Recensione Il Buco: perché il film spagnolo ha conquistato tutti?

Recensione Il Buco: perché il film spagnolo ha conquistato tutti?

MONDO – Ne parlano tutti e quindi anche noi: ecco la recensione MyWhere del film sul Il Buco.

Angosciante. Particolare. Sulla bocca di tutti. Disturbante. In poche parole, un film perfetto da vedere in quarantena. Con Il Buco di Galder Gatzelu-Urrutia Netflix ha fatto ancora una volta centro. Sì, tranquilli, lo sappiamo, non è un’opera originale Netflix. In Italia, tanto per dire, il film spagnolo è al secondo posto tra le cose più viste sulla piattaforma streaming. I motivi? Proviamo a sviscerarli insieme.

Sarà la quarantena probabilmente, sarà che tutti, volenti o nolenti, abbiamo abbracciato il dogma #iorestoacasa, ma una cosa è sicura, in questo periodo di film e serie tv ne guardiamo veramente tanti. E come mai allora proprio questo titolo ha fatto così scalpore? Cerchiamo di partire dall’inizio. Il Buco è un film del 2019 diretto da Galder Gaztelu-Urrutia e, contrariamente a quanto molti credono, non è originale Netflix (nonostante fuori dalla Spagna sia stato distribuito solo sulla famosa piattaforma) ma è prodotto da Basque Film, casa spagnola attiva dal 2002. La pellicola è stata presentata in anteprima mondiale al Film Festival di Toronto, dove ha ottenuto il Premio del Pubblico, primo dei tanti riconoscimenti conquistati.

PIU’ SI E’ IN ALTO E PIU’ SI MANGIA, PIU’ SI E’ IN BASSO E PIU’ SI MUORE

E allora che cos’ha Il Buco di così affascinante. In primis la sceneggiatura. E’ originale a dir poco. Racconta la storia di Goreng, un uomo qualunque che per smettere di fumare decide di trascorrere volontariamente sei mesi in un carcere misterioso gestita da un’amministrazione ancor più misteriosa. Una volta dentro, Goreng si accorge che la struttura non ha nulla a che vedere con un carcere normale, anzi. Più che in carcere, George si trova in un palazzo da 200 e passa piani. Su ogni livello troviamo due detenuti e ogni mese, i suddetti e malcapitati, dovranno cambiare la loro postazione. Il loro piano. Qual è il problema direte voi? Fino a qui tutto bene come direbbe qualcuno. Il problema è che i prigionieri hanno solo una manciata di secondi per mangiare ogni giorno grazie alla discesa di una tavola imbandita. Più si è in alto e più si mangia, più si è in basso e più si muore. La mancanza di cibo porta i residenti dei livelli bassi alla follia e molto spesso al cannibalismo. Cosa di cui Goren si renderà presto conto.

“E’ OVVIO”: ECCO PERCHE’ TUTTI STANNO GUARDANDO IL BUCO

 

A fare la fortuna dell’opera di Gatzelu-Urrutia oltre al messaggio metaforico – “se tutti mangiassimo quello che ci serve per vivere, nessuno avrebbe fame” – ci sono i personaggi con cui il povero Goreng si relaziona. Strani,  disturbanti, inquietanti. Un po’ come il film. Il migliore è senza dubbio il primo compagno di cella, Trimagasi, un anziano dispotico con un segreto oscuro e una frase a effetto – “è ovvio” – con cui accompagna ogni sua affermazione.

Oppure l’amministratrice Imoguiri che cerca di fare leva sulla solidarietà dei carcerati, chiedendo loro di lasciare un po’ di cibo per i livelli più bassi. Ma anche Baharat, che insieme a Goreng cerca di spezzare il sistema e di far sapere al mondo esterno cosa succede veramente nella fossa.

E poi, naturalmente Goreng (Ivàn Massaguè). Goreng è esattamente come noi. Normale, inconsapevole e totalmente impreparato a vivere drammi del genere, dall’isolamento al cannibalismo. E’ quasi candido. E’ candido ad esempio, quando decide di portare in carcere ( ad ogni prigioniero è consentito portare dentro il buco un oggetto personale) un libro, il Don Chisciotte.

il buco recensione mywhere

Da puro, Goreng si trasforma in impuro. Da preda, si tramuta in predatore, rivelandosi molto più forte di quanto crede.

In conclusione, si può dire che Il Buco rappresenti l’ennesima prova della crescita del settore cinematografico spagnolo. La fotografia è eccezionale, scura e cruda, la regia fa immedesimare talmente tanto lo spettatore nel terribile carcere da fare impressione. Qualche tasto dolente? Sì, c’è. Il finale soprattutto non convince fino in fondo.

 

Paolo Riggio

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