Fashion Design avevo il segreto desiderio di contribuire con l’Accademia delle Belle Arti al rilancio della grande tradizione bolognese nella moda. Ho immaginato dunque, un percorso formativo che si proponesse anche come un modo di dialogare con la città, in passato caratterizzata da eccellenze della moda di prim’ordine. Naturalmente volevo un corso dalla spiccata identità, diverso dai tanti tentativi che ho visto nascere a Bologna. Soprattutto doveva avere una identità coerente con lo spessore culturale e la tradizione della nostra Accademia. Ai nostri ragazzi ho chiesto di sposare l’idea che l’arte e la creatività sono il fulcro delle professioni della moda”. Approfitto di una pausa imposta dal caos pre sfilata per chiederle quanto la moda di oggi abbia bisogno di connettersi all’arte dal momento che il marketing sembra dominare i processi produttivi. “Guardi, -risponde la coordinatrice- l’arte ha sempre rubato alla moda idee, colori, emozioni, forme. Ma è anche vero che il fashion low cost è dominato dai manager. Ma non è questa la moda alla quale mi sono ispirata. Io penso che l’Accademia sia un serbatoio di idee e di talenti per la couture cioè per l’aspetto sperimentale e d’avanguardia del fenomeno estetico e sociale che chiamiamo Alta Moda. Io credo che le Accademie siano particolarmente attrezzate per offrire alle aziende soggetti creativi caratterizzati da una preparazione artistica e tecnica impeccabile. Noi siamo abituati a far lavorare i ragazzi come se la scuola fosse un grande, divertente laboratorio, col quale sperimentare le proprie pulsioni creative, con la rassicurante consapevolezza di essere seguiti da professionisti della creatività”. Cosa la rende così sicura della efficacia della sua visione? Chiedo. “Io credo che nel mondo il Made in Italy venga vissuto come una estensione della nostra grande tradizione artistica. La bellezza delle nostre città, la ricchezza dei nostri musei, la grande tradizione di eccellenze artistiche ha creato la disposizione del pubblico internazionale a pretendere dal prodotto italiano qualcosa in più rispetto ad altri prodotti. Per non dissipare questa importantissima eredità culturale dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni di creativi la passione per il bello, per il saper fare bene e con gusto gli oggetti che rendono piacevole e intellettualmente stimolante la vita. Io credo che su questo le Accademie dell’arte abbiano ancora molto da dire…”. Di solito gli artisti non sono teneri con la moda- aggiungo- la considerano troppo effimera per esprimere i valori verso i quali si sentono proiettati…È vero! Ma nella moda abbiamo avuto anche i Capucci, Yves Saint Laurent e tanti altri creativi che oggi tutti i musei del mondo vorrebbero esibire. Quindi, e mi ripeto, tra arte e moda c’è attualmente uno scambio di prestazioni che scuole come l’Accademia dovrebbero sostenere. I miei colleghi artisti, dopo qualche dubbio, hanno partecipato con entusiasmo al mio progetto e come docenti sono stati bravissimi nel motivare i ragazzi. Devo altresì aggiungere che oltre agli artisti/docenti di ruolo noi abbiamo chiamato a collaborare alcuni tra i migliori professioni della moda. La fusione tra queste competenze ha dato eccellenti risultati. Per esempio il workshop di Gaetano Navarra, un couturier bravissimo e soprattutto didatticamente molto generoso, ha dato una forte carica emotiva ai ragazzi. La sfilata che sta per iniziare credo lo dimostrerà ampiamente. Ma è importante non dimenticare mai che noi siamo l’Accademia e che quindi abbiamo il nostro stile per indirizzare gli studenti a scoprire la propria identità creativa. Quando un talento acquisisce sicurezza e tecnica allora può immergersi nel mondo della moda pronto per ogni sfida. Saranno le circostanze a decidere se sarà più bravo a fare abiti o altri accessori, per non parlare di eventi e altre applicazioni dove bisogna apprendere a trasformare le idee in forme possibilmente belle ed efficaci”.

