Kneecap: I giorni dopo l’IRA

Kneecap: I giorni dopo l’IRA

ITALIA – Esce nelle sale, finalmente, Kneecap, biopic (o per meglio dire, storia videoclippata) diretto da Rich Peppiat. Premiato ai BAFTA britannici come miglior esordio, la pellicola sovverte le dinamiche del genere trasformandolo in un videoclip apertamente celebrativo ma ironico. Conscio delle dinamiche sociopolitiche legate alla musica (e non solo), non è la solita storia di riscatto e fama. Serpeggiano tra le righe tensioni sociali e contraddizioni di un mondo che sotto la lente dell’hip hop mostra quando sia facile abusare del proprio ruolo. O usarlo come maschera. Istituzionale o autointestato che esso sia.

Due film sono stati usati come paragone per questa pellicola. L’Odio di Mathieu Kassowitz, capolavoro del cinema anni Novanta figlio di un’epoca in cui si credeva ancora che l’arte potesse in qualche modo cambiare le regole del gioco. E Trainspotting di Danny Boyle, a parere di chi scrive poco meno di un modesto tentativo di mettere le mani in pasta nel tema giovani, droga e angoscia suburbana ma furbo abbastana da piacere al grande pubblico.

Una immagine del film Kneecap
Una immagine dal film Kneecap, licenza Creative Commons

Tensioni sociali viste con ironia

Il paragone regge se si pensa che tutte e tre le opere mettono tensioni sociali – chi più chi meno certo – e musica al centro della scena. Ma se L’Odio era quasi l’opera di un Pasolini spurio venuto su a pane e rap anziché a tele del Mantegna, e Trainspotting il trionfo del gusto nazionalpopolare, Kneecap affronta senza timore alcuni nodi politici ed esistenziali. L’indipendenza negata e la famiglia. Il futuro di una classe in un Paese con l’ascensore sociale bloccato e l’amore. L’industria musicale, la politica e i propri sogni e speranze.

La chiave di volta in questo caso è l‘ironia. Un’ironia non amara, non cinica, non distaccata. Un’ironia divertita e divertente, di chi non si è sporcato (ancora?) con il Sistema e con l’amarezza di dover accettare compromessi per farne parte. E così, se non possiamo non provare simpatia per questi due ventenni e il professore di irlandese che viene a dargli man forte quasi per caso, questo avviene perché non c’è retorica a mostrarceli come eroi. Sono invece pienamente umani, pregi e difetti. La musica parla per loro, è fatta da loro, ma essi non sono esenti da tic o idiosincrasie.

Una immagine del film Kneecap
Dal film Kneecap (licenza Creative Commons)

Tridimensionalità e generazioni post conflitto

Certo, alcuni personaggi, come gli appartenenti ai Repubblicani Anti Droga sono disegnati su un cartoncino. Ma forse non si tratta di scherno, quanto di mostrarci quanto sia difficile nel mondo contemporaneo conquistare una propria tridimensionalità. Anche il padre di Liam, del resto, che si dà alla macchia da un decennio per evitare la prigione, resta un personaggio ambiguo. Il suo ritratto più vero è forse, infatti, quello che ne fa la moglie.

Ma non è un caso: la generazione dei due giovani ventenni è quella che si trova, dopo una forzata pacificazione, a non avere né un ideale né un soldo in tasca. La generazione precedente è del resto troppo lontana, troppo arroccata nei propri ideali e incapace di fare i conti con la propria inconcludenza. Parrebbero restare dunque l’arte e l’amore le uniche vie d’uscita dal buco nero della Storia: un messaggio così ovvio, forse, da poter venir porto allo spettatore con un sorriso.

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