Il trionfo della viltà: nuova produzione di La Bohème al Comunale di Bologna

Il trionfo della viltà: nuova produzione di La Bohème al Comunale di Bologna

BOLOGNA – Piccola premessa: i capolavori artistici hanno in ogni tempo e latitudine qualcosa che ci sorprende sempre, non sarebbero capolavori. Tanto più un capolavoro teatrale e musicale, come l’opera, che per prendere vita si deve affidare alle mani di interpreti, i quali ogni volta ne danno una loro personalissima lettura che è dettata da mode e gusti del loro tempo. Inoltre quel baraccone mastodontico che è l’opera lirica si lascia facilmente tirare di qua e di là nelle trasformazioni, provocando reazioni dei passatisti e dei nostalgici, ma anche degli entusiasti ‘a prescindere’, con grande soddisfazione in primo luogo del regista. Non c’è dubbio che l’ultima frontiera del gusto di oggi per il teatro operistico internazionale sia quello dell’attualizzazione, ovvero ambientare la storia preferibilmente nel presente o al massimo nel XX secolo. Molto frequentati sono i due decenni anni ’50 e ’60 forse perché godono di un design ben identificabile, e il vintage rende così bene in scena. Il Teatro Comunale di Bologna ha inaugurato la sua stagione lirica con l’opera da sempre e tuttora più eseguita al mondo: La Bohème di Giacomo Puccini, ed è riuscito a produrre uno spettacolo che arriva potente al cuore e al cervello dello spettatore.


Il giovane direttore Michele Mariotti affronta per la prima volta una partitura di Puccini e punta ad una lettura di Bohème che sa di Novecento, asciutta, essenziale, liberata dal sentimentalismo, pur conservando colore e slancio.

La compagnia di canto, tutta formata da giovani artisti, dimostra che per ottenere un bello spettacolo non occorre ricorrere alla superstar, ma è l’approfondito lavoro d’insieme che premia. Ci sono due punte nella squadra che solo vogliamo ricordare: l’ottima Mariangela Sicilia, Mimì, dalla voce sicura e intensa, e lo splendido Nicola Alaimo, Marcello, limpido nell’emissione e nella pronuncia e dotato di una voce bellissima.

Il regista inglese Graham Vick ha voluto sradicare ogni accenno romantico e patetico: non si piange in questa Bohème. Si rimane agghiacciati dalla disperazione. Il gruppetto di giovani bohèmienes, aggiornato agli anni ’80 del Novecento, vive nello squallore materiale, ma quel che è peggio è che la miseria più che esterna è nei loro cuori. Sono egoisti, avidi, cattivi, vigliacchi, soprattutto incapaci di amore reciproco. Il terzo atto, che si svolge alla Barriera d’Enfer , una dogana cittadina, diventa un angolo di degrado metropolitano con tanto di spaccio e consumo di droga, poliziotti corrotti e violenti, e prostituzione maschile all’aria aperta. Lo straziante duetto di addio tra Rodolfo e Mimì che qui si svolge ha perso ogni pathos. I due giovani amanti stanno distanti l’uno dall’altra, estranei. Che brutto inverno hanno davanti! L’ultimo atto scopre le carte: di fronte alla sofferenza e alla morte (Mimì agonizzante) Rodolfo è paralizzato dalla paura e fugge assieme agli altri campioni più in fretta che può lasciando il cadavere di Mimì buttato là come un rifiuto.

Vick ci ha abituato spesso alla sua visione nihilista della vita. E ne La Bohème ha trovato terreno favorevole, perché è il racconto del passaggio obbligato dalla giovinezza spensierata e sregolata alla realtà adulta incatenata alle regole sociali. Con esperta maestria registica Vick è riuscito ad allestire uno spettacolo che non può lasciare indifferenti. La sua capacità e puntualità teatrale è dimostrata da come svolge l’azione: zeppa di particolari espressivi che la giovane compagnia asseconda con fluidità.

Una Bohème moderna, attualissima che si arriva come un pugno nello stomaco.

Photo Copyright Rocco Casaluci 2018 per MyWhere
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La Bohème

Silvia Camerini Maj

4 Responses to "Il trionfo della viltà: nuova produzione di La Bohème al Comunale di Bologna"

  1. Lamberto Cantoni
    Lamberto   2 Febbraio 2018 at 09:41

    La trasformazione del bohémienne romantico in un soggetto perverso (nel senso psicoanalitico del concetto di perversione) è un tratto evidente della post modernità. Mi chiedo però la ragione di proiettare all’indietro, su una scena emotiva diversamente regolata, l’immerdamento attuale dell’essere. Ma perché il regista e il direttore invece che vampirizzare il testo sincretico originale non hanno creato il proprio testo? Tento una risposta: avevano bisogno di un forte contrasto tra “l’attesa” di un sentimento estetico emozionalmente sotto controllo (quindi percepito come qualcosa di non traumatico) e una messa in scena punteggiata da situazioni disgustose. In questo modo gli autori avrebbero metacomunicato al pubblico il sentimento di disagio, che secondo la loro visione rappresenterebbe la metà perversa della Bohème emersa nel novecento consumistico.

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  2. Steve Moss
    Steve Moss   4 Febbraio 2018 at 20:44

    stavo per scrivere più o meno la stessa cosa quando ho visto il commento di Lamberto… Ma Silvia quando scrivi <> sei certa di dire che ti è piaciuto?

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  3. Fabiola Cinque
    Fabiola Cinque   4 Febbraio 2018 at 21:02

    Non lo so, io amo l’opera e purtroppo non riesco ad andarci mai ma, quelle rare volte che riesco, amo quella originale, pomposa, emozionante nella sua liricità. Non credo di poter apprezzare un simile esperimento…

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  4. Antonio Bramclet
    Antonio   5 Febbraio 2018 at 18:13

    Diciamo che è più facile operare creativamente partendo da qualcosa di già perfettamente formato. A questo punto lo si reinterpreta stravolgendone il senso di fondo. Molta avanguardia teatrale funziona così. Non mi sorprende che l’opera lirica segua lo stesso percorso.

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