 

Love is the New Black

 

La location del fashion show è suggestiva come raramente capita di vedere. L’Aula Magna dell’Accademia è stata allestita come se fosse un museo di sculture classiche. Rossella Piergallini ha astutamente evitato qualsiasi passerella o scenografia che creasse attrito con il Genius loci della sala. Fin dalle prime uscite delle modelle appare chiaro il tentativo di evitare qualsiasi riferimento al tradizionale concetto di sfilata. Agli occhi del numeroso pubblico viene proposta una performance dall’assetto narrativo molto in sintonia con i valori dei quali mi aveva parlato precedentemente la coordinatrice. La storia che racconta la sfilata è semplice da descrivere quanto raffinata nella sua esecuzione: modelli e modelle inscenano un après midi al museo o, se preferite, al vernissage di una mostra di famose sculture classiche, sulle quali generazioni di artisti hanno studiato il corpo espressivo ideale. Molto indovinata l’idea di riempire il fretta lo spazio della sfilata con tutti i modelli per fornire agli spettatori uno sguardo dialettico tra l’insieme della eterogenea collezione (i designer coinvolti erano una decina per un totale di venti look) e la focalizzazione dei modelli che con naturalezza si aggregano in piccoli gruppi, scivolando da una della quattro statue poste al centro della sala, alle altre. Con questa soluzione la fruizione della performance ha consentito una percezione olistica dell’insieme (e quindi trasmetteva l’idea di un team di creativi impegnati a sviluppare un tema), con lo studium del singolo look, quando il modello o la modella, recitando il coinvolgimento emotivo dell’amatore dell’arte, si avvicinava quasi sfiorandolo al gruppo marmoreo in prossimità dello spettatore. Le musiche di Filippo Terni, interpretazioni al pianoforte di Satie, Gershwin, Mozart e ancora Satie, in totale controtendenza rispetto il sound system delle sfilate commerciali, dava ai lenti movimenti dei piccoli gruppi o dei singoli modelli, il senso di una leggera reverenza, come se in definitiva tra i look d’avanguardia e le drammatiche forme classiche, evidentemente contrastanti, in realtà potessero nascere significazioni innovative. La raffinata semantica emozionale nel finale ha virato bruscamente verso l’entusiasmo con l’arrivo di una Eva Robbins in gran forma, che con classe e carisma, ha ricondotto il pubblico alle significazioni rituali di una sfilata, all’epifania cioè, dei corpi ideali rivestiti di abiti significanti un certo stile di bellezza. Applausi e poi ancora applausi.

Che giudizio dare degli abiti che ho visto? Il giudizio critico va commisurato al tema che Gaetano Navarra aveva concordato con i giovani designer. Il Workshop che sarebbe poi culminato nella presentazione dei modelli, era iniziato quando le cronache ancora commuovevano l’opinione pubblica con gli effetti dell’attentato alla discoteca Bataclan di Parigi. Il couturier e i ragazzi decisero di dedicare alle vittime dell’atto terroristico il loro lavoro creativo. Da qui nacque il tema “Love is the New Black”. Non deve sorprendere dunque una sfilata dominata da un colore che doveva simbolizzare un sacrificio ma anche la reazione, la voglia di continuare a vivere nella libertà e nell’amore. Questi ultimi due tratti sono stati sviluppati soprattutto lavorando sulle forme dell’abito. E bisogna riconoscere che a tal riguardo l’impressione creativa è stata notevole.

Se dovessi esprimere un giudizio sintetico direi che le idee hanno sopravanzato la dimensione tipicamente sartoriale. Ma mi chiedo: non è proprio questo che dovremmo attenderci da giovani designer?

