Alpha: un viaggio nelle nostre paure primordiali

ITALIA – E’ uscito nei cinema del Belpaese “Alpha”, ultima fatica cinematografica di Julia Ducournau. C’erano molte aspettative per la regista vincitrice con “Titane” della Palma d’Oro al 74° Festival di Cannes. E quest’ultimo lavoro,  pur essendo un film imperfetto, riprende la tematica-cardine di tutti i suoi film: la famiglia e i legami tra esseri umani. Pur rimanendo nei territori del body-horror.

Dalle automobili alla malattia

Non siamo riusciti a vedere per intero “Raw”, esordio della regista francese, perché troppo disturbante. Il che lasciava ben sperare: oggi che anche il cinema più controverso si lascia comunque consumare in quanto prodotto, vedere una artista che sfugge a queste logiche non può che rendercela simpatica e interessante. Poi è venuto “Titane”, coi suoi riferimenti a Cronenberg e a “Crash” in particolare. Sesso e lamiere. O meglio: dal sesso tra le lamiere, al sesso con le lamiere.

Ma anche “Titane” era un film sui legami famigliari, alla fine. E’ da qui, più che dal tema della misteriosa e contagiosa malattia – più un riferimento all’AIDS che al Covid – che parte Ducournau in questo nuovo lavoro. In più di una intervista, infatti, essa ha dichiarato di essersi focalizzata sul momento dell’emancipazione di una adolescente dalla figura materna, momento più delicato rispetto all’emancipazione dalla figura paterna.

Da Cronenberg a Carax

Se il padre infatti rappresenta comunque l’alterità, il giudizio esterno su di noi, la madre, che per un periodo importante della nostra vita ci nutre, rappresenta un legame fortissimo con una parte di sé, per rinunciare alla quale occorre fare qualche passaggio in più. Ma andiamo con ordine. Intanto, se il riferimento per “Titane” era Cronenberg, per questo “Alpha” è inevitabile pensare a Leos Carax, e in particolare al suo “Mauvais Sang”.

Anche lì c’era una malattia misteriosa che colpiva ‘chi fa sesso senza amore’ (quante polemiche per questa parte di plot all’epoca), solo che qui i corpi dei malati diventano pian piano di marmo fino a sbriciolarsi. E forse, un altro riferimento possibile potrebbe essere il Tarkovskij di “Stalker”. Anche in Carax, comunque, c’è la musica, con David Bowie e la sua “Modern Love”, così come qui, in “Alpha”, abbiamo una “The Mercy Seat” di Nick Cave per solo voce e pianoforte (ma non solo).

Identità e alterità

Ma chi è Alpha? Stiamo parlando di una ragazzina di 13 anni di origine berbera (Mélissa Boros), che vive con la madre (Golshifteh Farahani) e con uno zio dipendente dall’eroina (Tahar Rahim) in una zona non meglio precisata di Parigi. Un giorno Alpha si fa fare, a una festa, un tatuaggio di fortuna, una “A” sul braccio, che non smette di perdere sangue. La madre, medico in ospedale, le fa fare degli esami, mentre i compagni di classe, allarmati, iniziano a bullizzarla. E’ la ricerca dell’identità in un mondo che ci vuole omologati, pena il considerarci portatori di malessere, l’altro tema, legato all’emancipazione, del film.

E così vediamo come le persone che ruotano attorno ad Alpha, ma non solo, reagiscono rispetto alla sua ricerca, ma anche come si relazionano con il suo insegnante di inglese omosessuale e al suo compagno malato, o come la famiglia di origine berbera di Alpha si rapporta con la strana malattia, che secondo la nonna della protagonista viene dal Vento Rosso, una misteriosa leggenda dalle origini oscure. C’è innegabilmente molta carne al fuoco, tanto che il nostro primo giudizio sulla pellicola in questione è stato pensare a un’opera intrigante ma gestita male.

L’altro, ovvero il simile, ovvero noi

Invece, a distanza di qualche giorno, possiamo dire che “Alpha” ci ha lasciato, sedimentando, con la sensazione di aver assistito a un’opera pulita e ordinata, con i tasselli che in qualche strano modo vanno al loro posto, sebbene il film rimanga non necessariamente un lavoro lineare, ma comunque sorprendente. Siamo al terzo lavoro per una regista che probabilmente ci affascinerà ancora di più in futuro. Se vivessimo nel migliore dei mondi possibili, questa sarebbe un’opera da non perdere, come anche le precedenti.

Non per sapere qual è il meglio (ci fosse) del cinema attuale, ma per avere la possibilità di relazionarci con quei micromovimenti intimi che ognuno di noi sperimenta in una società dove l’altro, e quindi anche il simile, è visto con sospetto, pure restando l’incontro con esso una dimensione fondamentale della nostra crescita personale. E allora ben vengano opere come “Alpha”, con la loro ben strutturata componente di alterità, per farci riflettere.

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