ROMA – Tra cucina d’autore, contaminazioni culturali e un dialogo gastronomico tra Roma e Giappone, il Chorus Café inaugura “A Fine Dining Story” con una cena a quattro mani firmata Arcangelo Dandini e Koji Nakai. Ecco la mia intervista allo chef giapponese.
Al Chorus Café ho vissuto un’esperienza immersiva che trasforma il fine dining in racconto, memoria e identità.
Ci sono cene che non si esauriscono in una successione di portate, ma diventano esperienze narrative, quasi teatrali. È quello che accade al Chorus Café, elegante spazio all’interno dell’Auditorium della Conciliazione, dove il 7 maggio ha preso vita “L’Umami di Roma”, primo appuntamento di A Fine Dining Story, il nuovo format ideato da Arcangelo Dandini.

Più che una semplice cena, quella andata in scena è stata una riflessione sul senso stesso del fine dining: non nutrimento, ma linguaggio culturale, contaminazione e memoria condivisa.

Chorus Café, una location che invita all’ascolto
Situato in una delle zone più centrali di Roma, il Chorus Café colpisce immediatamente per la sua atmosfera raccolta e sofisticata. Lo spazio, nato originariamente come sala del coro dell’Auditorium della Conciliazione, conserva ancora oggi quella dimensione quasi sospesa.
Marmi, linee essenziali e luci soffuse costruiscono un ambiente elegante ma mai freddo, perfetto per accogliere una serata in cui ogni dettaglio sembra studiato per valorizzare l’esperienza.
Qui la gastronomia non è semplice intrattenimento, ma diventa forma d’arte contemporanea.

Arcangelo Dandini e Koji Nakai: Roma incontra il Giappone
Al centro della serata, naturalmente, l’incontro tra Arcangelo Dandini, da sempre punto di riferimento della cucina romana contemporanea, e lo chef giapponese Koji Nakai.

La loro non è una fusione forzata, né un esercizio di stile. È piuttosto un dialogo costruito sul rispetto reciproco e sulla ricerca di un equilibrio tra due mondi apparentemente lontani, ma sorprendentemente vicini.
Roma e Giappone si incontrano attraverso il concetto di umami, quinta dimensione del gusto ma anche metafora di profondità, stratificazione culturale e memoria.

L’intervista a Koji Nakai: “Roma mi ricorda Osaka”
Durante la serata ho avuto l’occasione di parlare con Koji Nakai, scoprendo una storia personale che racconta molto del suo approccio alla cucina.
Lo chef mi racconta di essere nato in Giappone, a Kobe, città vicina a Osaka. Ed è proprio Osaka il riferimento che torna spesso nel suo racconto.
“Roma mi ha colpito tantissimo”, spiega. “Per l’ambiente, per la gente, per i rapporti umani. Mi ricorda Osaka, dove le persone sono molto più aperte rispetto a Tokyo. Qui mi sento quasi come a casa”.
Un parallelismo che non riguarda solo il carattere delle persone, ma anche il cibo.
“La cucina romana e quella di Osaka hanno molti punti in comune. Entrambe amano sapori intensi, decisi, profondi. Anche a Osaka si mangiano molto interiora e piatti molto saporiti”.
Una connessione gastronomica che spiega anche il senso della serata.

Dalla pizza napoletana al fine dining romano
Prima di arrivare in Italia, Koji Nakai non nasce come chef di cucina giapponese, ma come pizzaiolo in Giappone.
“Facevo pizza napoletana”, racconta sorridendo. “In Giappone oggi la cucina italiana è richiestissima, e la pizza napoletana è amatissima”.
Una passione che lo ha portato a studiare a fondo la cultura italiana.
“Ho studiato dizione italiana, cultura italiana, mi sono appassionato moltissimo all’Italia. È stato naturale decidere di trasferirmi qui”.
La scelta, però, non è stata Napoli.
“Quando sono arrivato, circa vent’anni fa, entrare nelle cucine napoletane da straniero era molto difficile. Oggi forse qualcosa è cambiato, ma allora non era semplice”.
Dopo anni trascorsi tra Nord Italia e Toscana, lavorando in diversi ristoranti stellati, la scelta definitiva è stata Roma.

Una cucina che unisce romanità e tecnica giapponese
Negli anni Nakai ha sviluppato una cucina molto personale, costruita proprio sul rapporto con Roma.
“Ho inventato tanti piatti dedicati a Roma”, racconta. “Amo questa città e mi piace mescolare cucina romana e cucina giapponese”.
Ed è esattamente ciò che ha portato in tavola durante “L’Umami di Roma”: piatti in cui la romanità si percepisce chiaramente, ma attraversata da tecnica, equilibrio e sensibilità giapponese.
“Si sente Roma, ma con un’influenza giapponese”, sintetizza.
Il risultato è una cucina che non rinnega nessuna delle due identità, ma le mette in relazione.

A Fine Dining Story: il cibo come racconto culturale
Con A Fine Dining Story, Arcangelo Dandini sembra voler costruire qualcosa che va oltre la classica rassegna gastronomica.
Ogni appuntamento è pensato come un contenitore multidisciplinare in cui gesto culinario, estetica, relazione e racconto convivono.
Gli chef diventano autori, la sala si trasforma in palcoscenico e il cibo assume una funzione narrativa.
“L’Umami di Roma” è stato un primo capitolo perfettamente coerente con questa visione: una serata in cui il fine dining smette di essere semplice lusso per diventare esperienza culturale viva.
Chorus Café: un’esperienza da vivere più che da raccontare

Forse il vero senso della serata è proprio questo: alcune esperienze non possono essere ridotte a un elenco di piatti o tecniche. Si attraversano.
Tra sapori netti, dialoghi sinceri e un incontro culturale autentico tra Roma e Giappone, L’Umami di Roma ha dimostrato come l’alta cucina possa ancora sorprendere quando smette di inseguire la spettacolarizzazione e torna a raccontare qualcosa di vero.
E in questo caso, quel racconto parlava contemporaneamente romano e giapponese.

Questa rassegna gastronomica al Chorus Café, A Fine Dining Story, riaprirà presto le porte, anzi il sipario, di questo luogo dalla storia inattesa quanto evocativa. Situato in posizione di assoluta centralità nel cuore dello Stato Pontificio, all’interno dell’Auditorium della Conciliazione, lo spazio nasce originariamente come sala del coro, da cui il nome “Chorus”, al secondo piano della struttura.
Vi informeremo presto delle prossime date in calendario, per vivere quest’esperienza che riunisce tutti i sensi.

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