L’interpretazione del fashion show può legittimare anche un altro punto di vista. Riflettendo sul processo e non la struttura della sfilata, mi sono fatto l’idea che gli elementi di superficie della narrazione in realtà velassero un parallelismo di “anacronismi” dinamici. Ora l’Anacronismo è attualmente una delle tendenza maggiormente frequentate dai curator dei musei e dai critici alla moda. Anacronismo significa fare emergere dal passato opere spesso narcotizzate dagli storici per metterle in relazione a qualcosa di contemporaneo. Provate a pensare alla sfilata che ho brevemente descritto: statue classiche e abiti postmoderni; musiche di Mozart (classico) , Gershin (moderno) e Satie (avanguardia); modelle giovani, e vecchie glorie (una splendida Claretta); maschi/femmine e gender. Naturalmente non so fino a che punto questi parallelismi anacronistici siano stati intenzionali. Ma se lo fossero stato allora mi spiego il sentimento di coerente straniamento che sicuramente ho provato. D’altra parte non deve forse l’Accademia insegnare a trasformare l’arte e le sue storie in materiale espressivo affinché i giovani artisti possano raccontare il loro tempo?

Accademia

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Lamberto Cantoni

Lamberto Cantoni

L’amore per la scrittura probabilmente lo devo a mia madre, eroica sartina di provincia. Non avendo superato l’orrore per forbici e aghi, mi sono ritrovato a lavorare il fantasma delle origini con parole e grammatica. Ho avuto maestri eccezionali dei quali, me ne rendo conto, sono stato un pessimo allievo. Ma non ho mai perso la voglia di mettermi in gioco.
Lamberto Cantoni

9 Responses to "Un Fashion Show molto Accademia"

  1. anna   2 febbraio 2017 at 16:27

    concetto della sfilata molto seduttivo. complimenti a chi lo ha ideato. dove si puo vedere il video?

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  2. Luigi   2 febbraio 2017 at 18:19

    Il contrasto tra le opere d’arte e l’effimero degli abiti è sempre emozionante. Dalle foto e dall’articolo sicuramente è stata una bella sfilata. Complimenti agli organizzatori.

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  3. Giulia   2 febbraio 2017 at 18:27

    Gli abiti dalle foto sembrano molti severi. Penso dipenda dal tema. Sfilata molto intelligente. Non conoscevo questo corso a Bologna. È collegato all’Università? Mi ha interessato anche la musica citata nell’articolo. Una scelta raffinata.

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  4. Loredana   2 febbraio 2017 at 18:41

    Gli abiti dei giovani stilisti sono senz’altro eleganti, peccato però che dalle foto non si capisca bene come sono fatti. Però il concetto che hanno sviluppato era importante. Trovo corretto impegnarsi su temi etici. Non ho visto la sfilata ma l’autore è stato molto empatico. Avrei voluto esserci.

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  5. Mastrangelo   2 febbraio 2017 at 18:55

    Complimenti a Rossella che conoscevo come artista.

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  6. Virginia   3 febbraio 2017 at 09:43

    Tutto molto bello. Però c’è una cosa che non capisco: perché gli stilisti di successo nelle interviste dicono che il loro lavoro non è arte? Se hanno ragione allora la sfilata che ho visto e il corso che hanno fatto gli studenti forse sono troppo all’avanguardia rispetto un sistema moda ancora un po’ ignorantello…

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    • Lamberto Cantoni
      Lamberto Cantoni   3 febbraio 2017 at 10:51

      Hai ragione Virginia. Chanel sarebbe stata d’accordo con te. Anche Margiela e tanti altri. Dior penso di no, è nemmeno Saint Laurent o McQueen. Cosa voglio dirti? Dobbiamo differenziare l’arte come oggetto dall’arte come pratica ed esperienza interiore. Se pensi che le forme storiche esauriscano l’espressione artistica allora probabilmente hai ragione ad avere dei dubbi sul rapporto arte moda; se invece prendi in considerazione il processo che porta un creativo a configurare qualcosa che esprima un valore emozionale ed estetico, allora, si può dire che la moda intesa come abbigliamento & Co ha sempre più di una parete di comunanza con l’esperienza artistica.

