L’amore finché resta: il nuovo romanzo di Giulio Perrone

L’amore finché resta: il nuovo romanzo di Giulio Perrone

ITALIA – Giulio Perrone torna in veste d’autore. Dopo il successo de L’esatto contrario e Consigli pratici per uccidere mia suocera, pubblicati con Rizzoli, arriva in libreria il suo terzo romanzo: L’amore finché resta, edito da HarperCollins.

Ha un titolo bello, il libro di Giulio Perrone. Ha un titolo che vince ai blocchi di partenza. L’amore finché resta, come restano le cose essenziali, i basamenti imprescindibili; l’amore che rimane in vita, che rimane vivo; l’amore che ci spoglia e ci insegna ad essere chi siamo.

“Il giorno delle nozze, mentre mi preparavo, ricordo una sua frase: <<Te la stai scegliendo tu, così>>. Sul momento non avevo dato grande peso a questa cosa. In fondo che voleva dire? Tutti scegliamo in modo arbitrario i nostri compagni, i nostri mariti e le nostre mogli. Mia madre però intendeva che la mia non era stata una scelta impulsiva e dettata dall’amore ma fin troppo meditata, pensata, bugiarda” scrive Giulio Perrone a pagina 70. Possiamo non essere disposti ad ammetterlo, possiamo scegliere di tacere la verità, insabbiandola o, tutt’al più, bisbigliandola in una improvvisa cabrata di coraggio, ma nessuna di queste mezze omissioni, nessuno di questi occultamenti cambia il fatto che alcuni matrimoni non siano matrimoni: sono società per azioni, piuttosto, imprese a rischio calcolato, la sommatoria di un baratto, di uno scambio. Un bene per un altro bene, a sacrificio dell’amore che, ahimè, è n’ata cosa, come diceva Sophia Loren. Chiedetelo a Tommaso Leoni – il protagonista de L’amore finché resta – e a sua moglie, Lucrezia Altomonti: il primo cercava una compagna di rappresentanza, poco impegnativa e con la quale sistemarsi; la seconda un uomo che avesse un’estrazione sociale diversa dalla sua e fosse “sufficientemente spiantato da destabilizzare i suoi genitori”, continua Giulio nel romanzo. È su queste urgenze, su questi ammanchi di felicità, che si edifica la loro unione, come un vaso crepato dall’interno – che non mostra cedimenti in superficie – incautamente esposto sul fianco esterno di un ripiano: basterebbe poco, una folata di vento appena più forte, un movimento maldestro, per schiantarsi di sotto, liberando entrambi.

Un giorno, tuttavia, il vento si mette a soffiare di buona lena, spirando raffiche impetuose e sbilanciando il vaso. Tommaso ha quarant’anni, un figlio nato dal matrimonio con Lucrezia, un lavoro da psicoterapeuta per il quale si è laureato e che esercita, senza molta convinzione, nello studio pariolino messogli a disposizione dal padre di sua moglie. Tradisce Lucrezia, Tommaso, lo fa impunemente, un po’ per noia, un po’ per indolenza, ma seguitando a rifuggire, anche nel tradimento, quell’abbandono ai sentimenti di cui non è mai stato capace e per il quale sembra non essere programmato.

Una sera, nella casa di via Giosuè Borsi, sua moglie cala le carte e lo lascia, sovvertendo gli equilibri finti, dissimulatori, sui quali avevano imparato a stare in piedi. Tommaso crede che i suoi peccatucci siano stati scoperti, invece è lei, è Lucrezia, ad avere un altro e perciò a chiedere il divorzio. D’un tratto, il protagonista del nuovo romanzo di Giulio Perrone si ritrova senza un tetto sopra la testa, senza lavoro e senza un soldo. Suo malgrado, torna a vivere da mamma Iole, in una realtà faticosa, dalla quale credeva di essersi definitivamente affrancato, e che invece lo aspetta al varco, con un carico aumentato di problemi insoluti rispetto ai quali, fino a quel momento, si era limitato a porre in essere una adeguata strategia di ripiegamento: la madre di Tommaso è ludopatica, ha mancato di pagare alcune rate del mutuo e perciò rischia di perdere la casa nella quale sono stati profusi i sogni e i sacrifici del marito. Il papà di Tommaso è andato via molto presto, lasciando in eredità, a suo figlio, un orologio d’oro, una abitazione popolare e un Maggiolone rosso del ’73, quello dei viaggi a Torvaianica, per la villeggiatura, e della radio col segnale intermittente, che amputava i ritornelli alle canzoni. Tommaso aveva poco più di vent’anni all’epoca dell’addio e non ha mai perdonato a suo padre quell’atto di separazione violenta. Ci sono cose per le quali possiamo assolvere tutti, tranne le persone che amiamo.

Succede allora che Tommaso si debba reinventare, partendo dalle ferite insanate, dai tagli che hanno radici profonde e che rimestano il terreno dalle basi, dai basamenti imprescindibili di cui ho scritto all’inizio. Il primo di questi basamenti, probabilmente l’unico, è l’amore. L’amore per suo figlio Piero, ad esempio, che impara a conoscere, e dal quale si lascia conoscere davvero, onestamente, solo dopo la separazione; l’amore per una donna molto diversa dalla moglie, una giornalista freelance che arriva a scompaginare la rigidità dietro la quale Tommaso si è seppellito, negli anni, e quelle regole inflessibili, quei dogmi spicci che avrebbero dovuto evitargli la sofferenza e che invece lo smarrivano, allontanandolo da se stesso; l’accettazione di un lavoro più umile, per mezzo del quale riesce a tirare avanti e a calarsi nella bellezza, non sempre facile, delle cose autentiche; infine, l’amore per la dignità della vita che, presto o tardi, ci chiama ad essere veri. Non illesi, non incorrotti. Nemmeno perfetti. Solo veri.

