ROMA- Abbiamo visto al Teatro Vascello Il male dei ricci la prima parte del progetto teatrale ideato da Fabrizio Gifuni Fantasmi della nostra storia dedicato alle figure di Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro.
Come si può descrivere l’incontro dello spettatore con Fabrizio Gifuni? Non si può descrivere, bisogna viverlo. Quello a cui si assiste è ben al di là della recitazione. Gifuni non entra nel personaggio, il personaggio entra in lui. È una possessione. Il suo ingresso in palcoscenico è con le luci della sala accese. Noi guardiamo lui e lui ci guarda, ci osserva. Il teatro, dice, è il luogo ideale per ospitare dei fantasmi. D’altra parte, lo hanno fatto vari autori da Shakespeare a Pirandello. Fantasmi sono anche Pasolini e Moro. È la loro angosciosa solitudine, sue precise parole, che lo ha colpito. Una solitudine vissuta nell’ultima parte della loro esistenza. Ma non è l’unica coincidenza. Entrambi erano consapevoli del pericolo che il nostro paese correva (corre?). Entrambi non compresi da coloro che gli stavano accanto. Personalità opposte, ideologie diverse, un unico drammatico destino.

Poi un gesto, che qualcuno ha addirittura scambiato per un malore. Gifuni scompare, al suo posto appare il fantasma di Pasolini e le sue parole ritrovano carne e sangue. Il palco è suo, la scena è sua. Dalle parole dell’intellettuale passiamo a quelle del romanzo Ragazzi di vita. Ora siamo nel cuore della Roma popolare. Vivida, perfino tangibile. È come se fossimo tutti una sola persona tanta è la palpabile concentrazione. Partecipiamo anche noi allo spettacolo e lo dimostra il fatto che la luce in sala si spegne e si accende, il nostro coinvolgimento è parte del processo. Allora appare chiaro il senso delle parole di Fabrizio Gifuni quando, nel descrivere lo spettacolo parla di rito collettivo.
9-10 aprile
Il male dei ricci
11-13 aprile
Con il vostro irridente silenzio
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