Sicilia: si scrive cibo, si legge amore

Sicilia: si scrive cibo, si legge amore

SICILIA – Le tradizioni culinarie sicule ci portano alla cultura enogastronomica sfarzosa, sofisticata, barocca e stratificata. La cucina siciliana è questo e molto altro e ricopre una parte fondamentale della vita di tutti gli abitanti della meravigliosa isola del sole.

In Sicilia non si smette mai di cucinare. Mai!

Nemmeno quando la colonnina di mercurio schizza anche oltre i quaranta gradi sul termometro oramai rassegnato alle sue alte temperature.

Le donne siciliane non temono il caldo quando sono in cucina e a dire la verità neanche il freddo e cosa non farebbero per vedere mangiare i propri figli, marito, amici e tutti i parenti arrivati dal Continente e dall’estero!? Perché le lunghe tavolate apparecchiate scoppiettanti di ogni ben di Dio culinario altro non sono che l’alter ego dell’amore. E se le inventano tutte per la buona riuscita di qualche ora di convivialità.

E la crisi? La crisi economica esiste sul serio e questa volta non si può certo parlare di invenzione giornalistica. Ma il piacere di cucinare mette in moto neuroni e fantasia per realizzare piatti buoni senza dover spendere patrimoni che l’euro ha portato via. E si va a rovistare tra i vecchi ricettari, quaderni impolverati dove le nonne “formichine” appuntavano le ricette più ricercate.

E sfogliando viene subito fuori una ricetta adatta al periodo  estivo: la caponata, apprezzata sempre da tutti, giovani e meno giovani.

Siamo nel XVI secolo e gli Spagnoli sono i signori della Sicilia, nelle loro tavole sontuose e ricche si consumano cibi pregiati e costosi, come per esempio il capone, l’attuale lampuga, un pesce dalla carne davvero delicata, accompagnata da molluschi e polipo, tutti in agrodolce.

Il popolo ne è al corrente, ma non potendo permettersi tanta ricchezza in tavola e avendo accessibile solo i prodotti che la natura gli regala con pochi spiccioli, sostituisce l’ittico piatto aristocratico con gli umili ma buoni prodotti della terra. E il capone diventa subito capunata (da capone appunto).

La caponata, in Sicilia ne esistono ben 37 varietà, è un insieme di ortaggi rigorosamente fritti, ma singolarmente e alla base di tanta squisitezza vi è la melanzana, e a farle da contorno vi sono peperoni- gialli, rossi, verdi- patate, cipolla e uno spicchio di aglio.

A frittura ultimata gli ortaggi si mescolano con cura, aggiungendo qualche cucchiaio di salsa, una manciata di pinoli, ma perché no anche di uva passa, un pizzico di sale e pepe nero. E il gioco è quasi fatto. Perché la caponata è tale solo se ha la salsetta in agrodolce- in questo l’umiltà della caponata di ortaggi è uguale a quella aristocratica del pesce delle tavole spagnole.

E qui cari amici dal palato sopraffine vi svelo una chicca e che resti rigorosamente nelle nostre …tavole.

Per la salsa agrodolce c’è chi aggiunge alla caponata un cucchiaio di zucchero alla consueta spruzzata di aceto. NOOOO!!!! Lo zucchero no!

Il restrogusto sarebbe amaro. E allora sostituiamo lo zucchero con due cucchiaini da tè di miele e il palato ringrazierà.

Ah dimenticavo… nel piatto di portata aggiungete foglie di basilico appena raccolto. Anche l’occhio, insieme al palato, vuole la sua parte!

Insomma le tradizioni enogastronomiche sicule sono tante, e le ricette  parlano di cibo, ovviamente, ma lasciano sottendere l’amore.

Si scrive cibo, si legge amore.

Alla prossima avventura culinaria!

 

Cucina Siciliana

Caponata

Caponata

Cinzia Nazzareno

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