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  7. Andrea R   4 febbraio 2017 at 08:13

    Troppo facile sparare contro le università. Cosa avranno mai le scuole citate dall’autore di piu di università che esistono da secoli. È un luogo comune pensare che tutto ciò che è pubblico sia obsoleto e invece tutto ciò che è nuovo sia portatore di modernità. L’Università non fa solo didattica ma anche ricerca. Le scuole citate invece vivono di marketing, pubblicità e di saperi che nessuno controlla. Illudono i ragazzi con corsi dal titolo bizzarro, cambiano programmi come se fossero palinsesti Tv. Chi li controlla? Le Accademie non le conosco. Ma di sicuro chi meglio di loro può insegnare l’arte. Ma siamo sicuri che l’arte conti così tanto nella moda?

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  8. Lamberto Cantoni
    Lamberto Cantoni   4 febbraio 2017 at 18:25

    Andrea posso risponderti solo in modo conciso.
    1. Intendevo riferirmi alle Università statali italiane;
    2. La moda non è una disciplina “storica” come la Filosofia, la letteratura etc.; è una pratica e un modo di vita. Si tratta di dimensioni nei confronti delle quali il sapere universitario può contribuire ma non dominare;
    3. Le scuole che ho citato utilizzano spesso docenti che provengono dalle Univesitá statali o ci collaborano (per esempio è il mio caso); tuttavia preferiscono appoggiarsi a contrattualisti che hanno solide conoscenze del mercato del lavoro; tra l’altro questi adeguamenti al mercato attraverso docenze estemporanee è una soluzione praticata dalle stesse Università per rimanere competitive lá dove si sentono deboli;
    4. Il problema vero è chi decide il piano di studi. Nelle Università spesso o quasi sempre è un onesto Accademico con scarsa conoscenza (o passione) delle aziende e dei loro problemi; nelle scuole che ho citato decidono personaggi che devono per forza avere una visione del mercato della moda efficace, altrimenti la struttura ha poche iscrizioni e vengono licenziati per far posto ad altri; l’Universitá statale protegge di più chi ci lavora e chi sbaglia spesso continua a fare danni fino alla pensione;
    5. Quindi le scuole che ho citato finiscono con l’essere più ciniche ma anche più efficienti;
    6. Veniamo al problema più grave: per insegnare i mestieri della moda occorrono molte risorse (laboratori, tessuti, tecnologie); purtroppo nel nostro Paese la classe politica ha fatto molti danni tra i quali i mancati investimenti per mettere al passo le Università con ciò che fa funzionare il mondo: senza “ricerche”, senza costanti e controllati adeguamenti professionali per i prof. , senza un equilibrato ricambio generazionale, le Università sono destinate a divenire auto referenziali ed erogatrici di un sapere poco efficace (per trovare lavoro). È chiaro che non sto parlando di tutte le Università Statali e di tutte le facoltà bensi di quelle che hanno attivato corsi moda: sono state troppe, con poche risorse e piano di studi discutibili.
    7. Anche le scuole che non appartengono alla cultura Universitaria hanno problemi. I controlli qualitativi sono quello che sono, l’arbitrarietà decisionale a volte è imbarazzante ma in ultima istanza il loro modo di esistere le porta per tentativi ed errori a migliorarsi: senza contributi statali o soddisfano la domanda o decadono fino a scomparire.
    8. Le Accademie sono una via di mezzo tra il modello dell’Universitá statale e le scuole “private”. Hanno docenti burocratizzati che però quasi sempre sono artisti o professionisti delle pratiche estetiche. Il cuore della loro didattica sono i laboratori. Quindi possono essere più efficienti nei corsi dove creatività ed estetica devono essere dominanti.
    9. Arte e moda sono pratiche che conviene differenziare. Ma comunque vada sono destinate ad incrociarsi, a respingersi, a fondersi, a co-evolvere. Il “come” questo avviene non può essere fissato una volta per tutte. Ma è grazie a questa impossibilità che possono entrambe continuare a produrre le significazioni che le rendono vivaci e vicine alla sensibilità della gente.

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