L’amore finché resta, di Giulio Perrone, suggerisce una riflessione importante su quanto possa essere pericoloso concepire l’amore come un sentimento che funziona per sottrazione, detraibile dal resto, dalle esigenze di ordine pratico che sembrano primarie, prioritarie rispetto alle emozioni, all’affettività, e su quanto rinunciare alle seconde in favore della prima sia una scelta malcerta, claudicante. Il cavallo di razza si vede a lunga corsa e perciò, col tempo, quell’atto di compravendita per mezzo del quale abbiamo mercanteggiato, permutando l’amore con la stabilità, si azzoppa obbligando i proverbiali nodi a risalire al pettine, uno per uno, senza scampo. La vita vuole solo la nostra felicità, una felicità piena, protagonista, non accessoria. Quando siamo troppo ciechi o troppo sordi per rintracciarla da soli, ci mette nella condizione di andarle incontro, anche se questo incontro può passare per un momento doloroso, difficile, un momento che va nella direzione contraria rispetto a ciò che avevamo creduto giusto per noi fino a un attimo prima e che, in questa virata imprevista, in questa sterzata senza dolcezza, ci salva.

Giulio Perrone
L’amore finché resta, di Giulio Perrone

Lo scorso aprile, abbiamo raccontato di Consigli pratici per uccidere mia suocera, il romanzo di Giulio Perrone edito da Rizzoli. Quest’anno, ho avuto il piacere di parlare con l’autore de L’amore finché resta, del suo lavoro di editore e di scrittore, e dei viaggi che un libro compie quando arriva tra le mani dei lettori.

Nel 2005 hai fondato la casa editrice che porta il tuo nome, e perciò vivi il mestiere di scrivere nella doppia declinazione di autore ed editore. Quanto c’è del primo nel secondo, e viceversa? Pensi anche da editore quando scrivi o da scrittore quando scegli di pubblicare un libro?

Per i primi dieci anni di lavoro nella casa editrice ho messo la scrittura da parte dedicandomi solo ai libri degli altri, cosa che come attività primaria faccio ancora oggi. Però nel 2015, l’anno in cui è uscito il mio primo romanzo per Rizzoli, questa voglia di scrivere e di raccontare è tornata fuori, prepotentemente e da allora non mi sono più fermato. Restano però due attività distinte nella mia vita e nessuna delle due influisce sull’altra. Forse l’unica cosa che è cambiata pubblicando un libro mio è stato di capire meglio le tensioni e le ansie degli autori quando pubblicano. Mi ha avvicinato di più a loro dal punto di vista emotivo.

In L’amore finché resta, il padre di Tommaso è una figura che si muove nell’architettura della storia solo attraverso i ricordi di suo figlio. Eppure, a dispetto di questa “immaterialità” – per così dire – l’eredità emotiva che lascia a Tommaso, al protagonista, è centrale, costitutiva, al punto da influenzare profondamente le sue scelte, la gestione delle emozioni, il modo di intendere la vita, l’amore…

Il rapporto col padre è una mia grande ossessione forse perché ho perso il mio da ragazzo e questo vuoto non si è mai colmato del tutto. D’altronde è anche vero che tutto quello che facciamo è spesso influenzato anche e soprattutto dalle persone che non ci sono più e a cui abbiamo voluto bene. Tommaso, nel momento di massima difficoltà della sua vita, guarda al padre anche per trovare un’ispirazione che lo porti a ricucire o meglio a costruire un rapporto solido con suo figlio.

Si dice che, al termine della stesura, i libri smettano di essere di chi li scrive per diventare di chi li legge. Cosa pensi di questo “passaggio di testimone”?

Inevitabile. Sono i lettori che portano il libro in giro per il mondo. Lo vivono, lo sentono proprio e trovano in quelle parole che hai scritto dei collegamenti alla propria vita. Devo dire che questa è una delle cose più belle perché hai la sensazione quasi di vivere per qualche ora accanto ad una persona che magari neanche ti conosce eppure, in quel momento, cammina mano nella mano con te attraverso la storia che gli racconti.

Giulio Perrone
L’amore finché resta, di Giulio Perrone

NOTE BIOGRAFICHE

Giulio Perrone vive a Roma dove, nel 2005, ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Ha pubblicato, per Rizzoli, i romanzi L’esatto contrario (2015) e Consigli pratici per uccidere mia suocera (2017). Collabora con l’Università La Sapienza di Roma.

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Antonia Storace

Ho dipinto di bianco una delle pareti di camera mia e, simile ad una giunonica tela, le ho affidato un pezzo della mia storia. Ora, sul suo perlaceo candore, una scritta vestita di nero contrasto danza come fosse sospesa nel vuoto: “La scrittura è stata la mia fonte della giovinezza, la mia puttana, il mio amore, la mia scommessa” (C. Bukowski).
Scrivere è il mio verbo all’infinito. Il mio infinito in un verbo: un destino che ti porti addosso, ti abita la pelle e dal quale non puoi fuggire.
Antonia Storace

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